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La crisi uccide di più che gli incidenti d’auto |
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Che la crisi scatenasse qualche gesto di disperazione e portasse delle persone al suicidio, era già cosa purtroppo nota, ma che arrivasse a fare più vittime per suicidio che gli incidenti d’auto, è cosa che dovrebbe preoccupare chiunque. Ciò che è peggio, per gli italiani, è che la notizia è stata diffusa a seguito del triplice suicidio occorso in aprile a Civitanova Marche, e a darla è stato il New York Times con un articolo a firma di David Stuckler e Sanjay Basu due ricercatori in sociologia a Oxford, autori tra l’altro del libro “Why austerity kills” (Perché l’austerità uccide). Non è che i giornali in Italia non diano notizie di così alto rilievo, ma i telegiornali, perlomeno quelli che tramite il satellite possiamo vedere anche stando all’estero, sono molto più parsimoniosi a darle. Se glielo chiedi ti diranno che danno poco risalto a queste notizie per evitare il fenomeno dell’emulazione. La scusa è buona, ma è più facile pensare che lo fanno per evitare che l’allarme sulla gravità della crisi si diffonda pericolosamente nel pubblico. Non ho sottomano il dato italiano, ma l’articolo del NYT riporta che durante il periodo di crisi 2007-2009 il numero dei suicidi ha toccato quota 4.750, cioè maggiore che il numero dei morti per incidenti stradali. I suicidi non sono esclusivamente imputabili alla crisi, ma lo studio dei due ricercatori trova diretta correlazione tra la crescita nel numero dei suicidi e l’inasprimento della fase in cui la crisi si manifesta. Stuckler e Basu fanno però anche una ulteriore osservazione, e notano che, durante i periodi di crisi, i suicidi non avvengono ovunque in modo omogeneo, ma avvengono con assoluta maggiore frequenza nei paesi che affrontano la crisi attuando severe politiche di austerity. C’è perciò una stretta correlazione tra i suicidi e la perdita del lavoro. La disperazione di chi per cause non sue viene espulso dalle attività produttive, non può che crescere pericolosamente se in contemporanea vede calare o sparire del tutto i sussidi di disoccupazione (per non parlare del fenomeno unico italiano degli “esodati”). Ma anche le riduzioni per mancanza di fondi alle coperture sanitarie e a quelle dell’assistenza producono gravi scompensi sul piano sociale ai quali non tutti riescono a rispondere con sufficiente fiducia nel domani. Statisticamente è provato che a subire i contraccolpi più gravi della “Grande Recessione” cominciata in Europa nel 2009, sono stati paesi come la Grecia, la Spagna e l’Italia, dove l’altissimo livello di disoccupazione è stato accompagnato da pesantissimi tagli alle spese sociali. Il fenomeno dei suicidi non è quindi causato dalla crisi in se, cioè dalla perdita del lavoro e della retribuzione, ma dalla mancanza di adeguati sostegni sociali senza i quali subentra lo sconforto e la disperazione. È la politica di austerità a fare i disastri, sia sul piano economico che sociale. La strategia economica di ridurre aggressivamente il debito mentre si attuano contemporaneamente feroci tagli a tutte le spese sociali produce inevitabilmente gravi scompensi sul piano esistenziale nelle classi sociali più deboli, che si vedono abbandonate a se stesse proprio nel momento in cui la solidarietà sarebbe maggiormente necessaria. Un esempio lampante di come sia proprio la politica di austerità a produrre i guasti maggiori viene alla luce mettendo a confronto il modo di affrontare la crisi attuato dall’Islanda con quello adottato dalla Grecia. La Grecia, che ha deciso di seguire le politiche di austerity imposte dall’Europa e dal Fondo Monetario Internazionale, è prossima al collasso totale, l’Islanda, che pure era partita nel 2008 con una crisi gravissima, invece di aiutare le banche a salvarsi le ha lasciate fallire e ha rassicurato i creditori disegnando un piano graduale di rimborso sostenibile. Adesso è in piena fase di recupero e non ha dovuto subire la pesante crisi che sta attanagliando l’Europa. Lo studio dei due ricercatori di Oxford non fa altro che aggiungersi ai molti altri di quotati economisti in lingua inglese che raccomandano quotidianamente, per il bene della gente d’Europa, di abbandonare il più presto possibile le politiche di austerity per avviare invece solide politiche di sostegno all’occupazione e alla ripresa dei consumi. Ormai non c’è più in ballo solo una situazione di benessere economico in calo per la maggioranza della popolazione, adesso dobbiamo misurarci proprio con una crisi economica gravissima che è già arrivata a mietere fisicamente, attraverso i suicidi, un numero di persone superiore a quello degli incidenti d’auto. Dove vogliono arrivare? Roberto Marchesi (Dallas - Texas) |
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