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Per un giudizio sulle ronde, non bisognerà aspettare molto. Conoscendo Famiglia Cristiana il prossimo editoriale si concentrerà proprio su questa ultima trovata del governo, fresca di approvazione. Un antipasto oggi in edicola affidato alla penna di Beppe del Colle (dal titolo che è tutto un programma: «Quando il parlamento è ridotto solo a notaio») che sottolinea come «su 45 leggi approvate nell’attuale legislatura, 44 portano la firma del Governo, una soltanto quella delle Camere; per di più, 25 di esse sono conversioni di decreti legge». Strano caso quello dello storico settimanale paolino fondato nel lontano 1931. Fedele alla Chiesa ma sempre rivendicando una propria autonomia di giudizio. Amato e odiato allo stesso tempo. Dipende dai punti di vista. E dall’argomento trattato. Gli stessi che la portano ad esempio come la verità scesa sulla terra (vedi il caso di Eluana Englaro) gli danno addosso quando dalle sue pagine si levano attacchi al governo sulle politiche migratorie. È la stampa bellezza, si direbbe. No, è Famiglia Cristiana presa per la giacchetta dall’opportunismo politico di turno. In Italia funziona così. Funziona che un giornale è «cattolico e cristiano» finché si schiera contro l’aborto e diventa «bolscevico e comunista» quando paventa in Italia il ritorno del fascismo. Ultimamente il giornale dei paolini di «nemici» se n’è fatti molti. Specie a destra. «Attacchi strumentali» lamentano Berlusconi e i suoi afecionados. «Semplici battaglie di civiltà» risponde il direttore don Antonio Sciortino alla guida del settimanale dal 1999. Che giura di non avere nulla di personale con questa maggioranza ma che «su determinati temi la carità cristiana impone delle posizioni nette». E coraggiose, aggiungiamo noi. Critiche a destra ... E così il titolo «Famiglia cristiana contro qualcuno o qualcosa» è diventato un appuntamento settimanale quasi fisso, amplificato da mezza stampa italiana. Contro la legge sull’immigrazione, ispirata alla xenofobia delle «osterie padane», denunciando la «cattiveria» del ministro Maroni, che fa precipitare l’Italia «nel baratro di leggi razziali» con «con i medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini». E contro il pacchetto sicurezza giudicato «indegno in uno stato di diritto» (febbraio 2009). Contro il ministro dell’Istruzione chiedendo il ritiro dei decreti Gelmini «per il bene della scuola e del Paese» (ottobre 2008). Contro le impronte ai bimbi rom («quando i bambini ebrei venivano identificati con la stella al braccio»), e contro il Viminale accusato di riproporre «il concetto di razza nell’ordinamento giuridico» (luglio 2008). Contro il sindaco di Roma Alemanno «che in giacca e cravatta caccia i poveri dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati» (agosto 2008). Contro Berlusconi «ossessionato dai pm» (giugno 2008). Contro la Lega che gioca sulle «paure degli italiani» perché «non c’è nessun motivo per punire i criminali stranieri con più forza di quelli italiani» (maggio 2008). E andando più indietro nel tempo, contro l’editto bulgaro, contro le leggi ad personam, contro la legge Bossi-Fini, contro l’invio di militari in Iraq. E potremmo continuare ancora per un bel po’. ... E a manca Ma, come ci tiene a sottolineare don Sciortino, la «nostra battaglia non è ideologica ma sui contenuti». Esempio lampante il caso Englaro. Così si leggeva, non più di due mesi fa, sulle pagine del settimanale a firma di Alberto Bobbio. «Eluana Englaro morirà? In un groviglio di polemiche in un turbinio di incubi e speranze. C’è una ragazza che potrebbe continuare a vivere, perché c’è qualcuno che le vuole bene. Ma il padre e i giudici hanno deciso che, invece, non sarà così. Eluana andrà a morire nelle feste di Natale e Capodanno? Mentre altri stappano spumante, affettano panettoni e mescolano lenticchie e cotechini, una mano staccherà il sondino e un’altra inietterà calmanti». Parole durissime che fecero scaldare la sinistra. Come durante l’ultima campagna elettorale, quando il giornale sferrò un attacco a Veltroni, reo «di tradire i cattolici» e farsi condizionare dai radicali. Uno spunto troppo ghiotto per la destra che in più di un’occasione sbatteva in faccia l’articolo all’esponente democratico di turno: «Come, lo dice pure Famiglia Cristiana». O nella più classica delle battaglie cattoliche: l’aborto. «Oggi - si legge sul numero di Famiglia Cristiana del maggio 2008 - ci sono i numeri in parlamento per sgretolare il "mito della 194"». Ma, per non farsi mancare nulla, uno schiaffo lo ha sferrato anche al centro. Ed ha preso in pieno Casini, «cattolico col bollino ma poco coraggioso» (marzo 2008) per via di alcune candidature scomode, vedi Totò Cuffaro. Risposte poco cristiane In questa normale diatriba giornalistica è il governo che se l’è presa più a male. Alternando nervosismo a risposte al vetriolo. Il più piccato è l’onorevole Gasparri, che non eccelle certo per il suo dolce stil novo espressivo. «Catto-comunista», «delirante», «becera», solo per citare le offese più "cristiane". In scia il giornale del suo partito, Il Secolo d’Italia, che l’ha ribattezzata «Fanghiglia cristiana». E anche un ex unione-democratico-cristiano come Carlo Giovanardi non le ha risparmiato bordate, considerandola «l’organo di stampa dei centri sociali» che usa toni «da manganellatori fascisti». Posizioni piccate e anche qualche boicottaggio. Famoso quello di Berlusconi che si rifiutò, durante la campagna elettorale del 2006, di farsi intervistare dal settimanale che aveva osato, qualche giorno prima, uscire in edicola con un’inchiesta sull’ingerenza della mafia sulla costruzione del ponte sullo stretto di Messina, facendo imbufalire l’allora ministro Lunardi. Ultimamente dal «con te non parlo» si è passati direttamente al «ti denuncio». Il ministro Maroni, che non vuole passare per razzista e xenofobo, ha dato mandato al suo avvocato di querelare il settimanale. Ma colpi bassi sono arrivati da tutte le direzioni, perfino dalle alte sfere ecclesiastiche. Nel 1997 il cardinal Camillo Ruini, allora presidente della Cei, criticò la linea editoriale del settimanale paolino per la sua «estrema spregiudicatezza» nel trattare temi morali, sessualità in testa. Giudizi pesanti e autorevoli che costrinsero il direttore, Leonardo Zega, alle dimissioni e il giornale fu commissionato per un anno, fino all’avvento di don Sciortino. Che dopo nove anni di onorata direzione, voci di corridoio dicono non se la stia passando proprio bene. Il calo delle vendite Ma ai giudizi non proprio lusinghieri don Sciortino è solito rispondere con una frase del monsignor Alberioni, tra i fondatori della testata: «Criticateci pure ma ricordate che Famiglia Cristiana arriva dove molti preti non arrivano». Fino a dieci anni fa era sicuramente così, oggi un po’ meno. Stessa tipologia di distribuzione (40% delle copie vengono vendute nelle parrocchie, 40% nelle edicole, 20% in abbonamento), ma diverso il «peso» delle copie vendute. La crisi che ha colpito la carta stampata non ha risparmiato infatti neanche i giornali religiosi. «Stiamo subendo una forte crisi di vendite - spiega l’amministratore unico del Gruppo San Paolo, don Vito Fracchiolla - e se prima i suoi utili contribuivano a tenere in vita anche gli altri 13 periodici del Gruppo, adesso riescono appena a coprire le spese della rivista stessa». Le cifre sono infatti impietose e dicono 28mila copie perse solo nel 2007 che in euro fanno due milioni di euro tondi tondi. E andando più indietro il confronto si fa sempre più infausto. Basti pensare che nel 1999 viaggiava mediamente sulle 550mila copie vendute, nel 2004 è passata alle 406mila, quattro anni dopo si è arrivati a 256mila. E un deficit di quasi 26 milioni di euro. Che vuol dire chiusura immediata delle redazioni distaccate di Roma, Bologna, Venezia e Torino, e il trasferimento all’unica sede di Milano di quattordici giornalisti. Stiamo parlando di un settimanale che in epoca d’oro, non più di vent’anni fa, tirava oltre un milione di copie, con utili da far suonare le campane a festa ai paolini e a tutto il loro gruppo editoriale. Ora tutto è cambiato. E la conferma, piccola ma significativa di questa irrefrenabile discesa, c’è la dà l’edicolante dietro la basilica romana di San Paolo. «Si vende di meno, molto di meno. Anni fa, la domenica, appena la gente usciva dalla messa passava di qua e chiedeva la sua bella copia. Era un quasi un rito, un gesto meccanico per lo più degli anziani». Poi, ammette sussurrando quasi fosse un peccato: «Da un po’ di tempo si vende meglio L’Avvenire. Vero don Carlo?». Il prelato mette una copia del giornale dei vescovi sotto al braccio, annuisce e se ne va.de Il Manifesto
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