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Il buon Stalin
Viktor Erofeev |
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Guido Caldiron
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-Amavi Stalin?-. La domanda che Victor Erofeev pone a suo padre è in realtà la stessa che avrebbe voluto porre a tutti i suoi concittadini. E che ancora oggi sembra pesare sulla sua visione della Russia. Victor Erofeev è uno dei maggiori scrittori russi contemporanei, suo padre Vladimir era stato prima interprete dal francese di Stalin e aveva poi seguito la carriera diplomatica fino a diventare ambasciatore e viceministro degli Esteri. Quando, negli anni Settanta, Victor prese parte all’antologia underground "Metropol" a suo padre fu chiesto di fare pressioni affinché il figlio scrivesse una lettera di ritrattazione, ma non lo fece e fu destituito da tutte le cariche. Quello che era stato fino ad allora "un comunista modello" si trasformò in una sorta di dissidente suo malgrado. Così, diventato uno scrittore affermato, malgrado sia inviso a Putin, Viktor Erofeev ha reso omaggio al coraggio ma anche alla contraddittorietà delle scelte di suo padre che fino al momento del "gran rifiuto" era stato uno stalinista convinto. Il risultato è Il buon Stalin , un libro pubblicato lo scorso anno da Einaudi (pp. 304, euro 19,00) che ripercorre, lungo l’arco temporale che va dalla Seconda guerra mondiale alla fine dell’Unione sovietica, la storia di una famiglia di quello che fu l’apparato sovietico e in cui compaiono, oltre a Stalin anche altre figure di primo piano dell’Urss, da Molotov a Berija. "Il buon Stalin" è un libro molto particolare visto che presenta dei personaggi veri anche se non è costruito come un romanzo storico. Lei sembra aver voluto raccontare il modo in cui "la Storia" è passata per casa sua. E’ così? Diciamo che la storia che mi è capitato di vivere, le vicende che ho incrociato personalmente o che sono accadute alla mia famiglia hanno degli aspetti bizzarri ma anche una dimensione drammatica, addirittura tragica. Questo perché la storia personale della mia famiglia si è intrecciata con quella che si può chiamale "la grande Storia" della Russia. Per ciò quando mi sono posto il problema di raccontarla mi sono trovato davanti a una scelta tra varie possibilità: avrei potuto scrivere la classica biografia/autobiografia, mostrando i personaggi reali, oppure costruire una cronaca familiare romanzata che desse conto della ramificazione delle relazioni e degli intrecci e che per questa via spiegasse anche cosa era accaduto nel paese. Alla fine ho optato per una sorta di via di mezzo, costruendo intorno a personaggi reali una dimensione da romanzo, percosì dire "tridimensionale", che mettesse in luce ciò che hanno fatto davvero ma anche ciò che li attraversava intimamente. Questa scelta mi ha consentito di raccontare una storia senza doverne trarre necessariamente una morale e lasciando invece al lettore la possibilità di decidere da solo cosa ne pensa. E’ così che la storia si è trasformata in romanzo. Questo suo libro pone molti quesiti sulla realtà dell’Urss staliniana ma uno in particolare è al centro della narrazione: come si poteva amare Stalin? Quando ero piccolo amare Stalin era del tutto naturale. Mi spiego. Ho avuto un’infanzia felice, addirittura lussuosa visto che ero figlio di un diplomatico sovietico, avevamo l’autista, un appartamento confortevole, l’estate andavamo al mare in vacanza. E la sensazione era che fosse stato proprio Stalin a regalarmi tutto ciò. Per gli altri, intorno a me, le cose erano un po’ più complicate. A cominciare da mio padre, che faceva l’interprete in francese per la diplomazia sovietica e per lo stesso leader dell’Urss: Stalin faceva parte del suo lavoro e lui amava molto il suo lavoro. Inoltre trattava la politica del paese come se si fosse trattato di una formula matematica, non aveva dubbi o esitazioni, non discuteva su niente punto e basta. Stalin gli voleva bene e allo stesso tempo apprezzava il suo essere un comunista senza incertezze ma anche una specie di prototipo dell’uomo nuovo sovietico che parlava le lingue, giocava a tennis e via dicendo. Il "buon Stalin" era perciò una presenza costante a casa mia. Quanto all’Urss, per capire il modo in cui la figura di Stalin era vissuta nella società, oltre alla paura diffusa per la repressione e lo stretto controllo sociale che vigeva, si deve tenere conto del fatto che nel profondo del paese ha sempre giocato un ruolo ciò che io definisco come la tradizione dei "racconti magici": in questa dimensione al centro di tutto