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di John A. Manisco-Lucio Manisco
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Sono due le associazioni professionali e sindacali dei mass media statunitensi che hanno assecondato l'ultima iniziativa della Federazione Internazionale dei Giornalisti ed hanno chiesto con una lettera al presidente G.W. Bush «di prestare ascolto alle richieste degli operatori dell'informazione di tutto il mondo promuovendo una inchiesta indipendente sul numero senza precedenti di morti tra il personale dei mass media che operano nel quadro della guerra in Iraq». Si tratta della «Newspaper Guild - Communications Workers of America» e della «American Federation of Television and Radio Artists»; è la prima volta che le due organizzazioni contribuiscono alla campagna da tempo condotta dalla Federazione internazionale dei giornalisti per tutelare l'incolumnità e la libertà d'azione dei suoi membri sullo scacchiere bellico iracheno. Come ha riferito Stefano Chiarini sul manifesto del 9 aprile, la Federazione Internazionale è intervenuta nella stessa data in termini molto più aspri per denunciare le responsabilità del Pentagono soprattutto per quanto riguarda i 14 giornalisti uccisi da militari statunitensi negli ultimi due anni. Le differenze di tono e di sostanza tra le due iniziative sono ben emerse dalle dichiarazioni rese da Linda Foley, presidente del «Newspaper Guild». «Riconosciamo naturalmente che gran parte dei giornalisti che muore ogni giorno viene uccisa da estremisti crudeli e noi inequivocamente condanniamo questi attacchi e i loro mandanti - ha commentato la Foley - al tempo stesso gli Stati uniti devono difendere le loro tradizioni di libertà e di giustizia e prendere atto delle apprensioni dei giornalisti nel mondo intero». Una dichiarazione che rispecchia il clima di «fear and loathing», di paura e odio come lo definì il compianto Hunter Thompson, creato dall'amministrazione Bush in alcuni settori minoritari dei mass media Usa, quelli meno asserviti ai poteri dei neocons. Va ricordato che Eason Jordan, direttore generale per le notizie per la rete Cnn, venne costretto alle dimissioni per aver dichiarato il 28 gennaio a Davos che almeno 12 dei 53 giornalisti uccisi in Iraq erano rimasti vittime del «deliberato fuoco americano» . In aperto, vergognoso contrasto il comportamento dei dirigenti della rete tv Cbs sul caso del cameraman iracheno assunto dalla stessa rete, ferito da marines la scorsa settimana e poi tratto in arresto perché, secondo le autorità Usa «poneva una diretta minaccia alle forze della coalizione». (Nella sua telecamera erano state ritrovate immagini di attentati della resistenza, il che, per le stesse autorità, avrebbe indicato la sua appartenenza alla stessa). I dirigenti della Cbs si sono limitati ad annunciare di avere avviato una indagine. Un comportamento così pavido ha indotto Reporters sans Frontieres ad assumere in proprio il ruolo che spettava alla Cbs ed a chiedere ieri agli Stati uniti il rilascio immediato del teleoperatore. E' ormai a tutti chiaro che i giornalisti indipendenti sono diventati bersagli primari delle forze armate americane, soprattutto se cercano, come Giuliana Sgrena, di documentare le sofferenze della popolazione civile o ogni altro evento da un'ottica diversa da quella ufficiale. Nel suo libro «Morire dalla voglia di raccontare la storia» Nik Gowing ha scritto: «Esistono ormai abbastanza prove che l'attività dei media in questo conflitto viene considerata dai comandanti degli Stati uniti di significato militare che giustifica una reazione militare volta a rimuoverla o almeno a neutralizzarla». La «neutralizzazione» non riguarda solo i giornalisti non embedded ma anche qualche rara e autorevole voce di dissenso ai vertici dell'informazione negli Stati uniti come dimostra la trappola tesa dagli strateghi della Casa Bianca al primo conduttore della Cbs Dan Rather, anche lui costretto a dimettersi per non aver verificato sufficientemente alcuni documenti sull'evasione certa da parte del giovane Bush dei suoi doveri militari nei riservisti dell'esercito. Questi vuoti aperti nel settore dell'informazione vengono colmati dal governo di Washington con la surrettizia produzione in proprio delle notizie: il New York Times ha rivelato il 13 marzo che almeno 20 agenzie federali avevano investito 250 milioni di dollari per produrre falsi resoconti e documentari inviati poi come autentici a diverse stazioni televisive. Non si sa quante risorse investa l'amministrazione Bush per arruolare o comunque condizionare i mass media europei che non abbiano volontariamente e sempre con eccesso di zelo sposato la causa della presente amministrazione americana. Va citato in questo ultimo caso l'esempio sconcertante fornito da Lucia Annunziata sul settimanale The Nation del 4 aprile scorso: sul caso Sgrena l'ex presidente della Rai scrive che l'antiamericanismo della sinistra italiana avrebbe contagiato il presidente del consiglio Berlusconi e lo stesso presidente della repubblica Ciampi. Invece di prendersela con le responsabilità italiane per la liberazione dell'ostaggio contrastata a colpi di mitraglia dalla soldatesca Usa, questa sinistra avrebbe preferito mettere sotto accusa il governo di Washington. Anticipando il prevedibile esito della cosiddetta inchiesta bilaterale sull'uccisione di Nicola Calipari e sul ferimento di Giuliana Sgrena, Lucia Annunziata scrive: «Il governo Berlusconi ha molte cose da chiarire sull'incidente. La versione italiana degli eventi è molto confusa. Perché l'automobile viaggiava di notte sulla pericolosa strada dell'aeroporto? Quando i funzionari italiani hanno informato gli americani dei loro movimenti con l'ostaggio liberato? O non se ne sono curati affatto? Il generale italiano che attendeva l'arrivo della Sgrena, per citare un esempio, non ha mai informato gli americani della sua liberazione, secondo la stessa testimonianza da lui resa agli inquirenti del suo paese. E il riscatto? Tutti ne hanno parlato, ma nessuno ne ha fornito conferma. E poi questa ambiguità dell'Italia non incoraggia la cattura degli ostaggi?». Antiamericanismo della sinistra italiana che anche quando avversa la guerra in corso condanna il peccato e non il peccatore? Mancanza di informazioni ai comandi Usa sulla liberazione dell'ostaggio, quando l'alta tecnologia ha di certo permesso loro di intercettare la missione di Calipari a Roma, a Abu Dhabi e a Baghdad prima ancora della notifica dei nostri servizi alle autorità americane? Lucia Annunziata dà evidentemente i numeri. Con la sua conoscenza del sistema miltare e politico Usa sa benissimo che i militari assassini di alto o di basso rango non verranno mai identificati e tanto meno incriminati per la sparatoria sulla strada dell'aeroporto.
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