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LA COLPA DI ESSERE LIBERI |
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di Gabriele Polo
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E' sbagliato chiedere ossessivamente la verità sull'omicidio di Nicola Calipari? Nessuno, almeno in Italia, osa affermarlo. Ma ci sono altri modi, più sottili e pericolosi, per seppellire le responsabilità dei suoi assassini (quelli materiali e quelli che hanno messo alcuni soldati americani nella condizione di uccidere). Repubblica, che è un grande e importante giornale, ha scelto fin dall'inizio la sua strada per assolvere l'operato americano, sposando la tesi dei tre errori: quello - fin troppo evidente - dei marines che sparano a chiunque, quello - politico - del governo italiano che ha voluto escludere gli Usa dalle operazioni per la liberazione di Giuliana Sgrena, quello - tecnico - di Nicola Calipari che ha voluto correre all'aeroporto in condizioni di scarsa sicurezza. Tre errori dello stesso peso che finiscono per sostenere la tesi dell'impossibilità d'indicare i responsabili di quell'omicidio. Tanti «colpevoli», nessun colpevole. Ieri, nell'intersecarsi di anticipazioni più o meno vere su quella che sarà la relazione finale della commissione d'inchiesta, Repubblica precisa il tiro: inutile chiedere la verità sul tragico esito del sequestro di Giuliana se non si chiarisce ciò che è successo nei giorni precedenti. Perché - ci spiega Giuseppe D'Avanzo - Calipari è stato sì ucciso dagli americani, ma è stato mandato allo sbaraglio da una decisione politica del governo e del Sismi che lo hanno costretto a muoversi in maniera avventata visto che le autorità italiane hanno voluto agire indipendentemente da quelle americane: gli Usa sono «limpidi» (sparano e basta, sempre), noi «furbetti» (facciamo gli alleati fedeli, mandiamo le truppe, ma poi finanziamo - con le trattative - il nemico).Nicola sarebbe così stato la vittima di questa tenaglia, avrebbe subito le decisioni politiche, pagando con la vita - e almeno questo è vero - un'azione solitaria. A corollario di questa tesi che sposa in pieno le ragioni americane - che vogliono assolvere truppa e comandi - l'editorialista di Repubblica punta il dito sull'opposizione (rea di aver accettato l'operato del governo), sulla Procura e su questo giornale («i cui vertici erano informati di ogni passo», dice). Saremmo, in sostanza, complici di un omicidio. E' impressionante come si possa usare una vittima affermando di volerne salvaguardare la memoria; fingere di cercare la verità più profonda cominciando con l'ignorarne l'evidenza più clamorosa; farsi paladini dell'opposizione a un governo sposando le ragioni di chi dall'altra parte dell'Atlantico detta le mosse delle sue scelte internazionali. Viene da chiedersi il perché: è solo un bisogno di fedeltà alla linea editoriale assunta fin dal giorno successivo all'omicidio di Calipari? è un uso strumentale di una tragedia in chiave di politica interna italiana, per dimostrare che è l'area di centrosinistra a essere il miglior alleato possibile di Bush? è un giochetto dentro la partita in corso sui futuri assetti dei servizi segreti italiani, in fase di «ristrutturazione»? Difficile rispondere. Noi che siamo un piccolo giornale - per un mese travolto da una vicenda forse troppo grande -, noi che non abbiamo la pretesa di dialogare con i poteri perché da essi siamo troppo distanti, possiamo solo ribadire alcune cose. La prima riguarda il nodo della «trattativa» in quei trenta giorni. Quando Giuliana venne rapita ci dicemmo una semplice cosa: «Dobbiamo fare di tutto per riportarla a casa. Senza recedere di un millimetro dall'opposizione alla guerra, perché quel sequestro è un atto di quella guerra». Le due cose (liberazione dell'ostaggio e ritiro delle truppe d'occupazione) erano intimamente legate. Quando abbiamo cominciato a frequentare palazzo Chigi siamo stati chiari: «Noi facciamo il nostro mestiere, voi (governo) fate il vostro, liberate Giuliana». L'ambiguità della posizione governativa (indagini, contatti e - poi - trattativa, da un lato, subalternità militare agli Usa, dall'altro) era una contraddizione loro, per noi andava sciolta nel senso del ritiro, per loro no. E, da parte sua, il governo italiano non ha mai preteso da noi nessuna abiura; sapevano di non poterlo fare. Quanto alla «connivenza» tra un quotidiano comunista e un governo di destra essa si è risolta nella collaborazione che sempre ci deve essere tra chi vuole liberare un ostaggio e la «famiglia» (in senso lato) dello stesso. Le informazioni strettamente necessarie. Nei primi giorni del sequestro ci si muoveva al buio: il governo e i servizi ci davano (ci hanno sempre dato) informazione di carattere generale (e, nell'autonomia assoluta di posizioni e «mestieri», è stato giusto così), a noi chiedevano notizie su Giuliana, sulla sua capacità di sopportazione di una condizione terribile e, poi, il riconoscimento delle cosidette «prove in vita» (oggetti personali, calligrafia, voce registrata). Ma in quei primi giorni il governo e il Sismi decisero anche la strada