|
-La storia di ogni società esistita fino a questo momento è la storia di lotte di classi» (dal "Manifesto" di Marx ed Engels). Non saremo certo noi a negarlo. Tutta la nostra vita si fonda su questa verità elementare ma risolutiva. Però…. C’è un "però" ed è grosso come una montagna. Questo "però" va riferito a quegli uomini, non tantissimi, che hanno contribuito - da soli - a cambiare il corso della storia. Fra questi c’è Platone, Aristotele, Alessandro Magno, Gesù-uomo, Spartaco, Giulio Cesare, San Francesco, Giotto, Giordano Bruno, Galilei, Caravaggio, Voltaire, Napoleone, Marx, Picasso, Lenin, Gramsci, Einstein, Che Guevara e altri ancora… Ma non tanti. Pochi, pochissimi rispetto alle centinaia di milioni di uomini che hanno lambito la terra come onde che vanno e che vengono . Questo significa che i fatti dell’economia e della politica, che da sempre mettono contro oppressi e oppressori, contano tantissimo ma non bastano a spiegare tutto. Prima di Marx, per i lavoratori c’era l’angoscia del buio. Prima di Caravaggio, per l’arte c’era l’impaccio di una norma che obbligava gli artisti ad esprimersi solo attraverso i dogmi della religione. Gli artisti cioè si occupavano della realtà così come "doveva essere" a partire dalla religione. Così come i filosofi si occupavano della realtà così come "doveva essere" a partire da presupposti teorici dati a priori. Con Caravaggio questa prospettiva si rovescia. Con lui si parte dalla realtà, non più dalle idee. Per Marx è la stessa cosa su un piano diverso, non più estetico ma filosofico. Per Marx si parte dalla prassi e quello che conta è un pensiero che vuole conoscere la realtà per trasformarla. Materialismo estetico di Caravaggio e materialismo storico di Marx . Se Caravaggio e Marx sono due protagonisti fondamentali della storia, due motori di essa, figuratevi l’importanza che noi possiamo attribuire a una mostra fondamentale che raccoglie alle Scuderie del Quirinale di Roma (per la cura di Rossella Vodret e Francesco Buranelli, da un’idea di Claudio Strinati, visitabile fino al 13 giugno 2010) le ventiquattro opere di inequivoca attribuzione di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Un’importanza pari a quella che avrebbe l’introduzione nei programmi scolastici dello studio del Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels (in tempi in cui viene imposta dall’ineffabile Gelmini l’abolizione dell’insegnamento della storia dell’arte). Questa mostra passa in Italia con molta maggiore facilità rispetto alla riabilitazione di un Marx che si vorrebbe - secondo il senso comune teleindotto - ridotto a paccottiglia arcaica e inutilizzabile (fatta salva la raccomandazione degli economisti più avveduti che consigliano di rileggere il "Capitale" per capire le ragioni della crisi che attanaglia il mondo occidentale). Non ci tratterremo in questa sede su di una erudita dissertazione volta a capire se è giusto o meno riservare gli ambienti solenni delle Scuderie del Quirinale esclusivamente alle opere sicuramente attribuibili a Caravaggio, escludendo le molte con attribuzione incerta. L’emozione nell’ammirare questi dipinti non lascia pensare ad altro che alla grandezza di essi. E’ questa emozione che vorremmo trasmettere a tutti, anche a quelli che non hanno mai varcato la soglia di un museo. Caravaggio ribelle è un amico di tutti i ribelli. Quindi se siete incazzati per via della crisi, del precariato e dello sfruttamento, ammirare questa mostra vi farà bene perché darà un senso alla vostra collera. Di collera e fango Caravaggio era impastato. Per questo capitò che i suoi committenti, che pure sapevano che era il migliore, più volte rifiutarono le sue opere. Riprodurre in primo piano i piedi sporchi di un santo o ritrarre il cadavere della madonna gonfia di acqua, ispirandosi a una prostituta ripescata dal Tevere era il massimo che si potesse fare per un artista del suo tempo. Con Caravaggio si inaugura la pittura moderna. Lo sostiene Roberto Longhi, il suo più grande studioso ed esegeta. A partire da questo gigante, la pittura non sarà più un mezzo per divulgare le narrazioni del potere, ma sarà un fine. Così come l’uomo per Kant, per Caravaggio la pittura è un fine. Essa non può e non deve prendere ordini da nessuno. Essa è a partire dalla realtà, per la realtà e la sua trasformazione. Quello che Marx ha fatto per via di ragione, Caravaggio lo ha fatto per via di intuizione creativa. Se andate a visitare la mostra dedicata a lui, nel quattrocentesimo anniversario della sua morte, lo capirete. |