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Il problema non è il controllo sugli appalti ma come si neutralizza la forza delle mafie |
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di Gemma Contin
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http://www.youtube.com/watch?v=4H0Zj82icms
Nicola Gratteri è procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia presso il Tribunale di Reggio Calabria. Conosce la ’ndrangheta meglio di chiunque altro, essendo impegnato da anni sul fronte di indagini molto importanti, tanto da essere costretto a vivere sotto scorta dopo la scoperta da parte dei carabinieri del Ros di un arsenale con cui l’organizzazione criminale stava preparando un attentato contro il magistrato. Lo abbiamo intervistato dopo gli arresti di Cologno Monzese, nell’hinterland di Milano, che hanno visto cadere nella trappola delle forze dell’ordine venti esponenti delle famiglie storiche della ’ndrangheta di Isola Capo Rizzuto, nei cui confronti sono state emesse ordinanze di custodia cautelare in carcere,per attività finalizzate al riciclaggio di denaro sporco, al controllo del territorio, «all’inserimento nelle procedure di assegnazione di appalti di importanti società impegnate nella realizzazione di opere pubbliche tra le quali alcune tratte dell’Alta Velocità delle Ferrovie dello Stato». Dottor Gratteri, lei è tra le persone che più di tutte hanno indagato sui meccanismi con cui le mafie si inseriscono negli ingranaggi dell’economia legale. Come fa la ’ndrangheta calabrese ad accaparrarsi appalti pubblici e grandi opere a Cologno Monzese? Le faccio un po’ di storia. Partiamo da metà degli Anni Settanta, quando c’è una rivoluzione tra la vecchia e la nuova ’ndrangheta, tra i grandi patriarchi come Antonio Macrì e don Mico Tripodo che volevano che rimanesse com’era, ferma, bloccata sul territorio e negli affari, mentre i giovani, i quarantenni, quelli che dalla coppola sono passati a internet, hanno cominciato a dire che quella ’ndrangheta: dell’abigeato, della guardianìa, dei sequestri o anche delle mazzette del 4% sugli appalti,gli andava stretta. Hanno cominciato a dire: noi vogliamo entrare nel meccanismo economico, vogliamo entrare dentro la pubblica amministrazione. Così sono stati uccisi i vecchi patriarchi, hanno vinto i quarantenni e hanno dato vita alla cosiddetta “Santa”, che si riconosce per alcuni specifici segni di affiliazione, ma la cui caratteristica fondamentale è stata quella di fare da connessione tra la ’ndrangheta e la massoneria deviata. E fare parte della massoneria ha significato entrare in contatto diretto con i professionisti, gli imprenditori, i banchieri, gli amministratori locali, il potere politico. Quindi non stare più nell’ombra ma sedersi attorno allo stesso tavolo e discutere chi aderisce all’appalto, dove deve essere costruita l’opera, se e chi la deve costruire. Ma se questo si capisce e si può controllare in ambito locale, su base regionale, come può avvenire invece a livello nazionale, quando in corsa ci sono grandi gruppi, consorzi di imprese, i general contractors? Come può avvenire per le grandi opere come l’Alta Velocità o la Salerno-Reggio Calabria o il Ponte sullo Stretto, con le gare vinte da consorzi di imprese come l’Impregilo? Succede che è talmente forte la presenza della ’ndrangheta su tutto il territorio nazionale che quanto meno, anche senza partecipare direttamente all’appalto e all’offerta, a livello di forniture, automezzi, uso di attrezzature, escavatori, gru, eccetera, tutto questo è controllato dalla ’ndrangheta, la quale compare a livelli di subappalti, di ditte esterne, ed anche nella fornitura di manodopera, perché è molto importante il controllo delle persone da assumere. Non solo e non tanto perché dove la disoccupazione è del 20-25% dare lavoro è il modo più diretto di controllare il consenso, ma anche perché il capo ’ndrangheta può rivendicare che dove non è riuscito il collocamento, dove non è riuscito l’ufficio del lavoro, o il sindacato, è la ’ndrangheta che riesce a collocare la sua manodopera. E se questo riguarda cinquanta-cento padri di famiglia, lei capisce bene che quando verrà il giorno di votare, quelli si ricorderanno di chi gli ha dato il lavoro e la ’ndrangheta potrà chiedergli di votare per questo o quel candidato. E a sua volta il candidato eletto non potrà non ricordarsi di chi lo ha fatto votare.Uno strumento di potere “politico” assoluto. Ma continuo a chiedermi e le chiedo, è possibile che questo avvenga anche in Lombardia, in Emilia Romagna? No guardi, questo non avviene a livello locale, avviene a livello nazionale; perché se lei è un consorzio di imprese che deve costruire la Salerno-Reggio Calabria, o il Ponte sullo Stretto, o l’Alta Velocità, non è che si porta il camion da MiIano o il cemento da Roma. Sarà il camion locale della ’ndrangheta, sarà