Università, la chiamano riforma, ma sono solo tagli. Atenei in rivolta
 







di Jolanda Bufalini




Paese reale paese legale, nel paese reale 26.000 ricercatori coprono, assolvendo un compito che non compete loro, il 30% degli insegnamenti universitari. In quello legale si discute una riforma del ministro Gelmini, ieri in Aula al Senato, che afferma alcuni principi condivisi e li nega subito dopo: autonomia e responsabilità , diritto allo studio, una percentuale di almeno il 7 per cento dei fondi assegnati sulla base di un principio valutativo naufragano sotto i colpi d’ascia di Tremonti. Per far partire una riforma ci vorrebbe una dote, invece la manovra prevede il taglio di un miliardo e 300 milioni per il 2011. Il risultato è che la fascia più debole ma anche più essenziale al funzionamento degli atenei è in rivolta, soprattutto nelle sedi più qualificate, da Bologna a Firenze, a Pisa, a Modena-Reggio Emilia. E l’inizio del prossimo anno accademico a rischio. Una corsa contro il tempo: il ministro vorrebbe il voto in Senato prima della chiusura

estiva, per essere pronta al passaggio alla Camera in autunno.
Doppia penalizzazione
Per i ricercatori c’è il danno e la beffa. non si potrà fare i ricercatori per non più di sei anni. È una misura - sostiene il ministro - che dovrebbe aprire ai giovani, senza chance d’ingresso, «non tutta la ricerca - sotiene Maria Stella Gelmini - deve concludersi con la carriera universitaria». Bel discorso virtuale, nel paese reale i ricercatori sono fra i 40 e i 50, sostituiscono i prof nella docenza da anni e da decenni. È il cane che si morde la coda da un quarantennio nella storia dell’università italiana. La beffa viene dalla manovra che blocca gli scatti di anzianità: è una imposta progressiva al contrario che dura per l’eternità: oltre il 37 per cento di decurtazione per i giovani, intorno al 6 % per chi è a fine carriera. Di qui lo slogan della “Rete 29 aprile” che raccoglie la maggioranza dei ricercatori: «Tremonti tassaci», una tassa non è per sempre ma per
l’emergenza. Lo stesso relatore di maggioranza Giuseppe Valditara chiede che gli scatti, «già restituiti ai magistrati, siano ripristinati per gli universitari».
Opposizione
Ci sono due emendamenti del Pd finalizzati agli obiettivi del ringiovanimento e del risparmio: anticipare il pensionamento dai 70 attuali ai 65 anni e istituire una sorta di intra moenia per gli atenei, con una quota di proventi professionali che vada all’università. Ma c’è da considerare che i soldi risparmiati con il pensionamento dei baroni non si trasformeranno in risorse per gli atenei: il 50% dei risparmi finirà nelle casse del Tesoro.
A sorte
Il ddl Gelmini modifica profondamente il meccanismo dei concorsi: una commissione composta da quattro ordinari estratti a sorte e da un professore di un paese Ocse selezionerà i candidati all’abilitazione, gli atenei attingeranno dalla lista unica nazionale che si sarà così formata. Ma non tutti gli atenei potranno
permettersi di reclutare forze nuove, soprattutto con gli attuali hiari di luna.
Quota 90
Se il disegno di legge non verrà modificato, saranno penalizzati gli atenei che spendono il 90 per cento dei loro fondi in stipendi perché non potranno bandire concorsi. e l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione dell’università) deciderà a quali atenei virtuosi assegnare il 7% di fondi in più.
Residenze
In teoria dovrebbe essere incentivato il numero delle residenze universitarie e delle borse di studio: ferme restando quelle assegnate in base al reddito vi dovrebbero essere assegni e debiti d’onore per gli studenti più bravi. Anche qui - per dirla parafrasando lo slogan di un noto immobiliarista - la solida realtà dei tagli si scontra con i sogni.de Unità