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Con il suo libro d’esordio, “Il colore della notte” (Kairòs Edizioni), Daniela Iachetti Federici mette alla luce il suo primo figlio di carta e inchiostro. Affascinanti già le sue note biografiche, testimonianza del contatto con alcune controverse realtà (quelle di Secondigliano) nelle quali, negli ultimi anni, questa scrittrice ha volontariamente scelto di immergersi. Realtà nelle cui acque difficilmente in vita si nuota, per timore o pregiudizio. Una prospettiva, questa, che offre solo un’ingiusta e limitata visione dei mondi che ci circondano, dei quali (non è una novità) l’uomo medio ha un’idea molto distorta. Il punto di forza di questo romanzo è rappresentato da una sensibilità fuori dal comune, quella di Lulù, che di certo è anche quella dell’autrice: un’eredità che solo un’esperienza di vita e lavoro come la sua poteva lasciarle. Temi delicati quelli che la Federici affronta: la libertà, il vivere, il riscatto, la violenza, la ricerca della felicità; della quale, in questo romanzo, c’è un bellissimo ritratto: un’indagine che però non tocca soltanto l’esser felici, ma anche la dignità umana, l’armonia personale. E’ un continuo riscoprire sé stessi. Lulù è una donna sui 40 che vive in una bellissima casa ad Ischia, piena di sole e verde. Ha un tenore di vita più che discreto. Non le manca nulla, almeno in apparenza. Ma un male oscuro e sconosciuto afferra il suo animo. Lulù è una donna che, alla sua età, è arrivata a sentirsi sola contro un mondo di persone ch’ella avverte come più sicure, grintose e più forti di lei. Il suo atteggiamento freddo, distaccato nascondono la sua fragilità nei riguardi della societas in cui si muove, ma ciò non è sufficiente a colmare il vuoto che pian piano sta dilagando nella sua anima. Sul fil rouge delle riflessioni della bella Lulù il lettore muoverà i suoi primi passi: una raffica di pensieri contrariati dai luoghi comuni del viver bene, un astio contro i malumori degli uomini dovuti ai piccoli difetti delle cose che per lei possono dare un senso alla vita. Come il lamento dei figli, quei figli che lei e suo marito Tony, che tanto lei dichiara di aver amato e che l’ha a sua volta ferita, non hanno mai dato al mondo. Nonostante l’atmosfera di stabilità che si è creata intorno si avverte come Lulù si senta fuori posto. Metafora di questo suo smarrimento esistenziale è la perdita del “ciondolo d’argento”, di cui con tanta dolcezza ci parla nelle prime pagine di questo racconto. E’ questo caos calmo il terreno perfetto per gli eventi che si preparano ad investirla. Riscoprire sé stessi dunque, qui vuol dire prima di tutto prendere coscienza dei propri errori, abbandonare il pregiudizio, rimescolare le carte e rimettersi in gioco, contro i torti del passato, contro il luogo comune, contro la vita stessa. E forse non è un caso che l’autrice citi Dante a principio di ben più di un capitolo. Il viaggio compiuto da Lulù nelle pagine di questo romanzo sa di “percorso di reminiscenza e rivelazione”. E si intravedono, senza troppe difficoltà, 2 figure virgiliane: Anny, la donna che per anni le aveva fatto da domestica, svanita all’improvviso, senza alcuna spiegazione, portando con sé un oggetto prezioso che non le apparteneva. Anny e Tarin, madre e figlia, il muro contro il quale tutti gli stereotipi di Lulù, onda dopo onda, si infrangeranno. E il Padre: saggio, malato, moribondo padre, sempre accanto a lei, pronto a dire la cosa più giusta, veritiera; pronto a condurre la figlia verso ciò che, nelle varie vicende della vita, conta davvero. L’esortazione perenne a guardare oltre, ad avere sempre la giusta visione d’insieme; l’invito a crescere, a non fermarsi alla prima macchia nera e gettare il lenzuolo, perché la felicità ha molte forme, e cambia nel tempo, cresce nello spirito, accompagnandola in momenti che, seppur fugaci, danno senso all’esistenza. L’esistenza: arrivati a un certo punto della narrazione è evidente come tra la vita e Lulù ci sia una sorta di tensione, come se su una spiaggia la vita e Lulù giocassero al tiro della fune. Un gioco che facciamo tutti; e si sa che, prima o poi, ciascuno perde la forza necessaria a mantenere la presa su questa corda. Nessuno può prevedere quel momento ma è naturale pensare di volerlo rinviare sempre. Lulù questa forza l’ha già persa e solo l’evento più drammatico della sua vita potrà fargliela riacquisire; quel dramma che scaverà dentro di lei un solco profondissimo, ma che le ricorderà, alla fine di tutto, quanto è alta la posta in gioco. L’evento che riaccenderà dentro di lei la luce e che, in mezzo a tante lacrime, la ricondurrà a quel melodioso e felice tintinnio che in cuor suo temeva di aver già perso per sempre.
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