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L’arte di arrangiarsi nel paese del tengofamiglia |
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Tonino Bucci
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Leo Longanesi che di destra se ne intendeva, da giornalista fascista di spicco quale fu, coniò nel dopoguerra una famosa definizione del carattere nazionale degli italiani. «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: "Ho famiglia"». Sui vizi e le virtù, sui costumi e i difetti italici si sono scritti banalità e stereotipi, a volte magari anche nobili letture della nostra storia nazionale. In tanti, tra intellettuali, politici, scrittori e giornalisti, si sono cimentati nel racconto dell’italianità. Ce n’è di che riempire un’intera biblioteca con tutti i libri e i pamphlet dedicati al significato dell’essere italiani. Sarà perché fin dagli esordi la nazione è apparsa un processo incerto, problematico, a volte somigliante persino più a un’invenzione piuttosto che a una collettività coesa, fatto sta che questo senso di precarietà spinge ancora oggi a riflettere sulla nostra identità. I risultati non sono lusinghieri. Gli italiani si sono rappresentati, di volta in volta, come un popolo privo di etica e con scarso senso civico, sempre ripiegati sui propri tornaconti, disposti a cambiare casacca a ogni mutar di venti, servili nei confronti del potere quanto aggrappati alla difesa di piccole patrie e meschini interessi di bottega. «Un popolo di cinici, di individualisti estremi incuranti del bene pubblico, di opportunisti propensi al clientelismo, falsi se non totalmente bugiardi», scrive Silvana Patriarca, docente di storia europea contemporanea all’università Fordham di New York e autrice del libro "Italianità. La costruzione del carattere nazionale" (Laterza, pp. 324, euro 22). E a volte questo ritratto antropologico del nostro paese viene trasformato in un corredo etnico contro cui il tempo e la storia nulla possono. Stereotipo o no, il cliché dell’italiano medio è stato utilizzato a destra e manca, da conservatori e progressisti, ora per dipingere un quadro pessimistico e irriformabile dell’Italia, ora invece - in svolte storiche cruciali - per chiamare il popolo dinanzi alle proprie responsabilità. Quella di Leo Longanesi citata in apertura, ad esempio, è la versione letteraria di un qualunquismo disperante, quasi un teorema a dimostrare che nell’Italietta dove l’unica etica è quella del "chissenefrega" e del "Franza o Spagna basta che se magna", non potrà mai esserci rigenerazione morale e politica. Succeda quel succeda gli italiani rimarranno quelli di sempre, opportunisti, quali che siano le loro bandiere politiche o i loro governanti. Longanesi è il cantore del menefreghismo italico, di quel disprezzo per i politici che è presente soprattutto negli strati sociali più conservatori. Fa del qualunquismo un tratto eterno del costume nazionale, un’arma corrosiva da scagliare contro l’antifascismo della Repubblica. Da allora non molto sembra essere cambiato se si pensa al linguaggio populista di giornali alla "Libero". Le cronache di questi giorni dimostrano che il problema del carattere nazionale è ancora aperto come se la storia fosse trascorsa invano. La crisi della politica, la questione morale, lo scoperchiarsi di un sistema di corruzione che non è l’opera di una cricca e poi, ancora, gli scandali degli appalti della Protezione civile, le truffe finanziarie di aziende rinomate, il riciclaggio di fondi neri, il legame tra politici, imprenditori e ’ndrangheta. Ce n’è quanto basta per convincersi della fragilità di una nazione che appare, oggi come ieri, in procinto di venire disgregata dagli interessi privati. A detta di molti la Seconda repubblica sarebbe ormai moribonda e con essa il bipolarismo che s’è dimostrato un pessimo meccanismo di selezione della classe dirigente. L’ipotesi di una politica malata e corrotta in un paese sano però non regge. E’ poco credibile che la società civile non c’entri nulla con la degenerazione del sistema e che il berlusconismo abbia potuto prosperare in assenza di un terreno di coltura adatto, senza quel retaggio secolare di servilismo e rassegnazione inscritto nell’autobiografia nazionale. Ma così siamo rigettati al problema di partenza, a quello scarso senso civico e al particolarismo degli italiani di cui già si lamentava Francesco De Sanctis, cinque volte ministro dell’istruzione nello Stato postrisorgimentale. «L’uomo di Guicciardini di De Sanctis - scrive Silvana Patriarca - rappresentava l’opposto della virtù civile, l’assenza di qualunque interesse per il bene comune, la regola del proprio "particulare", ovvero dell’interesse personale. Fin dall’emergere di questo tipo di uomo nel Cinquecento, la "tempra nazionale" si era indebolita e tutte le "virtù della forza" si erano dissolte. Lo spirito di iniziativa, la generosità, il sacrificio personale, il patriottismo, la tenacia, la disciplina, erano stati rimpiazzati dalle "qualità proprie della fiacchezza morale" quali la dissimulazione, la malizia, la doppiezza, l’ambiguità, la prudenza e la pazienza». Stessa narrazione ritroviamo anche nel cinema. La commedia all’italiana ha prodotto una galleria di personaggi con i medesimi caratteri nazionali stigmatizzati nell’invettiva di De Sanctis: antieroi negativi, voltagabbana e opportunisti, quelli del "tengofamiglia" interpretati, magistralmente, da Alberto Sordi, destinato a essere identificato con l’italiano medio. Però nella nostra cinematografia c’è anche un alter ego di quelle figure ripugnanti, a parziale ricompensa della loro brutta figura. Parliamo del mito consolatorio degli italiani brava gente: brave persone che non portano mai responsabilità per quel che accade intorno a loro e che alla fine, in un modo o nell’altro, finiscono sempre per cavarsela grazie alla loro umanità. Anzi, i due stereotipi finiscono per mescolarsi, per integrarsi a vicenda. Basta pensare ai protagonisti dei film con Sordi: al giovane indolente, disoccupato e parassita che vive in casa con la madre e la sorella ne "I vitelloni", all’impiegato conformista, pusillanime, servile di "Un eroe dei nostri tempi", al soldato che fa carte false per non andare in guerra e che alla fine si riscatterà da eroe suo malgrado ne "La grande guerra" di Monicelli, alla vicenda esemplare - infine - raccontata ne "L’arte di arrangiarsi" (di Luigi Zampa) di Sasà, un siciliano che riesce a riciclarsi attraverso tutte le fasi storiche, un opportunista attento solo al proprio tornaconto che da monarchico diventa fascista, poi comunista, infine democristiano. «Poiché veniva rappresentato come un attributo o addirittura come un’inclinazione istintiva dell’italiano medio, il trasformismo diventava una componente di una mentalità quasi metastorica». Il discorso sul carattere nazionale ritornerà al centro dell’attenzione. Ha avuto i suoi picchi durante e dopo il Risorgimento, alla fine del fascismo e nei primi anni della Repubblica; li ha avuti di nuovo negli anni Novanta con Tangentopoli quando si tornò a parlare dei soliti difetti italici. Si può anche prevedere un revival a breve. Attenzione, però, il carattere nazionale, spesso e volentieri, è una generalizzazione. «Funziona per assunti che non reggono a un’analisi critica». Che il popolo italiano sia un insieme omogeneo, senza distinzioni di classe e cultura, o che esistano "eterni italiani" sono finzioni. Non dimentichiamolo. |
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