L’ombra più lunga
di Gianfranco Pecchinenda

 







Luigi Alviggi




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Sulla relazione padre-figlio sono state scritte intere biblioteche e di sicuro su questo rapporto si continuerà a scrivere e discutere per tutta la durata del genere umano. Da essa e dai basilari complessi di Edipo/Elettra – psicoanalisi docet - si fa derivare l’impostazione di tutti i contatti sociali che avranno come polo il singolo individuo, siano quelli del cittadino-Stato, del subalterno-superiore, dell’amante-amata, dell’amico verso la sua cerchia, di che tipo di padre/madre lo stesso figlio/a diventerà nella famiglia che egli/ella andrà a crearsi.
Sembra ragionevole affermare che valido elemento strutturante di una tale corretta relazione sia la buona coincidenza – nella mente del figlio, lungo l’arco del suo sviluppo – della rappresentazione soggettiva del padre con quella oggettiva. Il padre oggettivo è un individuo imperfetto, come tutti, e come tale non andrebbe né idealizzato né colpevolizzato. Esso deve venir accettato nella sua
interezza, ed il padre soggettivo – originato nelle normali sfocature percettive dell’infanzia e dell’adolescenza – deve arrivare a coincidere il più possibile con l’oggettivo, nei suoi pregi e nei suoi difetti. D’altra parte, il corretto equilibrio psichico di tutti noi riposa su una fedele immagine mentale dei tanti aspetti della realtà circostante.
Per tanti illustri personaggi il rapporto in questione è stato quanto mai tormentoso, e gli echi relativi si avvertono nelle rispettive opere e vicende di vita. Per citarne solo uno, la celebre “Lettera al padre” di Franz Kafka fornisce un esempio di quanto possa essere disturbato il rapporto tra i due reagenti di questa complessa alchimia. Ma è vero – come sottolinea anche il nostro Autore – che la scrittura ha un’insostituibile funzione catartica tale, nel caso, da riscattare anche le colpe filiali più riposte. E non solo:
“quando si spengono le luci intorno, la penna rappresenta un po’ l’ultima
candela”
Gianfranco Pecchinenda, napoletano cresciuto in America Latina, è Preside della Facoltà di Sociologia della Federico II e docente di Sociologia della Conoscenza. Autore di numerosi saggi e testi nel campo professionale, ci offre, in questo breve ma incisivo lavoro, “tre racconti sul padre”, come recita il sottotitolo. L’ombra del padre è davvero quella più lunga, proiettandosi sull’intera esistenza dell’individuo, e non esiste schermo che possa oscurarla. La prosa è efficace, precisa, misurata, quasi una fotografia degli eventi narrati.
Emblematici ci appaiono due passi presi dalla nota dell’Autore:
“Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini”
“E’ comunque un dato di fatto che queste due strane entità culturalmente definite, padre e figlio (maschio o femmina che quest’ultimo sia), rendono al meglio il significato di ciò che intendono comunicarsi quando l’altro è assente.”
nelle due citazioni è racchiusa l’evoluzione
simbiotica usuale di questa spinosa diade.
Ne “La Pampa verticale” il figlio, prossimo al suicidio, fa la storia delle proprie vite, vissute alla ricerca di una radice che resta irraggiungibile. È reduce dall’eutanasia più dirompente - aver posto fine ai giorni della madre ormai ridotta ad un vegetale - che ha bloccato la sua prima vita e gliene ha fatto intraprendere una seconda, lontano nella Pampa sterminata, anche per evitare l’errore di opprimere troppo il proprio di figlio. Ma anche quest’altra crolla sotto il peso di un’ulteriore eutanasia. La terza vita è il ritorno nella città natale, Napoli. È questa la Pampa verticale, il luogo dagli orizzonti compressi nel quale l’unica possibile dimensione di sfogo è quella perpendicolare. Nel filone della tradizione più arcaica, dopo essersi macchiato di un doppio abominevole delitto, vuole porre termine definitivo alla vita obbligando il discendente ad un analogo pegno di pietà filiale che possa servire a riscattare la sua esistenza,
drammaticamente altalenante. Annientato il proprio padre, il protagonista vuole idealmente sopprimere anche il figlio, scaraventandogli addosso il macigno che lo soffoca per godere l’illusione di una riconquistata purezza. Compimento di una sorta di rituale tribale che potrebbe alleggerirgli la coscienza all’atto del passaggio nell’altrove. E ricordiamo – dalla cultura greca e latina, ma esistente di ugual tenore anche in altre civiltà anteriori – il mito di Crono che, dopo aver aiutato la madre Gea a vendicarsi del padre Urano mutilandolo, sposa Rea ma divora i propri figli pur di conservare il dominio dell’universo, essendogli stato predetto che uno di loro l’avrebbe spodestato. Sarà Rea a salvare il figlio Giove, nascondendolo sul monte Ida, e questi avvererà la profezia a danno di Crono. Questa interferenza materna è senz’altro il filone arcaico di infinite situazioni similari.
