L'EQUIVALENTE GENERALE DELLA BUONA VITA
 







di Cosma Orsi




Philippe Van Parijs

Le tesi di Philippe Van Parijs sono espressione di quel pensiero democratico radicale che guarda alla «grande trasformazione» del capitalismo come ad una chance per introdurre criteri di giustizia sociale che garantiscano, come ama ripetere questo studioso belga, una «effettiva libertà per tutti». Docente di etica economica e sociale all'Università cattolica di Lovanio, da alcuni anni divide la sua vita tra la cittadina dove insegna, Bruxelles, dove viene spesso chiamato dall'Unione europea per tenere seminari, e alla Harvard University, dove insegna filosofia sociale. Van Parijs è noto soprattutto per le sue proposte di «reddito di cittadinanza», elaborate oltre venti anni fa e «raffinate» nel corso del tempo. Un percorso di ricerca che alterna testi di «filosofia sociale» a incursioni nella storia del pensiero economico e condensato in innumerevoli saggi e libri. In Italia sono stati tradotti Quanta diseguaglianza possiamo accettare, scritto con

Christian Arnsperger (Il Mulino), Che cos'è una società giusta (Ponte delle Grazie). Recentemente la casa editrice Egea di Milano ha pubblicato il volume scritto con Yannick Vanderbought Il reddito minimo universale (pp. 160, euro 14). E l'intervista prende l'avvio proprio dalle tesi contenute nel libro.
Da sempre lei è uno strenuo difensore del «basic income». Che cosa l'ha spinta ad abbracciare questa linea di pensiero?
Due sono le ragioni principali. La prima deriva dal tentativo di trovare una soluzione alle ingiustizie che non si basasse sull'idea di far crescere il Prodotto interno lordo sempre più in fretta per superare la crescita della produttività. In secondo luogo, sono stato spinto dalla speranza che ci fosse un'alternativa al capitalismo per come lo conosciamo. Ma in quale direzione? La risposta più breve è libertà effettiva per tutti. La giustizia consiste nell'organizzare le istituzioni sociali in modo tale da garantire il massimo della libertà
compatibile con uno sviluppo socialmente sostenibile a tutti quelli che godono di minore libertà nel condurre la propria esistenza come credono.
Nel suo ultimo libro recentemente pubblicato, lei definisce il «basic income» come un reddito erogato dalla comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, e senza contropartite». In quale senso la sua proposta si differenzia da quella neo-liberale e da quella socialdemocratica?
Il reddito di cittadinanza è individuale, universale, e incondizionato. Queste tre caratteristiche lo rendono totalmente diverso dagli schemi means-tested come, il reddito minimo garantito, adottato in molti paesi (ad esempio la Francia). Sia che vengano introdotti e supportati dai socialdemocratici, dai cristiani democratici o dai liberali, questi schemi costituiscono un significativo progresso rispetto ai sistemi di supporto al reddito che si basano su un'assicurazione sociale a base contributiva e assistenza sociale
discrezionale. Rispetto a questi schemi, una tassazione negativa costituisce un ulteriore progresso. I meccanismi di sicurezza sociale oggi esistenti versano alle famiglie la differenza tra ciò che essi riescono a guadagnare e un'ipotetica soglia di povertà. Evidentemente, questa misura punisce ogni tentativo da parte dei percettori di guadagnare un qualsiasi reddito dichiarabile: infatti se lo facessero vedrebbero ridotti i benefici. Una schema di tassazione negativa invece fa fruttare il lavoro di tutti i suoi beneficiari. Ed è per questo motivo che non è necessaria nessuna restrizione nei confronti di coloro che vogliono lavorare.
Nel suo libro, lei enfatizza le ragioni etiche che legittimano l'introduzione del «basic income». Le ragioni economiche sono limitate alla riduzione di fenomeni negativi quali la povertà e la disoccupazione. Non pensa che ci possano essere anche ragioni economiche in grado di sostenerlo?
A mio avviso non è possibile separare gli