l’impianto locale di cemento controllato dalla ’ndrangheta. E questo non da ora, ma da decenni. Non esiste una sola arera del territorio nazionale dove non sia insediata la ’ndrangheta. E anche a livello internazionale. A Città del Capo c’è un’affiliazione della ’ndrangheta. A Londra c’è un’organizzazione della ’ndrangheta. Non parliamo in Germania, in Belgio, in Olanda. Non parliamo di Canada, Australia, Stati Uniti. La ’ndrangheta è dappertutto. Oggi siamo davanti a uno scenario per cui, anche a fronte della crisi economica, il governo ha fatto delle grandi opere il suo “new deal”, punta cioè ai lavori pubblici per far ripartire l’economia. In questo quadro come si contrasta il rischio di infiltrazioni criminali nei grandi appalti? Guardi, al punto in cui siamo temo che non esista una ricetta che possa contrastare il rischio di inquinamento. Se dovessi dirle uno slogan, le direi che bisogna fare il contrario di quello che hanno fatto tutti i governi negli ultimi quindici anni. Con la Seconda Repubblica dal punto di vista sostanziale si è fatto troppo poco per contrastare le mafie. Si sono fatte tante e tali modifiche alla legislazione antimafia che sostanzialmente hanno finito per favorire le mafie. Quando io parlo di lotta alle mafie faccio un discorso a monte, non guardo solo a valle a quello che avviene negli appalti. Il discorso degli appalti è solo uno spicchio degli affari della ’ndrangheta, della camorra, di Cosa Nostra. Usciamo da una visione “minimalista e arcaica” delle mafie. Quando un capo mafioso maneggia flussi finanziari enormi si pone il problema di diversificare gli investimenti”: si occupa di estorsione, usura, appalti, traffico di droga. Allora io dico che non voglio ragionare su questo o quel settore. Dico che la questione è a monte. Che riguarda tutta la filosofia di contrasto alle mafie, degli strumenti di lotta alle mafie, altrimenti, se parliamo solo di appalti, o solo di riciclaggio, anche se vince un appalto una ditta di Oslo o di Berlino, non sarà cambiato niente, non affronteremo il problema complessivo. E il problema complessivo è come si organizza la lotta dello Stato alle mafie, di come si neutralizza la forza delle mafie. Come? Con una modifica globale del codice penale, del codice di procedura penale e ell’ordinamento penitenziario. Se ci mettiamo a fare filosofia del diritto o ideologia dei massimi sistemi, cioè dichiarazioni di ideologia della lotta alle mafie, non ci arriveremo mai. Noi abbiamo avuto negli ultimi quindici anni, pur con approcci al problema e punti di vista diversi tra centrodestra e centrosinistra, anche se tutti hanno detto che volevano sconfiggere le mafie, dal punto di vista sostanziale non hanno poi fatto altro che favorire le mafie. L’unica cosa seria dell’ultimo decreto è l’abolizione del patteggiamento in appello. E’ stato l’unico correttivo agli obbrobri degli anni precedenti. Quando noi parliamo di ’ndrangheta parliamo di soggetti che hanno il potere di intervenire, regolamentare e modificare la vita politica economica e amministrativa di un paese. Allora bisogna avere il coraggio di dire intanto che il mafioso non si ravvede. Un mafioso non smette di essere mafioso. Ma noi continuiamo a pensare che la pena tende alla rieducazione del condannato. Per il mafioso non è così. Per la mia esperienza si può ravvedere un omicida, un rapinatore, chiunque, ma non un mafioso. Allora noi dobbiamo parlare di pene serie, di certezza della pena, in modo da dimostrare che non conviene essere ’ndranghetisti. Dovremmo intervenire ad esempio limitando il potere discrezionale del giudice, perché tra il minimo e il massimo della pena c’è molto spazio: mediamente si parte da metà pena, poi ci sono le attenuanti generiche, il rito abbreviato, e così un mafioso si fa cinque anni di carcere. Cosa vuole che siano cinque anni di carcere per un mafioso davanti al potere di comandare e egolamentare la vita di un paese? Perché un capomafia che esercita quel potere in un paese o in un quartiere o in una città come Milano, dovrebbe rinunciare a quel potere e ai suoi affari? Per quale motivo si dovrebbe ravvedere? E le riforme annunciate dal ministro Alfano vanno in questa direzione? No, non vanno in questa direzione. A cominciare dalla questione delle intercettazioni. Bisogna creare un sistema di certezze, creare un sistema penale e processuale proporzionato alla realtà criminale. Invece noi siamo esageratamente garantisti in Italia. Io dico che la pena deve essere comminata in dibattimento e che il rito abbreviato è l’ammissione dell’impotenza dello Stato a fare dibattimenti e a celebrare i processi. Dico che bisogna creare per i reati di mafia un sistema più certo e più serio delle pene, tale da rendere non conveniente essere uomini della ’ndrangheta e di Cosa Nostra.de Liberazione
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