‘Ndrangheta, 33 arresti in Lombardia. Organizzazione gestiva banca clandestina
 











Una banca clandestina a Seveso (Monza e Brianza) a disposizione della ‘ndrangheta. Uno sportello autonomo, che grazie a una rete di società di copertura e alla collusione di “insospettabili”, accumulava soldi provenienti dall’usura e dal riciclaggio, per portarli in Svizzera e a San Marino ed evadere così il fisco o per reinvestirli nell’economia sana. Ma i soldi venivano raccolti anche per “dare una mano” ai familiari dei mammasantissima coinvolti nella maxi operazione Infinito. Le indagini della squadra mobile, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, hanno portato all’arresto di 47 persone (4 già in carcere) e a perquisizioni e sequestri di beni mobili e immobili per il valore di decine di milioni di euro. L’operazione è stata estesa, oltre che alla Lombardia, ad altre tre regioni ed è tutt’ora in corso.
Il sistema gestito dalla locale ‘ndranghetista di Desio si poggiava su una rete di società di copertura e sulla
disponibilità di dipendenti postali, bancari e di imprenditori. Le misure di custodia cautelare sono state emesse dal gip di Milano Simone Luerti. I reati contestati sono: associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito e intestazione fittizia di beni e società; reati in gran parte aggravati dall’utilizzo del metodo intimidatorio tipicamente mafioso e dalla finalità di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.
La banca della ‘ndrangheta
Le casse della “filiale ‘ndranghetista” erano ingrassate dai soldi che arrivavano dal giro di usura e da altri reati e poi erano reinvestiti per acquistare attività economiche, in particolare nel settore dell’edilizia, dei trasporti e della nautica. Ma anche nel settore delle energie rinnovabili, del commercio, della ristorazione e degli appalti pubblici. I capitali accumulati finivano anche nelle banche svizzere o di San Marino o servivano per il sostegno delle famiglie dei carcerati di
‘ndrangheta coinvolti nell’operazione “Infinito“.
L’ex assessore Forza Italia “gestiva la cassa per i detenuti”
Sono due le figure di spicco che emergono dall’operazione: Domenico Zema e Giuseppe Pensabene, personaggi al vertice della locale di Desio. Il passato di Zema è emblematico. Sposato con Loredana Moscato – figlia figlia di Giuseppe Annunziato Moscato alias “Peppe”, capo indiscusso della locale arrestato nell’operazione Infinito - è stato arrestato 2000 nell’operazione “Scilla” condotta dal Ros dei Carabinieri di Reggio Calabria nei confronti della cosca Iamonte, ma è stato poi prosciolto da tali reati, ottenendo, nel corso del 2011, la riabilitazione e la cancellazione dalla banca dati dell’arresto (in realtà l’interrogazione viene storicizzata e quindi appare unitamente all’assoluzione). All’epoca del suo arresto, Zema era assessore all’Urbanistica in quota a Forza Italia nel comune di Cesano Maderno (MB), e aveva lasciato la politica per dedicarsi alle costruzioni
edili. Secondo i magistrati antimafia di Milano era lui che insieme a Pensabene 2) coordinava la raccolta di fondi a sostegno dei parenti degli affiliati alla locale finiti in carcere con l’operazione “Infinito”. Zema impartiva suggeriva poi a Pensabene come investire le grosse somme di denaro contante e su come conservare meglio tali somme; gli dava la sua autorizzazione per avviare il giro di usura e minacciava un imprenditore perché non lavorasse più nella zona di Desio.
Il capo dell’organizzazione
Secondo i magistrati milanesi il vero cardine del sistema era Giuseppe Bensabene, co-reggente della locale, scampato dall’inchiesta Infinito nel 2010. Era lui ad avere allestito la complessa struttura. “Una vera e propria banca clandestina dedita alla sistematica perpetrazione dei delitti di riciclaggio, di usura, di estorsione, di esercizio abusivo del credito e di contrabbando”, scrive il gip di Milano nell’ordinanza di custodia cautelare. Pensabene era il dominus di questa
organizzazione: impartiva ordini, Giuseppe dirigeva concretamente la complessa struttura, assegnando i compiti e impartendo disposizioni ai diversi associati; scegliendo come investire il flusso di denaro contante procurato in Calabria, e in Lombardia; fissava i tassi di interesse (usurari) dei prestiti e il costo del denaro contante venduto; si occupava della gestione dell’ampia rete di società di copertura, alcune delle quali da lui usate per creare “schermi” per i capitali illeciti; esercitava, tramite i suoi collaboratori, un controllo costante ed attento sulle gestione delle attività economiche acquisite e su quelle sulle quale aveva deciso di puntare; “eseguiva, infine, – scrive il gip – personalmente o mandando i suoi collaboratori, le estorsioni, alcune delle quali finalizzate a recuperare i crediti, altre a tutelare il prestigio e gli interessi dell’associazione mafiosa o di singoli suoi esponenti. Inoltre manteneva i rapporti con altri gruppi criminali lombardi, come quello dei fratelli Martino, Giulio e Domenico, referenti della cosca Liberi, o quello su un gruppo legato alla famiglia Fidanzati, e con Antonio Robertone alias “Ciccio Panza”, esponente di spicco della cosca Mancuso. Redazione Il Fatto Quotidiano | 4 marzo 2014