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Il peso della farfalla
di Erri DE LUCA |
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commento di Luigi ALVIGGI
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Nella giungla metropolitana in cui vive immersa gran parte di noi, densa di smog, di rumori, file, sbuffi maleodoranti, sciami turbolenti in corsa agitata per cercare non si sa cosa, squarci dolorosi aperti in vecchie abitudini che non è più lecito avere, riscatta i nostri sensi intorpiditi incappare in una storia genuina, di vette montane, di cieli splendenti, acque cristalline, luoghi incontaminati, situazioni da pochi godute nel concreto e che è liberatorio sapere esistano non soltanto nelle immagini viste in tv o nella nostra immaginazione. Qui uomini e animali si ritrovano liberi e contrapposti, non legati da un guinzaglio o racchiusi nella cella formata dalle quattro mura. Possono scrutarsi e misurarsi, quasi le antiche arene dove entravano insieme belve e gladiatori. La lotta è pur sempre impari, i due non si confrontano a nudo. La mano dell’uomo è invariabilmente munita di una tecnologia offensiva capace di dispensare la morte a distanza, ma è il teatro d’azione ad essere invariato: sfondi in diretta dalla preistoria. Abbiamo l’opportunità di tornare indietro nel tempo, alle lotte ancestrali, alla necessità di uccidere in corpo a corpo per sopravvivere, e non alla banale comodità dell’oggi di acquistare un cadavere (o parte di esso) nel negozio di carni sotto casa. Erri De Luca - poliedrico e fecondo scrittore napoletano - nel suo ultimo lavoro “Il peso della farfalla” ci smarrisce deliziosamente in un mondo sconosciuto, popolato da aquile, masi, mughi, gracchi, ginepri, malghe, cirmoli, là dove “l’inverno è una ganascia intorno alla capanna” e, per questo Autore, non sono nuove narrazioni di tal fatta. Il protagonista è un bracconiere, cacciatore da sempre, ma per vivere non per diletto. L’uomo è esperto: avanti negli anni conosce ogni trucco per avvicinare un camoscio, la preda preferita. Sa dove sparargli per non rovinare la pelliccia, dove avvistarlo, come avvicinarlo, sa nascondere il suo odore, funesto per le narici sopraffine dell’animale. Negli anni ha saputo meritarsi il nome di re dei camosci. Assassino e vittima affrontano periodicamente lo squilibrato duello che ben poche speranze lascia al più debole. Ma il forte non è senza coscienza. Sa fare solo quello, e non può decidere altrimenti. Può però meditare sulle sue scelte, uniformandole ad un codice di comportamento che gli impone di alterare il meno possibile le leggi della natura: “Aveva smesso di cacciare stambecchi, era successo questo. Aveva sparato a un esemplare nella nebbia senza accorgersi che era femmina e senza vedere il piccolo vicino. La bestia colpita sul ripido aveva cercato di tenersi aggrappata alla roccia piantando zampe incerte, poi era caduta indietro, un salto in giú di buoni venti metri. Il piccolo senza incertezza era saltato nel vuoto della nebbia dietro la madre, ricadendo in piedi. La madre era rotolata di nuovo e precipitata, un salto anche piú grande e il piccolo le era ancora volato dietro. Quando l’uomo raggiunse l’animale ucciso il piccolo era lì, un po’ storto sulle zampe, gli occhi grandi calmi desolati.” Il libro è la descrizione dell’epico scontro tra grandi protagonisti: l’uomo nel suo gruppo, il camoscio nel suo branco. Due re che si apprestano a combattere l’ultima battaglia: entrambi sono giunti all’apice del potere, delle possibilità legate al loro stato. Il camoscio, dopo il lungo periodo da capobranco, sa che a breve un giovane porrà fine al suo dominio nelle tremende lotte che precedono l’accoppiamento e che, di norma, lasciano il vecchio monarca sventrato dalle corna di qualche figlio possente. L’uomo, stanco di anni e di cose, sente le forze svanire lentamente e, nella sua realtà, per questo limite non c’è rimedio. Non hanno più nulla da temere e, da un eccellente confronto, verrà attamente coronata la dimensione dei giorni vissuti. Una grandezza che scaturirà, senza forzature, dall’andamento naturale delle cose. Immersi in scenari senza tempo i due si affrontano sfruttando le astuzie acquisite con gli anni, ma frenati nelle azioni da un rispetto inconscio verso l’avversario. A voler riscattare se stesso e la sua razza - gli innumerevoli consanguinei periti per mano del nemico - l’animale avrà per un attimo in pugno il carnefice, ma mostrerà maggiore magnanimità di questi. La vittima di sempre non sa pretendere vendetta. Regala la vita al più forte, e in questo modo decreta la sua fine. La narrazione si veste di accenti mitici. I due si cercano sulla base di un amore-odio che nasce dal profondo e li spinge, inesorabile, a concludere la loro storia. Possiamo rivivere l’eterna lotta che, dal diffondersi della vita animale sulla terra, oppone creature diverse, sancendo la fine dell’una a beneficio dell’altra. Il più debole deve soccombere perché la legge della vita possa avere seguito nel sopravvivere dell’altro. Le condotte assurgono a simboli di eventi che hanno preceduto l’alba dell’uomo. Ad adeguarsi agli ambienti anche lo stile diventa tagliente, aspro, selvaggio. I periodi, brevi e incisivi, sono flash successivi che vivificano in progressione ai nostri occhi quanto si vuole raffigurare. La scena prende consistenza da parole scarne, esenziali, rapide pennellate che schiudono visioni immense, spazi sconfinati, capaci di snidare dentro di noi una pace antica, sommersa, creduta perduta per la coscienza. L’uomo predatore riacquista connotazioni animalesche svanite nei millenni di evoluzione. “L’uomo passò duecento metri d’aria sotto il branco. Non poteva vederlo, molti salti di roccia piú in su. Nessun senso gli dava la certezza che c’era. Sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell’uomo. Li migliora con il riassunto della intelligenza. Il cervello dell’uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi, le combina in probabilità. L’uomo così è capace di premeditare il tempo, progettarlo. È pure la sua dannazione, perché dà la certezza di morire. Quel giorno di novembre l’uomo sapeva di rasentare il termine. Poteva essere 1’ultima volta dietro al branco, oppure la penultima. L’uomo non sopporta la fine, dopo averla saputa si distrae, spera di avere sbagliato previsione.” Come sempre, il fato - nelle vesti questa volta di una esile farfalla - disporrà a proprio piacimento dei destini dei due contendenti:“il carico degli anni selvatici gli portò il conto sopra le ali di una farfalla bianca” E, come a voler spostare l’attenzione finale dalla crudeltà violenta del mondo animale alla serena bellezza di quello vegetale, a conclusione del libro leggiamo il breve racconto “Visita a un albero”:“Esistono in montagna alberi eroi, piantati sopra il vuoto, medaglie sopra il petto di strapiombi. Salgo ogni estate in visita a uno di loro. Prima di andare via monto a cavallo del suo braccio sul vuoto. I piedi scalzi ricevono il solletico dell’aria aperta sopra centinaia di metri. Lo abbraccio e lo ringrazio di durare.” EDITORE FELTRINELLI, 2009 – PP. 72, € 7,50 |
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