Arriva la "rimborsopoli" calabrese
 











Anche sul Consiglio regionale della Calabria si abbatte la bufera delle inchieste: sono in via di notificazione almeno 13 avvisi a comparire all’indirizzo di altrettanti capigruppo e ex consiglieri della regione Calabria accusati di peculato, che adesso dovranno spiegare come mai nei bilanci dei gruppi del consiglio regionale della Calabria – lautamente rimborsati dall’Ente – sia finito di tutto: dai detersivi ai "Gratta e vinci", dalle cartelle esattoriali ai viaggi all’estero, dai tablet alle cartelle esattoriali.
Un malcostume assolutamente trasversale, che - secondo le prime indiscrezioni – avrebbe fatto finire nel mirino degli inquirenti Giulio Serra (Insieme per la Calabria), Giampaolo Chiappetta (Pdl), gli attuali assessori regionali Luigi Fedele (in passato capogruppo del Pdl), Alfonso Dattolo (Udc), Pino Gentile (Pdl, già Forza Italia), il sottosegretario Alberto Sarra (in passato capogruppo di Alleanza Nazionale) e il neosenatore
Giovanni Bilardi (fino a pochi mesi fa capogruppo della Lista Scopelliti Presidente). Guai anche nel centro sinistra, dove in giornata potrebbero essere raggiunti dall’avviso a comparire Emilio De Masi (Idv), Sandro Principe (Partito Democratico), Vincenzo Antonio Ciconte (ex capogruppo Autonomia e Diritti), Agazio Loiero (ex Governatore della Calabria, ma attualmente capogruppo di Autonomia e Diritti), Giuseppe Bova (ex presidente del Consiglio Regionale) e Nino De Gaetano, oggi transitato al Partito Democratico, ma indagato per il periodo in cui era nei ranghi della Federazione della sinistra.
Per il procuratore Matteo Centini, titolare dell’inchiesta, sono tutti responsabili di accusati di aver indebitamente inserito nel bilancio dei gruppi spese che nulla hanno a che fare con l’attività politica. I soldi pubblici, ufficialmente destinati a finanziare le spese istituzionali delle singole formazioni politiche, dal 2010 a oggi sono serviti per pagare consumazioni al bar (è stato
chiesto il rimborso anche di un singolo caffè), cene conviviali, telefoni cellulari, tablet, gite alle terme e soggiorni in albergo di soggetti che con Palazzo Campanella nulla hanno a che fare. Un giro vorticoso di fatture che però non arriva a spiegare dove siano finiti circa mezzo milione di euro di fondi regolarmente iniettati nelle casse delle formazioni politiche, di cui oggi non c’è più traccia e di cui nessun documento contabile certifica l’uscita. «È un quadro squallido e sconfortante, la rappresentazione plastica di come la res publica diventa quasi res privata», commentano dalla Finanza, i cui uomini da tempo hanno palazzo Campanella nel mirino. Il primo blitz che ha messo in subbuglio le stanze del Consiglio regionale e fatto salire alle tensione alle stelle a più di uno risale al cinque dicembre scorso. Da allora i militari della Gdf, hanno acquisito i rendiconti dei gruppi per incrociare dati, spese, fatture e scontrini, ma il risultato non sembra lasciare scampo ai personaggi coinvolti: in modo assolutamente trasversale fondi pubblici sembrano essere serviti per finanziare spese e piaceri – come nel caso degli spettacoli di lap dance o dei week end in noti centri di turismo enogastronomico o termale – assolutamente privati. Alessia Candito