Non è con le religioni che il mondo si salverà
 







Maria Vittoria Vittori




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Fin dal suo libro d’esordio larvatamente autobiografico Una bambina e basta (edizioni e/o, 1994) Lia Levi si è ritagliata uno spazio ben riconoscibile e tutto suo nell’affollato panorama della narrativa contemporanea. Attraverso le sue storie ci si inoltra in quel territorio abitato dalle antiche comunità ebraiche che hanno segnato la storia del nostro paese e che, per effetto delle aberranti leggi razziali, si sono trovate improvvisamente al di fuori di ogni possibile esistenza civile. Di queste famiglie e di queste comunità Lia Levi ci ha raccontato, nel tempo, le frastagliate interazioni con la società, le abitudini e i comportamenti, le passioni e le idiosincrasie in una sorta di commedia umana vivace e riflessiva, ironica e dolente che trova ora un tassello fondamentale in La sposa gentile (edizioni e/o, pp. 212, euro 18,00). La sposa del titolo è Teresa, di famiglia umile e cattolica, che irrompe di colpo nella vita dell’ambizioso banchiere ebreo Amos Segre, dapprima sconvolgendo e poi rifondando su basi nuove non solo le regole di casa Segre ma anche quelle dell’intera comunità ebraica di Saluzzo. Con la sua amorosa vitalità e il suo tenace pragmatismo Teresa viene a prefigurare fin dai primi anni del Novecento, ovvero un secolo fa, inedite modalità di convivenza. A ben guardare, ancora attuali.
Partiamo proprio da qui, da questo elemento di novità che caratterizza il libro: l’irruzione di una donna "gentile" in una tradizionale famiglia ebraica...
Sono partita da una storia di famiglia, naturalmente reinventandola: Teresa era mia nonna anche se poi la chiamavano Gina, forse in corrispondenza con suo marito, il nonno Moise, che veniva chiamato da tutti Ginotu. Una coppia che non ho fatto in tempo a conoscere, perché quando mio nonno è morto avevo solo sei anni. Però posso dire di aver conosciuto bene la nonna: dopo che le leggi razziali avevano proibito ai bambini ebrei di andare in villeggiatura,
ci pensava lei a portare al mare i suoi nipoti. Ai ricordi personali ho aggiunto i racconti di mia madre e di mia zia che componevano il ritratto di una donna generosa, un po’ burlona e talvolta beffarda.
In questo romanzo, più ancora che negli altri, c’è un ampio ricorso all’ironia, rivolta sia agli ebrei, pallidi esseri di città scarsamente vitali, sia a Teresa, designata con l’appellativo di Mosé. È un’arma contro i pregiudizi?
L’ironia è sicuramente uno dei miei ingredienti principali. È vedere e vedersi vivere, la prerogativa che permette di creare quel distacco dalla materia incandescente che è necessario per raccontare la condizione umana e le infinite debolezze dell’animo.
Sara, la figlia del Rabbino, esprime la sua difficoltà nel distinguere tra le sfumature del vero e del falso, del giusto e del non giusto. Riflette: "Forse per questo, per tranquillizzarci con un po’ di ordine sono nate le religioni". E poi si chiede se la pensa così anche
suo padre. Le giro la domanda: la pensa così anche lei?
Io sì. Noi viviamo nei dubbi, ci dibattiamo nei dubbi perché ci poniamo continuamente delle domande. Per alcuni, a queste domande risponde la religione. È una possibilità, la religione, per chi vuole essere aiutato in questo modo.
Nella storia un po’ paradossale di Teresa che per amore del marito vuole diventare ebrea, pur mantenendo la sua devozione alla Madonna, è leggibile un avvicinamento tra l’ebraismo e il cristianesimo? Quanto può essere attuale Teresa?
Una volta si era più irreggimentati nelle proprie credenze e nei propri principi. Ora tutto è più fluido, non sono più definibili come traditori tutti quelli che hanno seguito impulsi, idee, sentimenti diversi. Penso che ognuno possa trovare i valori dove vuole e che questa sia la caratteristica della modernità. E in questo senso, Teresa è moderna.
Come ha vissuto e valutato la visita del Papa in sinagoga?
All’interno
di entrambe le religioni coesistono correnti favorevoli al dialogo e quelle che remano contro. Certo, nell’ultimo periodo ci sono stati diversi attriti soprattutto per quanto riguarda le formulazioni ideologiche e la proposta di beatificazione di Pio XII, avanzata nel momento meno opportuno, subito prima della visita del Papa in sinagoga. Naturalmente ognuno di noi ha avuto come faro la prima visita di Karol Wojtyla, la più emozionante, la più clamorosa, un autentico fatto storico. Questa seconda visita ha avuto indubbiamente un tono più dimesso.
Mai come in questo periodo la tentazione dell’integralismo è così forte...
Dove c’è questa tentazione sicuramente il dialogo è più difficile. In questo momento mi sembra che le religioni si siano come arroccate: ci si attacca alle regole per timore di perdere la propria identità. Ora, questo timore potrebbe essere fondato, ma non è questo il modo di salvarsi.
Nelle sue storie di famiglia la Storia è sempre
presente e sempre minacciosa. Anche qui, la parabola di questi ebrei piemontesi profondamente italiani precipita bruscamente con le leggi razziali. Una ferita mai cicatrizzata, no?
Quando si scrive, si attinge sempre al mondo formativo e le leggi razziali sono state il mio imprinting, la realtà in cui sono cresciuta. Nel 1938 avevo sei anni: in quell’età non si ha un passato con cui confrontarsi e il mondo ti forma con le sue regole. Io mi sono formata in quell’ambiente e credevo che quello fosse l’unica realtà; quelle restrizioni, quelle proibizioni erano tutto ciò che conoscevo.
Lei va spesso nelle scuole ad incontrare i ragazzi; ha scritto e continua a scrivere anche libri per bambini e adolescenti. Quali sollecitazioni e quali opportunità offre un pubblico così particolare?
Il rapporto è nato quasi per caso. Una bambina e basta è stato letto in numerose scuole e così hanno pensato di chiamarmi. Ci sono andata volentieri e si è creato un nucleo di
rapporti che un po’ alla volta si è ingrandito fino a diventare una dimensione abituale. Poi ho iniziato a scrivere per loro, e questo ha significato aprirsi a una dimensione nuova, interrogativa. Se negli incontri e nei racconti destinati ai bambini si mettono a fuoco soprattutto i sentimenti, con gli adolescenti mi piace mettere a confronto anche le idee e affrontare con spirito di comprensione le debolezze umane. Ogni volta si entra nel vivo della commedia umana, e mi piace farlo con loro.