Banda randagia
di Vincenzo Pardini

 







Luigi Alviggi




cover

Una normalità anomala affolla le pagine di quest’opera del Pardini. Nove racconti ci presentano personaggi all’apparenza comuni, ma in realtà soggetti borderline – per lo più criminali - che si volgono a concretizzare il loro atipico sistema mentale in dimensioni di vita dalle quali non riescono ad evadere.
La sessualità – sia etero che omo – viene trattata con piglio deciso. L’Autore ama dire pane al pane e vino al vino e dunque non ricorre a perifrasi. Fatti ed atti fisici vengono descritti al naturale ed accompagnano e sottolineano il diuturno viaggio di molti protagonisti di queste storie. Il sesso si ritaglia il ruolo decisivo nelle loro vite, come certo accade spesso, ma in menti poco speculative esso appare derivare fino ad invadere tutto il presente, ed è il sesso l’unico mezzo per tentare di conoscere chi capita vicino.
Ecco la Donata, schiava di una sessualità non lineare che sublima nell’amore per un boa, rettile che appare
corrispondere tutto l’affetto che le è mancato, e le placa l’interna “ribellione verso la sudditanza dei sentimenti” che prova verso gli umani. Ma l’affetto zoofilo la porta anche a scoprire in sé il desiderio di uccidere... e non sarà l’unica nella vicenda.
Altro leitmotiv della narrazione sono le armi che giganteggiano in quasi tutti i racconti: pistole, coltelli, fucili, si contendono la passione dei personaggi descritti.
Vincenzo Pardini, metronotte, vive in Garfagnana e pubblica romanzi e racconti da quasi trent’anni. Ha propensione per le ossessioni, i personaggi noir, “le infezioni che emanano”, e forse il lavoro di notte lo porta a prediligere soggetti che in essa ben si inquadrano. La prosa è laconica, brutale, qualche volta erratica come a seguire il titolo, ma ha come pregio un’esuberante vitalità.
Ne “Lo chiamavano orso” Egisto, prima di scoprirsi omosessuale, indaga in vari modi la propria sessualità e, attraverso laboriosi passi, giunge a conoscere l’amore con
Vittorio. I due divengono indivisibili, approfondendo l’unione e ignorando tutto quanto potrebbe ostacolarla. È una sessualità contorta ma pienamente appagante per la quale Egisto si sente pronto a sfidare il mondo. È del tutto impensabile sollevare lo sguardo ad una diversa realtà, in effetti meno pericolosa di quella che si troveranno a vivere. Il padre di Egisto e i due zii, con solide famiglie, hanno forte la passione per la caccia, quella al cinghiale in particolare, attivata al parossismo dall’averne scoperto uno grande tanto da parere un orso. Altra protagonista diviene una pistola, trovata per caso tra le cose dello zio Berto da Egisto, che guadagna il ruolo di terzo polo del legame affettivo tra i due ragazzi. Nella spericolata caccia all’“orso” che coinvolge l’intero paese, essa diventerà arbitra dei destini di troppi, travolgendo, fredda come il metallo di cui è fatta, ogni equilibrio.
In “Ferrovia parallela” è tutto il mondo circostante ad incurvarsi pericolosamente. Il
protagonista, guardia ferroviaria, parte per un normale viaggio di scorta ad un carico prezioso. Ma ben presto si ritrova prigioniero nel vagone blindato del treno merci che lo trasporta, in un lavoro che non ha più scadenza e che, nella teoria di tunnel senza fine e stazioni sotterranee, gli lascia anche pochi spazi di cielo. Le comunicazioni con la moglie ed il mondo esterno diventano poche e frammentarie, ed il lungo viaggio attraverso la notte si trasforma poco per volta in incubo. La ferrovia appare viaggiare in una sorta di realtà parallela: l’umanità che l’uomo scorge attraverso i piccoli vetri antiproiettile appare improbabile, di identità indefinita, non si comprende da chi sia costituita e si susseguono, nelle poche fermate, visioni assurde. Giungono, dalla vicina locomotiva a carbone, i bagliori delle fiamme e i rumori dei macchinisti, ma anche questi presto si trasformano in aguzzini del recluso. Il mistero impregna uomini e cose. Che lavoro sta facendo, perché e di chi è prigioniero, dove vanno, che si vuole da lui?
