Il senatore Tarquinio: "A Foggia il pizzo non esiste", ma il figlio paga tremila euro al mese
 











Domenica ha attaccato Michele Emiliano che aveva denunciato la piaga delle estorsioni a Foggia. "Se sa qualcosa, vada in Procura". Se è curioso e vuole sapere come funzionavano le cose direttamente dai testimoni, il senatore di Forza Italia Lucio Tarquinio potrebbe chiedere informazioni a suo figlio, Antonio, che pagava regolarmente tremila euro al mese di pizzo alla mafia foggiana. Ottenendo "protezione" per la sua ditta, ma anche l’appoggio elettorale per il padre. Il retroscena viene fuori dagli atti dell’inchiesta Corona, portata avanti dalla Dda di Bari e che a breve tornerà di nuovo davanti al giudice per le udienze preliminari, dopo che una parte consistente degli imputati ha già chiesto e ottenuto il rito abbreviato.
Leggendo gli atti depositati dai carabinieri del Ros viene fuori che Antonio Tarquinio, titolare della ditta di costruzione Ites, pagava regolarmente il pizzo al clan Mansueto-Trisciuoglio-Prencipe. A riscuotere erano Carlo
Borreca (che è stato già condannato per questo in abbreviato) e Giuseppe Zuccarini. Furono loro su ordine di Michele Mansueto (poi ucciso in un regolamento di conti mafioso) "a costringere mediante minaccia l’imprenditore Antonio Tarquinio a versare, per il tramite del suo factotum Celestino Perrini, in loro favore una somma pari a circa 3mila euro mensili". Determinante per ricostruire l’estorsione ai danni del figlio del politico è stata la confessione di un killer della mafia foggiana, oggi collaboratore di giustizia, Antonio Catalano. "Tarquinio gli dava i soldi..." mette a verbale Catalano "e assumeva anche persone a lavorare. Però aveva il suo tornaconto: era favorito negli appalti e se qualcuno gli dava fastidio, loro erano le guardie... Si trattava di una estorsione di comodo...".
"Quindi non erano proprio vittime... " chiede il capitano dei carabinieri Piergiorgio Leonardi a Catalano durante l’interrogatorio del 2009 che ora è agli atti dell’inchiesta Corona. "Anche per i
voti, ci siamo attivati per i voti... " risponde Catalano "quando è stato per la Regione loro si sono attivati, loro sono venuti da noi. Subito dopo le votazioni comunali che si fecero ci dovevano essere quelle regionali, allora lì era candidato Lucio Tarquinio. Lucio Tarquinio faceva già forza su Biagini (Leonardo Biagini, consigliere di An vittima di un agguato mafioso, ndr). Vedi, facci aiutare... vedi che tutti i lavori che abbiamo fatto.... Cioè loro fecero proprio chiara ed esplicita richiesta: Antonio, mo’ dobbiamo aiutare a Lucio Tarquinio e cose". "A lei personalmente fu chiesto questo?" chiede ancora il capitano.
"Sì" risponde Catalano "perché io avevo fatto molto per Biagini nelle votazioni, cioè ero riuscito a portare dei voti, avevo dato una immagine eclatante nelle votazioni. Anche diversi coaffiliati miei si erano mossi...". "E quindi quanti voti pensa di aver portato a Biagini? ". "Lui ne prese 1043, io dico che il 50 per cento... senza esagerazione il 40 glieli
abbiamo portato noi. E poi mi dissero: ora dobbiamo aiutare Tarquinio ".
"Ma lui sapeva che lei era malavitoso? " chiede ancora Leonardi. "Certo che lo sapeva. Lo sapeva pure Tarquinio, lo sapeva Antonio Tarquinio, tutti lo sapevano. A me a Foggia tutti mi conoscevano...". Due annotazioni: nessuno ha denunciato estorsioni, nemmeno Tarquinio che per questo come gli altri estorti rischia la falsa testimonianza. Nel processo sarà costituita la Camera di commercio di Foggia ma non il Comune, guidato dal sindaco di Forza Italia Franco Landella. Giuseppe Caporale-Giuliano Foschini,repubblica