La meglio Costituzione, ma sempre viva e vegeta
 







Alberto Burgio




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Con buona pace di quanti vorrebbero sbarazzarsene, la Costituzione italiana continua a suscitare attenzione e a mobilitare intelligenza. Prima di occuparci dell’ultimo libro di Fausto Bertinotti - un vero atto d’amore nei confronti della Costituzione repubblicana - segnaliamo in apertura due bei libri appena usciti che ne trattano e che meriterebbero un discorso a parte: il saggio del giovane storico Giuseppe Fonseca La Costituzione. Il pilastro di cristallo, apparso in questi giorni per i tipi di una piccola e benemerita casa editrice napoletana (La scuola di Pitagora), e la ponderosa silloge sui Costituenti ombra. Altri luoghi e altre figure della cultura politica italiana (1943-48) curata da Andrea Buratti e Marco Fioravanti per Carocci e dedicata a figure, culture e istituzioni non direttamente coinvolte nel percorso costituente ma non per questo ininfluenti nella costruzione della Carta fondamentale della Repubblica. Insomma, pur vituperata, sfigurata da malaccorte revisioni e largamente inapplicata, la Costituzione si dimostra viva e vegeta. E bene intenzionata a dire la sua anche sulle future sorti del Paese.
Questa è del resto la convinzione sottesa al libro di Bertinotti - Chi comanda qui? Come e perché si è smarrito il ruolo della Costituzione (Mondadori, pp. 138, euro 18,00) - appassionata sintesi della variegata esperienza intellettuale e politica dell’autore. Ci fermassimo al titolo (la domanda posta dalla Alice di Lewis Caroll: -Chi comanda qui?-) e soprattutto al sottotitolo (-Come e perché si è smarrito il ruolo della Costituzione-), ne trarremmo una conclusione avvilente. Qui e ora comandano i nemici della Costituzione (forze che non hanno preso parte al suo processo di formazione e che non perdono occasione per invocarne lo stravolgimento), il cui ruolo appare quindi fortemente compresso. Ma Bertinotti invita a non lasciarsi ingannare dalle apparenze. La realtà è complicata e non è detto che le forze
prevalenti saranno infine decisive nell’evolversi dei processi. La chiave del libro sta in tre parole che riassumono in sé questa avvertenza: -a meno che…-.
Il capitalismo feroce della cosiddetta globalizzazione neoliberista - fatto di privatizzazioni e di forzature oligarchiche, di distruzione dei diritti del lavoro e di devastanti -guerre imperiali- - parrebbe trionfare incontrastato. La storia sembrerebbe condurre l’occidente verso una nuova edizione della barbarie all’insegna della sovranità assoluta del mercato. Ma non è detto che le cose vadano così. Un terremoto è possibile. Potrebbe aprirsi una nuova fase costituente che rimetta al centro il mondo del lavoro sovvertendo il portato della rivoluzione -capitalistica e restauratrice» compiutasi nel corso dell’ultimo trentennio. L’inesausta vitalità della Costituzione sta lì a dimostrare che la partita non è ancora chiusa.
C’è un ma. Bertinotti si dice convinto che tutta la Costituzione -possa essere letta attraverso la
categoria della dignità umana-. Ma non è proprio della dignità che oggi sembra essersi persa ogni concreta percezione? Pensiamo a manifestazioni apparentemente lontane tra loro: il razzismo, la brutale aggressione ai diritti del lavoro, la povertà che dilaga tra le famiglie dei lavoratori, il sequestro del futuro delle giovani generazioni, persino le turpitudini di Berlusconi sui campi di sterminio nazisti ridotti a materia per barzellette idiote: non è, tutto questo, una plastica dimostrazione di una spaventosa sordità morale? Bertinotti risponde con il suo libro proprio a questa obiezione. La sua Costituzione non è soltanto una lezione di saggezza politica e di equilibrio, figlia della drammatica esperienza che il Paese aveva vissuto con la distruzione dello Stato liberale e la tragedia del fascismo, del razzismo di Stato e della guerra. Non è soltanto una preziosa testimonianza di coraggio e di autentica volontà riformatrice. E’ anche la base per una società nuova, la mappa di un percorso che potrebbe condurci fuori dall’attuale palude, permettendoci di ritrovare il filo della partecipazione democratica e dell’autogoverno collettivo.
«Una delle migliori Costituzioni del mondo» e (perché) -una Costituzione che non solo si fa partecipe di una società aperta al futuro, ma traccia le linee programmatiche fondamentali per costruirla-. Di questo si tratta. E qual è il punto archimedico di questa nuova società che ancora può nascere, e alla cui nascita dovrebbero lavorare quanti intendono restare operosamente fedeli allo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza antifascista? Anche qui la risposta è netta (e, per chi conosce Bertinotti, non certo sorprendente): il lavoro, la dignità del lavoro (appunto), i suoi diritti e la sua soggettività, la sua incoercibile spinta egualitaria e la funzione-chiave (fondativa) che esso tuttora svolge (con buona pace delle metafisiche post-moderniste) nel quadro nazionale e nel contesto europeo e globale.
Una funzione,
certo, qui e ora mortificata perché subordinata al comando dell’impresa che impone precarietà e asservimento radicale. In questo senso il peso del lavoro è oggi determinante -per via negativa-. Ma la Costituzione tende a un diverso obiettivo, e per questo sancisce un rapporto asimmetrico tra lavoro, impresa e proprietà privata. Il lavoro, osserva Bertinotti in pagine lucide e incisive, è «l’unico attore economico a non essere sottoposto a vincoli e a limiti nell’esprimere le proprie aspettative», prima fra tutte quella -di assumere un posto centrale nella società come alimento della democrazia-. Si capisce che molti non ne possano più, che sognino di disfarsene, che lavorino per manometterla e per stravolgerla. Ma per ciò stesso la Costituzione resta, oggi più che mai, una -linea del Piave-. Per presidiare e difendere la quale la conoscenza che questo libro promuove serve almeno quanto la determinazione e la scelta di campo.
C’è infine un’ultima, importante questione che Bertinotti
opportunamente pone a più riprese. La Carta non fu, scrive e ripete, frutto di un compromesso, di una mediazione tra le due grandi culture allora egemoni, quella cattolico-democratica e quella marxista. Si trattò invece - e da ciò la Costituzione trasse non solo coerenza e organicità ma anche il coraggio dell’apertura al futuro - di una convergenza e osmosi fra tradizioni diverse ma accomunate dal riferimento a un’idea di democrazia organizzata sul partito di massa. Da qui sorse un pensiero politico-costituzionale originale, una nuova cultura politica libera e all’altezza del tempo. Conflitti, certo, la Costituente ne conobbe. Ma sempre compensati dalla capacità di ascolto reciproco, grazie alla quale -il sostenitore di una tesi si fa carico della verità interna dell’altra-.
Non è solo un cenno a un passato che oggi appare remoto, né solo una implicita critica alla sterile violenza di una politica consacrata al particolarismo. E’ anche l’indicazione di un compito inderogabile:
questo Paese potrà non perdersi solo se ritroverà in sé quello spirito civile nel segno del quale seppero lavorare insieme i padri costituenti.