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Alla riscoperta delle Voci e dei venditori di Napoli |
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di Aurora Cacopardo
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In “’O mellone chino ‘e fuoco” (Kairòs Edizioni, € 14,00, pagg.293) Luciano Galassi si è cimentato nell’arduo compito di presentare non solo le figure degli ambulanti della Napoli passata, quanto le voci ed i suoni che ancora sono presenti e resistono nella lingua aspra e dolce, ironica e piena di proverbi che è il Napoletano. Che il Napoletano sia più che un dialetto una vera e propria lingua credo sia stato nel tempo ampiamente dimostrato sia per le sue peculiarità grammaticali e sintattiche oltre che per le radici linguistiche che vanno dal greco al latino e dal francese allo spagnolo. Nel suddividere il suo lavoro in nove sezioni lo scrittore pone in evidenza come il Napoletano possegga delle locuzioni intraducibili alla lettera, che possono essere definiti “napoletanismi” e che da parte di alcuni critici letterari sono considerati veri e propri proverbi o manifestazioni di saggezza popolare, veicoli di volgarizzamenti di concetti anche elevati per l’universo popolare partenopeo e che, infine, sono espressioni pregnanti della napoletanità. Nell’ottava sezione dedicata alla Semente, spassatiempo e simili si parla tra l’altro di castagne arrostite, lesse e “a palluotte”. Secondo l’Autore, non di rado i napoletani mangiavano le castagne lesse come colazione al mattino, perciò già all’alba i rivenditori, spingendo il loro carrettino sul fondo sconnesso dei vicoli, cercavano un posto strategico in cui fermarsi, di solito per ripararsi dal freddo, un portone vicino ad una chiesa o una scuola, come testimoniato da Nicola Corvo che nella “Storia de li remmure de papule” del 1740 così descrive le castagne: “Erano cotte l’allesse e già li peccerille/correvano de ponta p’accattare/”. Inoltre, le castagne servivano anche come definizioni umoristiche: ad esempio, “cuòppe allesse” lo si dice di una donna sgraziata, paragonandola, all’involto destinato a contenere castagne lesse, che un po’ perché frettolosamente realizzato con carta di giornale, un po’ perché impregnato dell’umidità del contenuto si deforma, gonfiandosi e ingrossandosi ai lati. Sempre restando nell’ambito delle sezioni quella che più mi ha colpito è stata la IX: Gli acquaioli. Galassi ci informa che il Mayer nel 1840 rimase colpito dalla figura dell’acquaiolo napoletano e lo descrisse in modo molto pittoresco: pure Rocco Galdieri nella poesia Mamme napulitane stigmatizza un acquaiolo. Il più famoso venditore di acqua della canzone napoletana è probabilmente la “voce” dell’innamorato di Fenesta vascia, componimento anonimo dei primi venti anni del 1800. Il testo è stato conosciuto e molto pubblicizzato nella versione di Salvatore Palomba. Il puntuale lavoro di Galassi, nel quale le voci e le persone scorrono tumultuose e formano un disegno sonoro della città, ci ricorda un altro disegno: l’antica topografia di Napoli, il nucleo originario della città greco-romano, una pianta a scacchiera, geometricamente perfetta, divisa da tre decumani tagliati ad angolo retto dai cardini. È la teoria di Ippodamo da Mileto, architetto vissuto nell’età di Pericle, il V secolo A.C. Tale struttura ci ricorda che Napoli ha una sua grecità ormai perduta nei secoli. Il libro orienta così il lettore in una passeggiata tra il reticolo originario della città a cui nel tempo si sono sovrapposte tante altre città che formano Napoli, nei quali ciascun venditore reinventa a modo suo il proprio richiamo spesso con geniali invenzioni di parole. Arterie, quartieri, vicoli, un gioco meraviglioso che fa di Napoli, malgrado tutto, una delle città più belle del mondo.
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