Enrico, Gianni e il Mose. I Letta tirati in ballo nell’inchiesta veneziana
 











"Leggo falsità sul mio conto legate al Mose. Smentisco con sdegno e nel modo più categorico. Non lascerò che mi si infanghi così". È categorico l’ex premier Enrico Letta, via twitter, rispetto alle accuse che gli muove Roberto Pravatà. Il vicedirettore generale del Consorzio Venezia Nuova che sostiene che il Consorzio stesso abbia appoggiato la candidatura di Letta nel 2007 con 150 mila euro.
«Cado totalmente dalle nuvole» è la replica dell’ex premier, «tutti i finanziamenti che ho ricevuto nelle mie campagne elettorali sono sempre stati regolarmente denunciati e registrati, e dunque sono pubblici».
Pravatà nel corso dell’interrogatorio avrebbe però sostenuto che il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati lo avrebbe convocato «per dirmi che il Consorzio avrebbe dovuto concorrere al sostentamento delle spese elettorali dell’onorevole Enrico Letta, che si presentava come candidato per un turno elettorale attorno al 2007, con un contributo
dell’ordine di 150mila euro». Come? «Il presidente mi disse che Letta aveva come intermediario per il Veneto, anche per tale finanziamento illecito, il dottor Arcangelo Boldrin, con studio a Mestre. In effetti venne predisposto un incarico fittizio per un’attività riguardante l’arsenale di Venezia».
Letta nega. Così come ha negato lo zio Gianni, il cui nome è uscito dai faldoni giusto due giorni prima di quello del nipote. «Il mio coivolgimento è una favola» ha detto l’ex sottosegretario di Silvio Berlusconi. E ha annunciato querele, affidandosi alla tutela dell’avvocato dell’ex Cabaliere Franco Coppi. «Non esistono né richieste di denaro, né versamenti. Non sono mai esistiti, mai pensati e neppure immaginati» dice Letta zio, convinto che se i giornalisti avessero letto l’ordinanza del Gip, «avrebbero dovuto rinunciare al gioco perverso della insinuazione maliziosa».
Rivendica «un normale e doveroso contatto istituzionale», Letta, rispetto a quello che per Piergiorgio Baita, ex
presidente della Mantovani, sarebbe stata una richiesta di favori, subappalti a «certe imprese» e a un «aiutino» all’ex ministro alle Infrastrutture Pietro Lunardi.
Smentiscono i Letta. E nessuno dei due risulta indagato. Però bisogna registrare che non è la prima volta che vengono coinvolti nella storia del Mose. E non solo, come ovvio, per gli incarichi ricoperti, che - come dice Letta zio - hanno prodotto «doverosi contatti». Già un anno fa furono tirati in ballo, insieme, in accoppiata, per il Mose.
Gianni per un bigliettino di ringraziamento ritrovato nella sede della Palladio Finanziaria, una delle aziende del Consorzio. Letta senior di suo pugno ringraziava, «per il regalo ricevuto», il finanziere Roberto Meneguzzo, capo della holding di Vicenza. Meneguzzo è lo stesso che ora è nella lista dei 35 arresti con cui è esplosa la vicenda Mose, e secondo Mazzacurati era per il Consorzio il ponte con il governo Berlusconi e il ministero guidato da Giulio Tremonti.
Per Enrico,
invece, fu scomoda la sponsorizzazione, pur trasparente, del Consorzio Venezia Nuova a Vedrò, il think tank dell’ex premier, per le edizioni delle stagioni 2011 e 2012.
Il logo del Consorzio è sulle locandine dell’evento estivo organizzato sulle riva nord del lago di Garda, in compagnia di altri sponsor eccellenti, da Autostrade e Ferrovie, a Lotto e Moby. “Inchiesta sul Mose: perquisito anche Capecchi, tesoriere di Vedrò”, titolano i giornali a metà del luglio scorso. La Guardia di Finanza, su decreto di perquisizione del pm Paola Tonini, si reca nell’abitazione di Capecchi, a Perugia, e nella sede romana dell’associazione, per mettere insieme i faldoni di tutte le società che hanno avuto rapporti con il Consorzio. Sono oltre cento e tra loro c’è Vedrò.
Può succedere. Come può succedere che tanto Gianni quando Enrico si siano sempre spesi per la grande opera in Laguna. Il quotidiano «la Nuova Venezia», il 17 luglio 2013, osservava: «Letta, ricordano i comitati anti-Mose, fu nel
2006 il coordinatore della commissione insediata da Prodi – di cui era sottosegretario – che aveva bocciato tutte le alternative al Mose». Luca sappino,l’espresso