Le domande si affollano senza risposta e attentano all’equilibrio mentale. Quando riesce a comunicare con l’esterno, accerta che lo credevano transfuga o morto. Nessuno sa cosa gli stia accadendo. Intanto, in questa vita anomala, veglie, sonno, sogno, realtà, fantasie, si accavallano, e tutto acquista una connotazione vaga in cui è arduo discernere il vero circostante. A crescere è l’attesa non si sa bene di cosa, ma di un normale che possa spezzare in qualche modo la routine che si è stabilita e restituire l’uomo alla vita di ogni giorno, alla gioia del ritrovare quanto gli è stato sottratto.
Ma il viaggio appare terminare e l’enigma prosegue...
In Eldo – protagonista del tagliente racconto “Banda randagia” – la sessualità è bloccata, e forse i suoi problemi nascono dall’aver ascoltato troppe volte il fare l’amore tra i genitori. Sul lavoro trova una pistola gettata via, e si scopre buon tiratore col piacere di sparare tanto da
diventare assiduo al poligono di tiro.
“Pensò alla pistola, collocata nel solito posto. S’era tuttavia promesso di nasconderla fuori di casa, ma doveva cercarle un posto asciutto e sicuro non molto lontano. Ripercorse con la mente i movimenti fatti prima e dopo íl delitto. Non doveva aver veduto niente e nessuno. Cosi pensando andò in bagno e si rase. Guardandosi nello specchio, si chiese: "Tu, Eldo Culmine, chi sei?". Gli venne da ridere. Non gli sembrava di essere una sola persona, un solo io. Ma tante persone a tanti io che gli insorgevano dentro improvvisi e perentori e che non aveva tempo e modo di conoscere. Li intravedeva e basta. Usci fuori e andò sotto la tettoia a guardare la macchina. Aveva i parafanghi e la scocca impolverati dalla strada sterrata. Presa la pistola la lavò tutta, asciugandola con la pelle. Nel pomeriggio andò in città. Faceva freddo e c’era molta gente. In una piazza abbrustolivano le castagne sopra dei bracieri. Le compravano in molti. Ne comprò anche
lui per i genitori. A sua madre piacevano molto. Ricordò quando, bambino, lo portavano in un paese di montagna, dov’era un mulino in cui macinavano le castagne e l’aria sapeva di farina dolce. Quanti anni erano passati? Gli sembravano tanti, troppi. Non gli andava di farne il conto. Non voleva numeri, voleva ricordi. Anche se non gli servivano a niente. A quelli vecchi si sovrapponevano di nuovi. Ed erano quelli che lo turbavano, tenendolo come incatenato.”
Poi scoppia irrefrenabile anche in lui il desiderio di uccidere: per il minimo contrasto non esita a far fuori sconosciuti che intralciano il suo cammino. Diventa un serial killer randagio, come la banda di cani che infesta il vicinato e che lui inizia a sterminare. L’ispettore Giurati pazientemente stringe le sue maglie fino ad individuarlo e ad essere convinto di averlo in pugno. Ora non resta che allungare la mano per catturarlo. Ma Eldo svanisce tra le dita e, come a volte capita, la vendetta sceglie di colpire in modo
inatteso.
Emblematica della criticità dell’esistenza a fronte di questa folla sbandata appare la figura del maresciallo Vezio Delle Palme di “Sparatoria”. Prossimo alla pensione dopo quarant’anni di onorato servizio, paga con la vita lo scotto alla nuova feroce delinquenza senza codici e senza freni, sulla quale troppo vediamo e leggiamo, cruda attestazione di un passato migliore che troppo velocemente si è trasformato nella inumana violenza odierna.

VINCENZO  PARDINI - Banda  randagia
Fandango, 2010 – pp. 216 - € 15,00