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-Basta con l’ossessione identitaria chi nasce qui è cittadino europeo- |
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di Guido Caldiron
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Tahar Ben Jelloun, uno dei maggiori scrittori mediterranei, marocchino vive da trent’anni a Parigi, è in questi giorni in Italia dove ha ricevuto il premio Koiné, per "il coraggio della diversità" nell’ambito del MedFilm Festival, la rassegna di fiction e documentari che si svolge fino al 15 novembre a Roma. Da sempre attento al tema dell’emigrazione e della diversità, Ben Jelloun è un valido interlocutore per capire lo stato di salute dell’Europa su questi temi. In Francia il governo e lo stesso presidente Sarkozy si sono fatti promotori di un dibattito sull’"identità nazionale" che sembra giocare volutamente con la xenofobia. Insieme a altri intellettuali che hanno scelto di vivere nell’esagono, tra cui Atiq Rahimi, Andréï Makine e Amin Maalouf, lei ha risposto con un appello che contrappone "l’internazionalismo al nazionalismo". Ma cosa sta succedendo a Parigi? Già il fatto che esista in Francia un Ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale è qualcosa di scioccante. Che senso ha un nome simile che mette insieme cose tra loro assolutamente diverse? Gli immigrati non sono francesi, sono persone venute per lavorare in Francia e che talvolta hanno scelto di restarvi. Ma i loro figli, nati, cresciuti e andati a scuola in Francia cosa sono? Naturalmente sono francesi, non sono più degli immigrati come i loro padri e non hanno nessuna intenzione di partire per nessun "altrove" visto che il loro paese è la Francia. Dunque perché dare un tale nome a un ministero? L’identità nazionale della Francia è da decenni multirazziale e multiculturale e l’immigrazione ha contribuito da sempre a definirla, ma la scelta di Sarkozy non è stata fatta per questo, quanto piuttosto per compiacere l’elettorato razzista del Front National, da cui la destra conervatrice sta attingendo molti voti, dicendo: "terremo fuori dalla definizione della nostra identità nazionale i figli degli immigrati, trattandoli come degli stranieri". Si tratta di una evidente forzatura ideologica in un paese che conta invece ormai numerosissimi "matrimoni misti". E credo che il modo migliore di superare i pregiudizi e il razzismo sia proprio quello di incontrasi, amarsi e fare figli insieme. Questo tipo di impostazione del dibattito non riguarda però solo la Francia. Non le sembra che l’intera Europa dovrebbe misurarsi in modo molto diverso con l’immigrazione? Intanto l’Europa dovrebbe cominciare a costruire una politica comune sull’immigrazione, dialogando e aiutando i paesi d’origine e sviluppando politiche di accoglienza degne di questo nome. Allo stessto tempo si deve smetterla di considerare i figli degli immigrati che nascono qui come degli "immigrati" o degli "stranieri": si tratta a tutti gli effetti di europei che devono essere integrati e devono ottenere il loro posto nelle società dell’Europa. E invece c’è chi continua a parlare di rimpatri verso l’Africa o il Maghreb. Del resto a occuparsi di immigrazione sono i ministri dell’Interno, i "ministri della repressione" e tutto il discorso pubblico su questi temi è dominato dalle questioni dell’ordine pubblico e del controllo. Il punto è che l’Europa non riesce a considerare l’immigrazione come una ricchezza. Invece è perfino banale affermare che la diversità è una ricchezza e che oggi la popolazione dell’Europa è costruita su questa diversità, sul’idea di tenere insieme tra loro tante culture e storie diverse, realizzando un vero meticciato. Nelle sue opere lei si è spesso occupato del confronto tra culture e dei diversi volti assunti dai fenomeni migratori, costruendo in particolare negli ultimi anni una percorso legato alla storia dell’emigrazione marocchina verso la Francia. Così in "Partire", il suo romanzo del 2007, racconta le speranze dei giovani immigrati che cercano di inserirsi nella società francese e sono costantemente respinti nella