Ne “L’ombra ineludibile” è un figlio adulto a narrare. Egli si reca di buon mattino con il
padre al cimitero, a rendere omaggio al fratello di questi, scomparso da dieci anni. Il racconto è tutto intessuto dell’ansia del narratore nei confronti del padre per non dispiacergli sotto alcun aspetto, un’ansia esistenziale connaturata per giungere ad ogni costo a rappresentare il figlio modello che avrebbe sempre voluto essere, mai essendoci riuscito.
“... anche se – e non potei evitare di lasciarmi sopraffare da tali ricordi - un principio di angoscia simile mi aveva pervaso una prima, traumatica volta, quasi quarantanni prima, ai tempi delle scuole elementari. Mi rividi, per qualche breve ma intenso istante, mentre attendevo sulla soglia del portone dell’Istituto qualcuno che mi prelevasse per ricondurmi a casa. La campanella era suonata ed io ero sceso allegramente con tutti i miei amichetti, accompagnato dalla maestra, avvolto in un baccano incontrollabile. Poi la maestra e i compagni, ad uno ad uno, erano andati vía con i loro rispettivi genitori. E con essi l’allegra
confusione che aveva regnato fino ad allora. Poi erano trascorsi i primí interminabili minuti, il silenzio, le ore.
Le parole di conforto del custode, all’inizio cosi rassicuranti, cominciavano a manifestare una certa sfiducía che, come facendo eco nel mio animo infantile, riflettevano un senso di panico che, come quell’occasione che stavo vivendo dimostrava, da allora non mi avrebbe piú abbandonato.”
A valutar bene, è proprio questo il sentimento che caratterizza il comune rapporto figlio/padre. Il padre personifica l’ordine, il comando, la lunga mano della società che per prima poggia sulla nostra testa per fare dell’individuo incivile e selvaggio dei primi anni, il soggetto ligio agli obblighi e ai doveri che la convivenza civile impone a ciascuno, e dei quali nessuno può sognarsi di fare a meno. Il figlio avverte la pressione subconscia e vi reagisce nel modo per lui più naturale, a volte rigettandola, a volte cedendo, altre adattandosi, ma sempre con un grande
dispendio di energia psichica.
E proprio lì, davanti alla tomba del caro estinto, preso da un improvviso colpo di calore o da un deliquio non meglio specificato, il giovane semiincosciente percorre le tappe della sua vita, ricalcanti le orme di chi lo ha preceduto, vedendosi alle prese con problemi che, sì, da una generazione all’altra mutano nella forma ma, nella sostanza, rimangono invariati, gravidi di speranze e delusioni, di partenze ed arresti che rendono la vita bella e dannata.
Ma poi – ci chiediamo - appartiene davvero al reale la passeggiata al cimitero in compagnia del padre o è un’allucinazione nell’allucinazione?
Ne “Lo sguardo” un grave malato di Alzheimer è agli ultimi giorni.
“Cosa sono i ricordi se privati delle parole che abbiamo imparato ad utilizzare per poterli esprimere?”
Sembra che più nulla possa in qualche modo legarlo alla vita. Nei residui barlumi di coscienza da misero ammalato - affidato ad un badante che lo assiste nelle
necessità corporali, dal momento che quelle psichiche sono ridotte al lumicino e vanno diminuendo giorno dopo giorno - ancora qualcosa si agita e sono ovviamente ricordi, in specie dei figli. Per il Pecchinenda, la madeleine proustiana si concretizza quando una mattina cogliamo nello specchio lo sguardo di nostro padre. Cassa di risonanza diviene la straordinaria potenza della memoria, magari di un uguale gesto, di una stessa abitudine, ripetuta attraverso gli anni, come giocare col figlioletto. Basta un palpito fugace per stabilire un saldo riferimento, una ciclicità, una continuità negli anni, nei decenni, nell’avvicendarsi delle generazioni, che può fornire un altrettanto fugace baleno di immortalità a pervaderci, con il miraggio che il nostro esistere non sia stato vano e possa essere inquadrato per quello che è: un mattone, solido ed insostituibile, posato tra altri miliardi, nel muro in perenne costruzione della vita, simbolo del genere umano.
La morte cessa di essere termine
e diviene aspettativa. Aspettativa che, anche se non ci vedrà presenti, si continui a procedere lungo l’arco del cerchio percorso che, prima o poi, si ricongiungerà al suo inizio.
L’ombra più lunga - Colonnese Editore, 2009 – pp. 80 - € 7,00