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Romanzo balcanico,la storia di Sidran e della Jugoslavia |
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di Tonino Bucci
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Abdullah Sidran è quel che si dice un poeta maledetto. Gli ingredienti ci sono tutti: anticonformismo, vita da bohémien, alcol, quanto di più lontano si possa immaginare dal clichè dell’intellettuale accademico. Ma soprattutto il rapporto tormentato con la poesia, la ricerca ossessiva di un oggetto in apparenza a portata di mano, in realtà sempre sfuggente. Da sempre, nei disegni di Sidran c’è l’opera poetica che avrebbe voluto - vuole - scrivere. Il nome c’è, si chiama Tetralogia , una sorta di saga familiare autobiografica, un microcosmo nelle cui vicende dovrebbe rispecchiarsi la Storia ufficiale, quella con la "s" maiuscola. «Il mio disegno iniziale e continuo è la Tetralogia. Saputo sempre, pensato dall’inizio». Anche i materiali ci sono, a cominciare dalle sceneggiature che Sidran scrisse una ventina d’anni fa per i primi due film di Emir Kusturica, Papà in viaggio d’affari e Ti ricordi di Dolly Bell? . Eppure Tetralogia è a tutt’oggi un’opera incompleta. Evanescente come l’oggetto che Sidran cerca di mettere in scena sullo sfondo di questo romanzo "familiare". Come nel mito di Ulisse c’è il tema ossessivo del nostos, cioè del ritorno alla "patria", che è il luogo reale o simbolico da cui si proviene, in cui si formano i destini individuali e collettivi. Può essere la famiglia, può essere un paese o una città, può essere una nazione. Solo che nel caso di Sidran la "patria" è un paese che non c’è più e il viaggio finisce per essere un ritorno solo immaginario. Quel paese si chiamava Jugoslavia, anzi - per essere più precisi - Repubblica socialista federale di Jugoslavia. Ne rimane poco oggi. Al suo posto, al cuore di quell’intreccio di culture e popoli che sono i Balcani, sono state erette frontiere e staterelli in nome di etnie da dover ricostituire nella loro fantomatica purezza originaria. Il viaggio letterario di Sidran nella saga familiare della Tetralogia è così anche un viaggio in un modello di convivenza distante anni luce dal presente, in un paese che voleva fare l’autogestione, dare le fabbriche agli operai ed essere la patria di tutti i popoli e che invece oggi si è frantumato nei localismi e nel dominio del mercato. A Sidran e a tutta la sua opera poetica dedica un libro Piero Del Giudice, docente di storia e letteratura italiana, critico e storico dell’arte, giornalista e, ai tempi della guerra civile, corrispondente dalla Sarajevo sotto assedio. Romanzo balcanico (Aliberti editore, pp. 928, euro 37) è un lavoro monumentale per dimensioni, costruito per strati successivi, mescolando materiali e generi diversi. All’inizio doveva essere soltanto (si fa per dire) l’opera omnia di Sidran, un modo per far conoscere soprattutto le sceneggiature scritte dal poeta per Emir Kusturica. Poi il progetto è cresciuto su se stesso e il libro è diventato una storia della Jugoslavia (e della città di Sarajevo, in particolare) che affronta - non superficialmente - il sentimento della "jugonostalgia" e quello opposto della rimozione/abiura del passato. «Ne è venuto fuori un libro complesso - spiega Del Giudice nell’introduzione - con problemi di equilibrio dei materiali, di contaminazione di generi. Libro delle mille pagine, complessa alchimia tra testi di cinema, di storia e letterari, conversazioni-guida con l’Autore, fotogrammi, documentazione fotografica storica, fotografie di cronaca». In primo piano compare la Tetralogia . La figura ricorrente in maniera quasi ossessiva è quella paterna. Di un padre temuto e amato, un operaio specializzato, comunista e partigiano nella lotta di liberazione. Nel ’49 viene arrestato come prigioniero politico e rinchiuso nel campo di Goli Otok, al tempo della rottura di Tito con l’Urss e delle purghe antistaliniste. «C’è un verso rivoluzionario - racconta lo