zona d’ombra della clandestinità. Ma cosa rappresenta oggi l’Europa per un giovane che cresce nella periferia di una città marocchina? L’Europa continua ad affascinare e attirare i giovani del Maghreb. Certo oggi, grazie a internet e alle tv satellitari sanno già molto bene prima di partire che cosa li aspetta al loro arrivo. Sanno che non troveranno nessun paradiso pronto ad accoglierli. Ma, malgrado ciò, in molti preferiscono tentare la sorte partendo piuttosto che restare nel loro paese dove non vedono un futuro decente. E tutto questo, almeno per alcuni paesi della zona, mi sembra incomprensibile. Un paese ricco di gas e petrolio come l’Algeria non si capisce perché non sia in grado di offrire ai propri giovani prospettive e stimoli sufficienti a voler restare. Eppure gli stessi governi europei che dicono di voler limitare l’immigrazione da queste zone sono poi i primi partner economici e politici dell’Algeria o della LIbia, paesi i cui regimi - con premier eletti con il 90% dei voti o mai votati dalla popolazione - non fanno nulla per migliorare le condizioni dei loro cittadini, i giovani in particolare, che non vedono perciò l’ora di poter partire alla volta dell’Europa. In questo contesto non ha citato il Marocco da cui parte però una ampia fetta dell’emigrazione maghrebina verso l’Europa. Qualcosa sta davvero cambiando nel suo paese natale e la politica di Mohammed VI, spesso presentato in Europa come un riformatore in grado di democratizzare la società marocchina, è ferma all’annuncio della novità o si è tradotta in qualcosa di concreto? Il Marocco rappresenta un po’ un caso a parte nel quadro del Maghreb. Questo perché nell’ultimo decennio si è in effetti assistito a una grande cambiamento rispetto al paese controllato da re Hassan II, mentre il resto dei paesi dell’area non ha conosciuto particolari trasformazioni. Sul piano delle libertà civili, dei diritti delle donne, dell’inizio di un processo di democratizzazione le novità sono state concrete e si vedono. Ciò detto, è chiaro che sul terreno della democrazia il grosso resta però ancora da fare, mentre il paese deve risolvere una drammatica situazione economica che continua a produrre una vasta disoccupazione che spinge moltissime persone a emigrare. Per questo credo che l’Europa dovrebbe sostenere, con investimenti adeguati, il debutto della democrazia marocchina che è anche minacciata dall’offensiva dell’islamismo e dalla riemersione costante dei difensori della tradizione che non vogliono saperne di una piena riforma del codice della famiglia e di una maggiore autonomia e libertà delle donne. Lei spiega come l’Europa debba riconoscere i figli dell’imigrazione nati e cresciuti qui come propri cittadini, per questo nel suo ultimo romanzo "Au pays", pubblicato quest’anno, racconta il conflitto che nasce in una famiglia marocchina immigrata in Francia quando il padre, andato in pensione, decide di tornare nel Maghreb mentre i figli scelgono di restare? Sì, ho scelto proprio di raccontare questa frattura, questo diverso modo di vedere le cose all’interno della stessa famiglia e come questo spieghi cosa sta accadendo con questi nuovi cittadini europei. E’ lo sviluppo logico di quanto avevo scritto in Partire , là si trattava di raccontare la difficoltà di inserirsi in Francia da parte dei marocchini, qui si mostra come i figli di chi era partito allora si sentano ormai a tutti gli effetti francesi e non condividano l’idea dei loro padri di tornare un giorno in Marocco. E’ un vero trauma quello a cui stiamo assistendo, uno scontro tra generazioni che attraversa tutte le realtà dell’immigrazione maghrebina verso l’Europa, e non solo quella. Per questo, alla fine del romanzo, il padre, tornato da solo "al paese", morirà di tristezza perché non riesce a spiegarsi il rifiuto dei figli di tornare con lui. Si tratta di una metafora estrema per illustrare fino a che punto le cose siano cambiate e quanto sia radicata nei giovani di origine maghrebina cresciuti in Europa la loro rivendicazione di cittadinanza. |
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