Luigi Di Ruscio, polvere,ruggine e tanta poesia
 







Vittorio Bonanni




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Scatenato, furibondo, anticonformista, fuori da ogni regola stilistica, Luigi Di Ruscio non è certo un uomo qualunque, un operaio qualunque, un artista qualunque. Lo si evince dai suoi testi, dai suoi racconti, dalle sue considerazioni politiche e filosofiche, dal suo modo di fare quasi eversivo. «Ricorda Céline, per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività» scriveva Italo Calvino. Oggi ottantenne, apprezzato a suo tempo da scrittori come Franco Fortini, Paolo Volponi, Salvatore Quasimodo, che lo definì «uomo d’avanguardia nel senso positivo, cioè della fede nell’attualità e per la violenza del discorso», Di Ruscio, dopo aver pubblicato molti, moltissimi testi poetici - ricordiamo il primo Non possiamo abituarci a morire (Schwarz, 1953) - e tre libri di prosa, ora torna a far parlare di se grazie a La neve nera di Oslo (Ediesse, pp. 164, euro 10,00), una narrazione scritta in prima persona della sua vita, tra ricordi, considerazioni politiche ed esistenziali, intrecciate al vivere quotidiano di un uomo che ha lavorato in fabbrica per tanti anni, e alla sua estraneità, mai scomparsa, nei riguardi di una metropoli di ghiaccio e di neve come Oslo. Ma come è nata l’idea di questo scritto autobiografico, ovviamente diverso da qualunque altra autobiografia, tra considerazioni graffianti e una punteggiatura quasi inesistente? Lo racconta Angelo Ferracuti, nella prefazione del libro. Un giorno di qualche anno fa lo scrittore e giornalista, nonché direttore della collana "Carta bianca" per la Ediesse, era a Macerata insieme a Di Ruscio, per l’occasione tornato nella sua terra natia, lui nato a Fermo nel 1930. Erano alla Biblioteca comunale mentre il poeta stava leggendo Le Mitologie di Mary , un libro di prosa uscito nel 2004 per Lietocolle. Fu, quella, una giornata divertente. Rivolto al pubblico il poeta sottolineò la sua scarsa propensione a rileggersi. Poi stanco della prosa attaccò con la poesia, la prediletta tra le sue attività letterarie. «Dice che aveva pensato di scrivere un libro Istruzioni per l’uso della poesia - ricorda Ferracuti - ma del progetto c’è solo questa prima pagina che leggerà». Consiglia Di Ruscio alle persone che lo ascoltavano: «Non scrivete le poesie se nello scrivere non ne ricavate rilassatezza, felicità sessuale, leggerezza nei contatti con il prossimo tuo, se non senti lo stesso iddio in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa in fabbrica, scioltezza nel lavoro manuale, aumento vertiginoso della creatività mentre scrivi, sviluppo imprevedibile della personalità, leggermente inebriato come a precipizio. Se tutto questo non succede smetti subito. La gioia della poesia è solo nello scriverla». Lo scrittore nel corso della lettura passò poi da un aneddoto ad un altro, da una poesia ad un’altra, da un ricordo ad un altro fino a quando appunto al suo più giovane collega non venne l’idea di chiedergli un lavoro che parlasse di se stesso, della sua vita. «Fu quel giorno - ricorda Ferracuti - che pensai di chiedergli un libro dove potesse aggregare la sua memoria di straniero, di forestiero, negli anni in cui eravamo noi italiani a cercare rifugio in mezzo mondo. E oggi quel libro c’è, e c’è anche un Di Ruscio scatenato, furibondamente vitale, comico e caustico allo stesso tempo, irriverente al massimo, che torna in queste pagine con una lingua graffiante ed eversiva».
Con questo volume pieno di ricordi Di Ruscio, che aveva cominciato a scrivere poesia fin dall’età di 18 anni, fa capire come nella sua figura convergano tanti aspetti della condizione umana. Insomma non può essere definito semplicemente "poeta operaio", anche se poeta ed operaio, metalmeccanico per l’esattezza, Luigi è stato senza ombra di dubbio. Ma la sua vita particolare e la sua esperienza culturale lo trasformano in un essere quasi mitologico, che appunto nel 1957 decise di emigrare non in Germania, in Francia o in Belgio ma in Norvegia, con poche corone in
tasca, senza un posto dove andare a dormire tanto da essere ospitato all’inizio nei dormitori dell’armata della salvezza. In quel paese scandinavo, così diverso e freddo, non pensava di rimanere per tutta la vita. Poi ha incontrato Mary, quella che diventerà sua moglie, dalla quale ha avuto quattro figli e così è rimasto in una terra nella quale si sentirà comunque per sempre straniero. Quando oltre mezzo secolo fa abbandonò l’Italia è sì alla ricerca di lavoro, ma è anche orfano politicamente per le sue posizioni eterodosse - e non poteva certo essere altrimenti - e deriso per le sue attività poetiche: «C’era la destalinizzazione e l’insurrezione d’Ungheria, i carri armati sparano sugli operai, oltre a tutte le mancanze mi ritrovavo anche senza partito, non avevo un lavoro di nessun genere, con le mie poesie ero diventato veramente "argomento di riso e trastullo", eravamo giunti allo schianto, pensavo anche di fare un reato qualsiasi e farmi mettere in galera dove un posto per scrivere in pace sarebbe assicurato..».
Autodidatta, ha soltanto la quinta elementare, Luigi Di Ruscio è un uomo che ha sposato la letteratura ma soprattutto la fabbrica per circa quarant’anni. «Poeta matto non omologabile - si definisce nella sua biografia - metallurgico per continui decenni sono rimasto in balia di tutti i misteri di fabbrica, le polveri, le ruggini, i continui ruggiti», insomma con la sofferenza di chi fa un lavoro difficile, di quelli che dovresti andare in pensione a cinquant’anni, altro che innalzamento dell’età pensionabile. Franco Fortini, non a caso, scrisse nella prefazione di Non possiamo abituarci a morire che le sue «poesie di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi decenni del secolo è stata nel nostro paese, almeno di intenzioni, assai feconda. E questi versi sono insomma un documento umano delle
aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano».
Di Ruscio è inequivocabilmente un uomo del 900 anche se la sua scrittura ha sempre qualcosa di avveniristico. E non soltanto per la sua età ma anche per la consapevolezza delle sue radici che gli consentono però di analizzare il presente e ipotizzare il futuro con grande lucidità. In un’intervista rilasciata a Ferracuti qualche anno fa e uscita su Rassegna Sindacale diceva: «...abbiamo due strade da poter percorrere, le guerre fratricide oppure la lotta per il socialismo. Invece ho paura che ritorneranno i massacri, il terribile è che l’eccidio di sei milioni di ebrei non segna la fine di un’epoca, ma l’inizio di una epoca terribile tanto da dare ragione a uno scrittore norvegese che dice che la fine dell’umanità non sarebbe una tragedia ma solo la fine della tragedia».
Un pessimismo quasi cosmico potremmo dire maturato comunque nella consapevolezza di
aver vissuto bene e di aver fatto le cose che aveva sempre desiderato. Verso la fine di La neve nera di Oslo dà visibilità a questo stato d’animo: «Aver lavorato per 37 anni in una fabbrica infernale e nello stesso tempo aver portato avanti in maniera imperterrita una poesia stimata da persone che stimo per la loro intelligenza e onestà morale è come essere baciato in fronte dall’onnipotente».