Colpa nostra
 







di Gabriele Polo




Nessuna responsabilità, nessun colpevole, un fatale incidente, cui magari ha contribuito un filo di leggerezza di chi ne è rimasto vittima. Così gli americani vorrebbero chiudere il «caso Calipari» e se non lo hanno già fatto è per l'opposizione dei due «ospiti» italiani nella loro commissione d'inchiesta, preoccupati - i nostri - di non avallare una versione che costituirebbe un'umiliazione per chi ha liberato Giuliana Sgrena. E, anche, per l'intero governo italiano. Se le cose andranno come sembra stiano andando, se il compromesso che verrà trovato dentro quella commissione militare sancirà l'inesistenza - e perciò l'impunibilità - dei responsabili dell'omicidio di Nicola Calipari e del ferimento di Giuliana Sgrena, non avremo nemmeno un capro espiatorio, soltanto un eroe morto per imprudenza. Alla fine il colpevole sarà proprio lui. Forse siamo un po' fissati, forse insistiamo troppo nel chiedere la verità su ciò che è successo a Baghdad la sera del 4 marzo, mentre gli stadi di calcio sono a rischio di chiusura, il governo traballa e il centrosinistra aspetta che cada, 6.000 giornalisti assediano il Vaticano per scoprire come finirà il Conclave. Forse queste sono cose molto più importanti. Ma non possiamo dimenticare quella breve gioia per la liberazione di Giuliana che si trasforma in dolore per l'omicidio di Nicola, non ci passa dalla mente quella scena di potenti che allargano allibiti le braccia di fronte a un potere che li sovrasta e che uccide. E non solo per il rispetto che dobbiamo a noi stessi e a una persona per bene ammazzata da «fuoco amico» - per la memoria sua e per il presente dei suoi familiari - ma anche perché in quella notte abbiamo visto concretizzarsi il modo in cui la guerra domina le relazioni umane e si sostituisce alla politica. Lo vediamo confermato oggi, in ciò che trapela da una relazione che vorrebbe ribadire quella supremazia e sancirla in conclusioni «giuridiche». Non è la fissazione personale di chi è stato investito direttamente da un lutto, è un problema politico che dovrebbe riguardare tutti, perché a tutti parla.
Noi abbiamo una Costituzione che ripudia la guerra e nel suo nome manifesteremo il prossimo 25 aprile. Ma un corteo non basta per difendere i suoi princìpi: se non sono praticati restano lettera morta ed è così che la Costituzione muore. La verità sulla morte di Nicola Calipari, l'individuazione dei responsabili, il non accontentarsi di qualche soldatino alla sbarra - anche se gli americani non vogliono nemmeno questo - sono parte di quella pratica, proprio come lo sarebbe ritirare le truppe dall'Iraq; altrimenti la politica non ha più senso, tutto rischia di diventa uguale e indistinto: le svastiche e le falci e martello delle curve di uno stadio, le parole di «destra» e di «sinistra», persino l'identità del prossimo papa. Per questo insistiamo su cose che a molti appaiono «minori», per questo chiediamo al governo italiano di non accettare la versione
dell'alleato americano, un «piccolo» atto di coraggio in difesa di un suo funzionario.
Oggi i princìpi non valgono più molto, conta il profitto e l'utilità che si possono trarre dai gesti. Se vale per gli individui, è ancor più vero per gli stati. Ma i princìpi è bene ricordarli, almeno per svelare la lontananza tra ciò che si dichiara e i comportamenti concreti. Gli Sati Uniti d'America sono l'unico paese al mondo che sancisce nel proprio dettato costitutivo il diritto alla felicità. Già, la felicità: ma di chi?