c’è un re che deve essere duro, severo, deve punire e magari uccidere chi non gli si sottomette. Si deve tenere conto che all’epoca di Stalin oltre la metà della popolazione del paese era formata da contadini in gran parte analfabeti. In un contesto del genere Stalin appariva agli occhi di molti come l’icona del potere, un po’ dio un po’ re, capo non solo del Partito comunista ma anche dei popoli dell’Urss, il leader che aveva sconfitto i tedeschi nella Seconda guerra mondiale e molte altre cose ancora. Si viveva in una sorta di "totalitarismo magico". Se a questo si aggiunge l’enormità del numero delle vittime del potere staliniano si capisce come siano andate le cose nel nostro paese. Oggi a Mosca si respira una certa nostalgia stalianiana. Ma quale è l’eredità maggiore che Stalin ha lasciato alla Russia di oggi: l’orrore dei gulag, il sistema repressivo o il modello statale? Si devono dividere le cose. C’è lo Stalin comunista, l’eroe della rivoluzione che né Putin né i suoi intendono riprendere o seguire. Poi c’è lo Stalin imperialista, il "padre della patria" di un paese forte e temuto nel mondo che invece esercita ancora oggi il suo fascino. Questa immagine si mescola all’idea della santità del paese e del suo popolo e a quella della predestinazione dei russi per dominare le altre nazioni: ancora oggi il Cremlino sostiene che di fronte alle minacce che pesano sulla Russia noi dobbiamo diventare sempre più forti, indipendenti e anche isolati per preservare la nostra particolarità. Così Putin ha continuato in qualche modo la politica estera dell’Unione sovietica. In ogni caso è vero che la nostalgia per una forza che si teme perduta, rispetto ai tempi dell’Urss, si respira molto nella Russia di oggi e questo malgrado i milioni di morti lasciati in eredità ai russi dal regime di Stalin. Ma se questo aspetto dello stalinismo, l’orrore dei gulag e della repressione, la memoria non è così presente nel paese, come sareste pronti a credere voi che osservate la Russia dall’esterno. Ma quale è il peso reale a Mosca di queste correnti nazionaliste che sostengono una sorta di continuità "imperiale" tra la Russia zarista, quella staliniana e quella odierna, comprese le imprese dell’esercito russo in Cecenia e nel resto del Caucaso? Sono correnti ogni giorno più forti. Il nazionalismo non smette di crescere in Russia. Solo pochi anni fa questi ambienti ultranazionalisti che sono davvero vicini al fascismo erano tutto sommato marginali. Oggi no, hanno un peso sempre più visibile nella società, anche grazie al fatto che il Cremlino gli ha dato spazio e li ha sostenuti per controbilanciare lo sviluppo dei movimenti democratici, sul tipo di quelli "arancione" che sono sorti in Ucraina, Georgia e Serbia. Ora il fenomeno è ancora soprattutto sociale, è attivo nelle periferie delle grandi città e tra i giovani, ma il passo successivo è la sua piena traduzione politica, con l’ingresso di altri parlamentari nazionalisti alla Duma. Del resto lo stesso Putin ha creato dei movimenti giovanili per incanalare queste tendenze a favore del potere. Personalmente ho già avuto problemi con questi ambienti che mi hanno accusato di non nutrire alcun sentimento patriottico e questo a causa del mio libro L’enciclopedia dell’anima russa in cui denuncio proprio la deriva nazionalista e xenofoba della Russia: mi hanno denunciato per aver espresso posizioni "russofobe" e ora dovrò affrontare un processo in tribunale. Come vedete oggi a Mosca siamo prossimi a varcare quella delicata frontiera in cui qualcuno può decidere ciò che puoi dire e ciò che non deve invece dire. Mi sembra davvero una situazione inquietante. Lei ha scritto una lettera molto dura a Putin contro la censura e la repressione delle idee, questo dopo che l’assassinio di Anna Politoskaia e di molti altri giornalisti e attivisti per i diritti umani ha suscitato un allarme internazionale. Ma quale ascolto possono trovare le parole di un intellettuale in un simile clima? Quando ho scritto a Putin, qualche anno fa, mi hanno risposto che ero "antirusso", che non amavo il mio paese e sono cominciati i miei problemi con le autorità. La rivista che ha pubblicato l’appello ha finito per essere chiusa, hanno cercato di isolarmi e hanni minacciato azioni legali. Ma ancora non c’era la stata la stretta a cui assistiamo oggi. Ora non sarebbe più possibile chidere conto al Cremlino della repressione e delle minacce che pesano sui giornalisti e sugli scrittori. E non mi sembra che l’Occidente abbia capito davvero quello che sta succedendo in Russia.
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