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“Le parole della Sybilla”, collana di poesia diretta da Antonio Spagnuolo, tenta la verifica di alcuni punti fermi conseguiti da autori la cui ispirazione sembra non essere soggetta a scolorire col passare di mode e atteggiamenti. Con “Anima Animusque” (Kairòs Edizioni) Calcagno e Del Giudice hanno dato alle stampe un libro bello e talvolta malinconico, ricco di ricordi, frammenti, dettagli, illuminazioni a partire dall’immagine di copertina, una fotografia di Giulia Del Giudice. Il tempo dei ricordi sembra consumarsi nel presente. Le onde dei giorni raccontano malinconie tra i luoghi che sono stati ed i paesi che disegnano immagini. “Anima animusque” può, a mio avviso, esser considerato un piccolo poema per tinte, risonanze ed inquietudini nel quale prevale il pensiero emotivo che si sposa con la maestria del linguaggio. È un immenso viaggiare tra ciò che è stato, è un andare alla ricerca della conoscenza di sé e dell’altro sul filo di ragione e sentimento, di perplessità e speranza che in certi momenti diviene enunciazione di fede. Nella raccolta di liriche “La luna di Cèzanne” (Kairòs Edizioni) Annalisa Macchia compone un piccolo poemetto sulle forme del mare, tema su cui si sono cimentati scrittori e poeti del novecento come Luzi, Montale, Rosselli, Weil. Dalle liquide forme l’Autrice chiede di essere “…l’anima, lo sguardo, i modi e gli stessi gesti guizzanti in spuma o affondati come chiglie naufraga della scrittura”. Il mare è luce, trasparenza, “nonnulla d’ombra che ardisce abitare il cielo, farsi riflesso d’abisso e raggio di luce che punge nella sera”. Credo che sia il Tirreno la culla dei miti che alimentano la poesia ne “La luna di Cèzanne”. Gli interrogativi che si colgono, il mare che scompiglia l’incurvarsi di un sogno, lo spegnersi del buio, l’aprirsi della prima alba alla ricerca di se stessi e della luce azzurra del Tirreno e dei miti che esso racchiude. È quindi l’acqua a smuovere l’io creativodella Macchia, non solo il mare che si riversa e agita gli elementi della natura quanto il fluire rapido del pensiero che nasce e si sviluppa da un bagaglio culturale e di esperienze letterarie di grande spessore come si apprende dalla biografia dell’Autrice. Accanto ai fermenti più originali della poesia di Calcagno, Del Giudice e Macchia che cercano ed in parte riescono a conseguire una dimensione moderna rispetto alla tradizione ottocentesca e dell’ultimo novecento, si colloca la lirica di Vincenzo Aversano, che dagli ambienti salernitani e napoletani (è originario di Pellezzano) trae alimento per caratterizzare poesie che hanno la loro origine letteraria nel verismo meridionale. Le poesie “’Mparaviso cu ttè”, “Fèrmate tiempo!”, “Stu silenzio!” “Desperatamente”, dense di colorito e di sensibile bozzettismo, sono frutto di un’abile ricostruzione delle forme dialettali ottocentesche ma anche di un altrettanto abile adattamento ai gusti più facili del pubblico odierno. Inun’arcadia sentimentale si snodano situazioni tipicamente quotidiane e tuttavia simboliche di una filosofia dell’esistenza. Attraverso un discorso che sembra volto a riscattare poeticamente la vita dell’umile, a recuperarne la libera creatività del linguaggio, ad esaltarne la naturalezza del gesto, passano valori che sembrano suggerire implicazioni spirituali.
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