argomenti etico-filosofici da quelli economici. E' per ragioni etiche che ci si preoccupa di fenomeni come la povertà e la disoccupazione. D'altro canto abbiamo bisogno di argomentazioni economiche per determinare come combatterle in maniera intelligente. Quindi, se c'è qualcosa di specifico nel capitalismo cognitivo che rende il basic income una misura appropriata da introdurre, sono proprio le ragioni etiche, mentre dobbiamo cercare nell'analisi economica le modalità della sua applicabilità. Ritengo che un capitalismo sempre più basato sulla conoscenza rafforzi la richiesta di combinare lavori a bassa remunerazione con i benefici derivanti da una forma universale di reddito d'esistenza. L'argomento non è che il capitalismo cognitivo tende a produrre una sempre minor richiesta di lavoro. Piuttosto esso tende a distribuire il potere derivante dai guadagni in modo più asimmetrico, finendo con il ridurre i salari della maggior parte di coloro che sono al di sotto di un standard di vita
decente. In questo modo, la trappola della disoccupazione creata dalle misure means-tested cessa di essere un fenomeno marginale. Per evitare che la maggioranza della popolazione cada in questa trappola è necessario che i benefici siano estesi anche a coloro che lavorano, come è avvenuto nel caso della famosa Earned Income Tax Credit (Eitc) sponsorizzata dall'ex-presidente degli Stati uniti Bill Clinton, e successivamente importata sia nel Regno Unito da Tony Blair (Working Families Tax Credit) che nella Francia di Jospin (Prime pour l'Emploi).
La sinistra politica e sindacale ha pareri discordi riguardo al «basic income». In Italia è in corso da anni un dibattito molto vivace che ha inevitabilmente condotto a interrogarsi sul rapporto tra la proposta di «basic income» e la cultura politica del movimento operaio organizzato. Come interpreta questa «relazione»?
In un articolo pubblicato venti anni fa con Robert van der Veen ho presentato l'introduzione di un basic
income incondizionato e il suo graduale incremento come la «strada capitalista che porta al comunismo»: consiste nello «sfruttare» il dinamismo del capitalismo di cui Karl Marx parlava per incrementare gradualmente la proporzione del prodotto sociale ridistribuito a seconda dei bisogni di ciascuno piuttosto che a seconda della loro contribuzione, riducendo gradualmente il numero delle persone impegnate in attività alienanti.
Credo ancora che questa sia una proposta sensata che permette a coloro che credono negli ideali di Marx di guardare positivamente al reddito di esistenza. Va dunque delineata una concezione coerente di giustizia sociale individuando mezzi che siano in grado di condurci verso la sua realizzazione.
Alcuni critici ritengono che sebbene il «basic income» possa rendere sopportabile la situazione di precarietà nel breve periodo, non contribuisca alla lotta per un lavoro vero e garantito per tutti. Inoltre, ritengono che un reddito di esistenza introdotto a
livello locale e solo ai lavoratori precari possa amplificare la frammentazione della classe operaia....
Per come lo intendo, il basic income non è una mezzo per rendere la vita di chi lo percepisce più confortevole anche quando non si ha un lavoro (che poi altro non è che lo scopo dichiarato degli schemi means-tested), ma un modo per aiutare ognuno a trovare un lavoro che abbia un senso. Essendo universale, esso è in forte contrasto con i sussidi ai lavoratori a basso salario. Ad ogni modo, esso va a braccetto con la richiesta di flessibilità richiesta dal capitalismo cognitivo. E' interesse di tutti che ci sia flessibilità nel mercato del lavoro, sia in entrata che in uscita, così come è nell'interesse di tutti avere un'istruzione e una sanità pubbliche.
Durante il cosiddetto periodo fordista, lo stato sociale si basava sull'opportunità di avere un lavoro. Oggi assistiamo allo smantellamento del sistema di Welfare. Il «basic income» rappresenta una stampella
per il vecchio Welfare o rinvia a una nuova forma di Welfare state?
Il reddito di esistenza deve essere visto come il cuore pulsante dell'emancipazione per un stato sociale attivo. Nelle condizioni attuali - che includono non solo il «paradigma cognitivo» ma anche, ad esempio, una maggiore mobilità, aspettative di vita, e la trasformazione della famiglia - abbiamo urgente bisogno di un'alternativa al Welfare passivo i cui benefici erano troppo focalizzati su coloro che erano economicamente inattivi. Ma un Welfare State attivo non necessita di una forma repressiva che attivi politiche sociali; può intraprendere una via per l'emancipazione per rimuovere le trappole perverse, che rafforzi la sicurezza minima per le categorie sociali più deboli e incrementi la gamma delle scelte di coloro che hanno poche scelte.da Il Manifesto