Povera scuola tra caos e pasticci
 







Loredana Fraleone




E’ stata un po’ pilatesca, ma inequivocabile, la nuova ordinanza del Tar del Lazio sulle violazioni della ministra Gelmini a proposito del percorso della "riforma" della scuola superiore. Se il tribunale laziale, infatti, da una parte non rinnova la sospensiva delle operazioni per l’avvio del prossimo anno scolastico, con la scusa che non vi sarebbero lesioni d’interessi, dall’altra esprime giudizi molto pesanti sulle numerose illegalità commesse dal ministero e da Gelmini, dando ragione ai ricorrenti: il comitato di circa 750 studenti, genitori, insegnanti, assistiti legalmente da Corrado Mauceri e la Flc che aveva presentato un ricorso molto simile. Nello stesso giorno, però, lo stesso tribunale concede un’altra sospensiva, questa volta a seguito di un ricorso dello Snals, che in sostanza impedisce la riduzione dell’orario scolastico settimanale, a partire dalle seconde classi, negli istituti professionali e tecnici.
Un immane pasticcio,

insomma, che getterà ancor più nel caos gli uffici scolastici al lavoro, proprio in questi giorni, per definire quanti e quali docenti e personale Ata si devono assegnare alle singole scuole. Considerando che il grosso delle operazioni riguardano gli istituti tecnici e quelli professionali, lo scenario del prossimo anno scolastico si fa ancora più buio, per i lavoratori della scuola, per gli studenti e i genitori.
Nello stesso tempo, alle scuole non arrivano i soldi necessari per pagare i docenti impegnati nei corsi di recupero estivi, per i quali in molti luoghi del belpaese sono richiesti illegalmente contributi alle famiglie. In questo modo i genitori se la prenderanno con le scuole, che a loro volta se la dovrebbero prendere con Gelmini, ma i dirigenti scolastici, diretti responsabili di questi corsi, sono stati trasformati in una sorta di prefetti, ruolo che in pochi sono disponibili a contestare, pur nella difficilissima situazione in cui si trovano. La scuola, in un certo
senso, è sempre stata un po’ la metafora del paese, e l’implosione che rischia assume un significato ben oltre il suo immiserimento.
Un modo per uscire almeno dall’illegalità e mettere in atto qualche aggiustamento sarebbe quello di rinviare l’attuazione dei decreti sulla scuola superiore, come da tante parti si è chiesto e si chiede. Anzi, la regione Sicilia e la provincia di Bolzano, che godono di larga autonomia, lo hanno fatto, dando alle altre regioni una motivazione forte per chiedere con determinazione il rinvio, visto che anche le loro competenze, organici, dimensionamento ecc. sono state calpestate dal governo.
Inspiegabilmente, le regioni e le province, tranne Pistoia e Bologna, non si sono associate ai ricorsi, non rendendosi neanche conto che parte del contenzioso, che nascerà inevitabilmente da questa situazione caotica, ricadrà anche su di loro. Possono ancora farlo, sia con l’adesione a quelli sui quali vi è stato il pronunciamento (ma che debbono vedere ancora una
sentenza definitiva), sia facendone di nuovi per proprio conto, cercando d’inceppare l’ingranaggio. Se questo non avverrà, almeno da parte delle regioni del centrosinistra, ci sentiremo sempre di più nel Far West, in una frontiera senza regole e leggi. Inutile però sarebbe attendere lo sceriffo impavido con la mira infallibile; bisogna far crescere il movimento, che in modo troppo modesto per la verità, nel trascorso anno scolastico ha dato battaglia. Non è sufficiente neanche la rabbia dei precari, molti dei quali si trasformeranno in disoccupati. Alla loro rabbia va associata quella degli studenti, dei docenti che vedono anni di sperimentazioni, di buone pratiche gettati al vento, quella di genitori che sempre più saranno chiamati a pagare l’istruzione per i propri figli, quella di amministrazioni locali, dalle regioni in giù, che non sapranno come far fronte a richieste ineludibili. Un’aggregazione di tali soggetti è sorta da tempo in Toscana, "Il tavolo regionale per la difesa
della scuola statale" ed anche nel Lazio ne è sorto uno analogo. Si tratta di adesioni dal basso che raccolgono partiti, associazioni, comitati, formazioni sindacali contrari alla devastazione della scuola della Repubblica. Una rete nazionale di queste esperienze potrebbe far resistere e ricostruire un minimo di tessuto civile.