da seguire per arrivare alla liberazione di Giuliana: senza escludere una volta per tutte nessuna possibilità l'indirizzo fu quello delle trattativa, anche quando gli americani «offrirono» l'ipotesi del blitz (corredata persino dalle percentuali, non altissime, di riuscita). Fu una scelta giusta (la stessa fatta per gli altri ostaggi), noi - pur non essendo decisivi - l'abbiamo condivisa. In primo luogo per i pericoli che comportava per la vita di Giuliana e poi perché - almeno per noi - corrispondeva a una logica politica: si tratta, sempre, anche con chi è considerato un nemico. E' questa la forza di una democrazia. Una logica di pace, che evidentemente Repubblica non condivide, e che soprattutto non condividono gli americani che non trattano mai. Per questo abbiamo poi scritto che Nicola Calipari con il suo impegno personale in questa vicenda ha fatto un'operazione di pace. E, del resto, ai fautori della fermezza vorremmo chiedere se una simile logica si debba applicare anche ai sequestri di casa nostra, se gli eventi criminali o quelli di politica internazionale si possano risolvere positivamente usando la forza. Noi crediamo di no; chi lo pensa è pienamente interno alla filosofia della guerra preventiva. Il secondo nodo riguarda la figura e l'operato di Nicola Calipari. Un funzionario del Sismi deve certamente obbedienza ai suoi superiori: è un «militare», la legge è quella. Ma, per quanto abbiamo capito in un mese di frequentazione, Nicola non era una «pedina». Non solo era un dirigente stimato per l'alta professionalità, non solo era un grande conoscitore della situazione irachena e aveva una grande esperienza di sequestri di persona, ma era soprattutto una persona che non rinunciava alle sue idee. In quei trenta giorni abbiamo capito più cose sull'Iraq da lui che in vent'anni di giornalismo. E in virtù di questo suo sapere, Nicola ha condiviso sia l'ipotesi della trattativa che la necessità di non consegnarsi agli americani. Non crediamo che sia stato costretto a fare segreti patti con i rapitori: semplicemente Nicola sapeva benissimo che le autorità americane erano ostili a ogni «riconoscimento» del nemico (chiamano liberazione l'occupazione militare, terrorismo ogni forma di resistenza), anche quella derivata da una trattativa. Bisogna ricordare cosa hanno fatto gli Usa per ostacolare (con un bombardamento) la liberazione dei due giornalisti francesi sequestrati lo scorso anno? Oppure il loro tentativo di «intercettare» Simona Pari e Simona Torretta appena rilasciate? O chiedere che fine hanno fatto i giornalisti rumeni o i tre camionisti croati che secondo alcune fonti sono passati dai sequestratori agli americani, per sparire nel nulla? Nicola sapeva - lo sa chiunque - tutto questo. Di più era convinto che una risoluzione pacifica del sequestro di Giuliana avrebbe aiutato il ritorno in campo della politica in Iraq, abbassando i rischi della guerra civile, sottraendo argomenti al terrorismo. E' stato costretto da scelte politiche superiori a correre tutti i rischi conseguenti? Per come lo abbiamo conosciuto (per quel che vale questa testimonianza) rispondiamo di no: era perfettamente convinto della giustezza di quella linea. Si è mosso in maniera incauta? Non lo crediamo: correre all'aeroporto era l'unica scelta sensata. Ci si dica piuttosto perché le autorità militari americane che hanno avuto mezz'ora di tempo per avvisare i loro sottoposti che su quella automobile viaggiavano tre italiani non hanno impedito (nell'era della comunicazione globale, disponendo di tecnologie sofisticatissime) quella sparatoria, lasciando «al buio» (in ogni senso) una pattuglia di loro soldati, mettendoli nella condizione di comportarsi come normalmente ci si comporta in Iraq ai posti di blocco: sparando, poco importa su chi. Infine, l'inchiesta sulla notte del 4 marzo. Noi continuiamo a dire che in quella sparatoria c'è la tragica metafora di un mondo. Che arrivare - in qualsiasi modo - all'impunità per chi ha sparato e per i suoi superiori, significa avallare quel mondo: stracciare di nuovo un diritto internazionale già devastato dalla guerra preventiva, asserire l'impunità per chiunque porti una divisa statunitense, accettare la subalternità alle poltiche dei neocon americani. E permettere che la contemporaneità diventi una lotta mortale del «bene» contro il «male». Laddove il «bene» è il nostro campo, il «male» tutto ciò che ne è escluso. Chiedere la verità sulla sparatoria, non accettare versioni accomodanti, pretendere che la magistratura italiana possa fare perizie e interrogare (ad esempio, visto che l'identità dei soldati che hanno sparato è sconosciuta, il loro capo, il generale Geoffry J. Slak), non accontentarsi nemmeno di qualche capro espiatorio, tutto questo non è «solo» il migliore modo per rispettare la memoria di Nicola Calipari e rendergli giustizia, ma è anche un impegno per dare un senso ai princìpi della nostra Costituzione, una speranza alla democrazia. Questa è la colpa di cui siamo pronti a rispondere. Ce la assumiamo fino in fondo.da Il Manifesto |
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