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Il Pci raccontato col sorriso Dalla A alla Z vizi e virtù |
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Maria R. Calderoni
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Non sarà Marilyn Monroe, ma oggetto di (fatale) attrazione lo è sicuramente, il fu Pci. Da vivo lo celebrarono, studiarono e vituperarono assai, in Italia e fuori; ma anche da morto non scherza. Solo quest’anno sono numerosi i titoli, i saggi, le memorie che si sono cimentati, a vario titolo e con "tagli" diversi, sulla storia del Caro Estinto targato falce e martello. L’ultimo è questo volume recentissimo di Francesco Cundari - Comunisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sul Pci , Vallecchi, pp. 354, euro 16 - una specie di abecedario, dall’a alla zeta, che racconta (a modo suo) vita e miracoli dell’ex partito di Gramsci e Togliatti. Tutta roba presa da "dentro" - niente si crea e niente si distrugge - con episodi, fatti, personaggi, documenti, dichiarazioni, comportamenti, articoli tutti tratti da materiale di repertorio, e, per così dire, "garantito" dalle virgolette. Roba scelta ad libitum, naturalmente, in bilico tra amore e ripulsa, una specie di "com’erano" confezionato tra il dolce e l’amaro, un po’ per ridere e un po’ per non morire. Del resto, Francesco è un ragazzo di 31 anni, giornalista che ha lavorato prima al Riformista e poi al Foglio e ora direttore di RedTv , l’emittente di D’Alema. Un ragazzo, quindi, che il Pci non lo ha mai né visto né sentito; che al tempo della Bolognina era poco più di un bambino e che quindi non ha dato né lacrime né grida di giubilo. Uno, quindi, che il Pci se lo è andato a cercare, a riesumare tra le carte e le testimonianze passate in giudicato, studiandole e compulsandole. E a quanto pare, gli è piaciuto. Il pozzo di San Patrizio, detto anche Pci, di roba ne aveva dentro. E lui la mette in fila, dall’a alla zeta. Per esempio quella volta che Amendola, 1978, in una intervista a Scalfari, il quale esortava il Pci «a rifiutare nettamente il leninismo», dichiarava: «Non si manipola la propria storia per una manciata di voti, sarebbe un’offesa alla coscienza dei militanti e, soprattutto, un’operazione ipocrita verso il paese. Queste operazioni le fanno gli avventurieri della politica, ma non un grande partito che deve costruire la propria credibilità su basi certe». Per esempio quella volta, 1979, che "Cuore", il supplemento satirico dell’organo del Partito l’Unità , titola: «Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti». E quella volta, 1946, che il Pci lascia i modesti locali di via Nazionale e si insedia a Botteghe Oscure: «Seimila metri quadrati divisi per sei piani. Un gigantesco palazzo che aveva preso per sé il nome dell’intera strada su cui sorgeva, in una metonimia spesso usata dai giornali per le sedi di partito, ma che non ha mai trovato tanta forza evocativa come in quelle due semplici parole. Due parole che richiedono entrambe la maiuscola, secondo un previlegio tipografico che si concede solo agli Stati Uniti, alle Nazioni Unite e a pochissime altre autorità. Botteghe Oscure». Lì dove vennero subito istallati due «diversi ascensori: il primo era riservato ai membri della direzione e portava ai loro uffici; il secondo, in fondo a sinistra, era per tutti gli altri, compagni dell’apparato, tecnici e dirigenti. Il segno di una separazione che prima, in via Nazionale, non era nemmeno pensabile». Anche allora, i tempi «erano cambiati»... Sotto la lettera C dell’abecedario Cundari, compare la voce "cattocomunisti". Franco Rodano, Marisa Cinciari, Adriano Ossicini, Lucio Magri, Antonio Tatò, Mario Melloni; in gran parte avevano studiato al liceo Visconti di Roma e avevano fondato il Partito comunista cristiano e poi erano passati al Pci. Un bel gruppo (Franco Rodano sarebbe diventato uno dei più ascoltati consiglieri di Berlinguer), attivo già nel periodo clandestino. Tanto che è lo stesso Ossicini a ricordare la sconfortata esclamazione del commissario Rotondano che ebbe a interrogarlo in questura, nel ’43: «Mi tocca addirittura avere a che fare con dei cattocomunisti!». Un termine dispregiativo secondo il suddetto commissario, «ma destinato a sicura fortuna». Molti anni dopo, alla morte di Franco Rodano, avvenuta nell’estate del 1983, non a caso fu proprio Bettino Craxi a dire: «Oggi, in uno sperduto paese delle Marche, è stato sepolto il compromesso storico». Alla lettera C c’è anche la voce "Centralismo democratico", vale a dire - che tempi... - «il peculiare insieme di severe regole organizzative e di ethos disciplinare che resse la vita interna dei partiti comunisti di tutto il mondo fin quasi alla loro scomparsa» (che ci volete fare, eravamo fatti così...). Un ethos, un costume, una concezione del mondo «che si poteva cogliere fin nella più sperduta sezione di provincia». Beh, la cosa andò avanti fino ai tempi tumultuosi della svolta di Occhetto, quando tutte le sezioni erano un focolaio di discussioni. «"Poi è venuto il dirigente della federazione e ha fatto le conclusioni", raccontava ai compagni un militante di Testaccio, immortalato dal documentario La cosa girato in quei giorni da Nanni Moretti tra diverse sezioni romane. "Ma che cazzo ha concluso, che qui eravamo tutti contrari?"»... Lettera "F", cioè "Forze oscure della reazione in agguato", molto in auge nel Pci e sintetizzata in "Fodria", abbreviazione che, scrive Cundari, «assurse subito a simbolo parodistico dell’ossessione del Pci per complotti internazionali e macchinazioni interne ai suoi danni», nessuno è perfetto... Lettera M come moralismo, eh sì; siamo verso gli anni 60, e «una commissione elettorale esclude dalle liste un compagno perché "ha sposato una donna ricca"; il tal’altro impiegato di una cooperativa perché sorpreso "a far colazione con il pane della medesima". Eh sì, «come avrebbe detto Paietta, "dal materialismo storico al moralismo storico"»; e appunto con «l’accusa di moralismo Berlinguer avrebbe dovuto dovuto fare i conti fino alla morte». Ma non era mica un santo, il Pci. E chiosa quella criticona della Rossanda: «I comunisti praticavano una triplice morale: puritanesimo a uso stampa, familismo a uso cattolico, maschilismo e cazzeggio a uso privato». E c’è P, lettera P come Partito. Che era una sorta di entità metafisica, nei confronti della quale «c’era una condizione di reverente, tacita sudditanza. "Scolta - disse un giorno un operaio del cantiere San Marco a un giovanissimo Gianni Cuperlo non ancora tesserato -xe inutile far polemica col partito... gavemo uno statuto no? E te sa perché se ciama statuto? Perché dentro sta tuto. Basta zercar". Pochi giorni dopo, folgorato, il giovane Cuperlo si iscrisse al Pci». Sempre sotto la C, c’è anche la parola "congresso". «L’ultimo congresso celebrato era un riferimento costante e quasi obbligato, per i dirigenti comunisti. Almeno fino al congresso successivo. Era un rito laico, una cerimonia insieme intima e solenne. Il primo congresso del Pci, dopo la Liberazione, si tiene a Roma dal 28 dicembre 1945 al 5 gennaio 1946, senza interruzioni. Perché a quell’epoca a nessuno veniva in mente che non si potesse tenere un congresso durante le feste». Regolarmente, tutti i congressi del Pci si concludevano con l’approvazione di «relazioni pieni di numeri». Tipo (VII congresso, 1951): «Gli iscritti al partito, compresi i giovani, sono aumentati da 2 milioni 252 mila 446 a 2 milioni 580 mila 765; le cellule di fabbrica da 8 mila 747 a 11mila 272; la cellule femminili da 9 mila 728 a 12 mila 226»... Comunisti immaginari sarà lei. |
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