stesso Sidran - ho pensato per anni che fosse vero, che dice "il destino dei padri è nelle nostre mani"; io allora pensavo che fosse così, oggi so che è una totale stupidaggine. Il nostro destino, le nostri sorti, sono nelle mani dei nostri padri». Nella saga familiare c’è anche lo zio Abdullah (da lui Sidran prende il nome), un tipografo, anche lui nel partito comunista, che nel ’43 entra nella Resistenza e finirà ammazzato nel campo di sterminio ustascia di Jasenovac (ustascia erano i nazionalisti filofascisti croati). Qual è l’immagine della Jugoslavia che viene fuori da Romanzo balcanico ? Non ce n’è una sola. C’è l’immagine legata alla storia della resistenza dei partigiani slavi contro nazisti e fascisti, una guerra che, nel totale, costò ben due milioni di morti. C’è poi la Jugoslavia dello scisma con l’Urss e che grazie alla rottura con il blocco comunista si conquista un ruolo di interlocuzione privilegiata con l’occidente da cui arrivano anche i finanziamenti. C’è l’immagine di Goli Otok, il campo nel quale venivano rinchiusi i prigionieri politici accusati d’essere filosovietici. Sidran è stato il primo a parlarne, attraverso la vicenda del padre. Goli Otok diventa il simbolo di un sistema poliziesco di controllo. Ma la storia della Jugoslavia non si può ridurre a questa immagine. Nei cinquant’anni della sua esistenza quel paese ha dato vita a una nazione che si è formata nell’antifascismo e che ancora oggi, in tempi di respingimenti e xenofobia, rappresenta un esempio di pluralismo etnico. Senza contare la ricchezza del marxismo jugoslavo, le vicende della rivista Praxis , personaggi come il dissidente Milovan Dilas o, per altri versi, Edvard Kardelj, il teorico dell’autogestione. E, ancora, il principio della federazione dei popoli, il movimento internazionale dei non allineati per la pace. C’è, non a caso, un intero capitolo dedicato da Piero Del Giudice alla cosiddetta "jugonostalgia", nel quale raccoglie le voci di diversi intellettuali, da Melita Richter a Stefano Lusa, da Dubravka Ugre a Miljenko Jergovi, fino a uno scritto di Vladimir Arsenijevi, "Questione di nostalgia". La questione dello spazio jugoslavo, cioè di un modello di cittadinanza inclusivo, si pone oggi come reazione critica all’etnicizzazione della politica e del territorio, alla frantumazione della società, all’invenzione di comunità etniche "pulite". E non si tratta di sola celebrazione del cosiddetto "periodo d’oro" della Jugoslavia a cavallo degli anni 60 e 70, durante i quali il livello dei consumi era tutto sommato alto - dietro quel benessere c’erano anche i finanziamenti occidentali. C’è in gioco anche un sentimento «alquanto liberatorio ed infinitamente moderno in questa identità jugoslava - scrive Arsenijevi - che abbiamo così facilmente rinnegato. Sovranazionale e non impegnativa, come quella svizzera, messicana o americana, questa identità poteva essere la compensazione ideale e la soluzione di tutti i problemi di convivenza in un paese multinazionale, multiconfessionale, multi-tutto come era davvero la Jugoslavia». Sidran lo chiama un diverso sentimento del vivere, un sentimento universale. «Continuo a pensare che quel sentimento collettivo fosse positivo, a differenza di quest’altro sentimento etnico, comunitario». Dove quest’ultimo abbia portato ce l’ha insegnato la vicenda di Sarajevo, la città-simbolo dei conflitti etnici che hanno ucciso la Jugoslavia. Sono passati quindici anni dalle scene che del Giudice fa rivivere nelle cronache dell’assedio di sua firma. Una città isolata, alla disperata ricerca di cibo. «La notte in prima linea è popolata. Venditori che aspettano, posti di vendita affollati, trasportatori che passano veloci e in silenzio con sacchi bianchi sulle spalle, corde e fasce messe di traverso sulle spalle per i carichi, tute mimetiche chiare. In due, tre, a bassa voce, ombre rapide che scivolano via, dai punti di smercio e carico verso la bocca del tunnel». |
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