Qualcosa di sinistra
Miti e realtà delle sinistre al governo
Franco Cazzola
 







Vittorio Bonanni




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Essere di sinistra non è mai stata una fortuna. Quante volte ironicamente ce lo siamo detti tra noi che appunto di sinistra siamo sempre stati. Non è mai stata una fortuna perché sia dal punto di vista personale che politico la vita, rispetto a chi è di destra, diventa più impegnativa e non si può, o almeno, non si potrebbe non essere un minimo coerenti con ciò che si fa. E venendo al dunque non si possono dire certe cose quando si sta all’opposizione e poi farne altre una volta arrivati al governo. A proposito, il governo. Un vero dramma per le forze progressiste. Un incubo quasi, quando si scontentano quei settori sociali che da te si aspettano tanto magari dopo anni di dominio della destra. E qui in Italia ne sappiamo qualcosa. Di tutto questo, con tanto di dati storici, economici, tabelle, parla il libro di Franco Cazzola Qualcosa di sinistra (il Mulino, pp. 143, euro 12,00). Docente di Scienze Politiche all’Università di Firenze, già assessore a Catania e alla Regione Toscana, Cazzola ripercorre storicamente le vicende della sinistra europea, focalizza le varie fasi che hanno contraddistinto una politica che è state egemone anche nei confronti della destra dall’immediato dopoguerra fino agli anni ’70, per poi capitolare sotto i colpi del liberismo, diventato ancora più forte dopo la caduta del Muro di Berlino, che determina di fatto una rinnovata egemonia della destra a livello internazionale. Il libro è suddiviso in cinque parti: nella prima l’autore cerca di chiarire che cosa possono significare ancora oggi i termini destra e sinistra, in un’epoca in cui più volte si è tentato di far passare il messaggio per il quale non ci sarebbe più distinzione tra una politica di destra e un’altra di sinistra. E di conseguenza capire quali siano state le pratiche politiche e le decisioni di governo, là dove si sono verificate e quali sono stati i valori, le idee, i referenti sociali e le forme organizzative della sinistra. Nel secondo capitolo «analizzo - scrive Cazzola - sia le diverse interpretazioni sull’importanza delle variabili politiche per comprendere lo sviluppo economico dei diversi stati, sia le teorie sulle differenze fra le formule politiche nella gestione delle risorse pubbliche». Nel terzo l’approccio è storico per «spaccare il sessantennio della recente storia europea»; nel quarto vengono analizzati i dati di bilancio mentre nell’ultimo c’è una comparazione tra questi dati e un -tirare le fila a modo mio sull’oggi e (forse) sul domani di una sinistra di governo-. Di questo libro, dal titolo morettiano e con la divertente e famosissima immagine riprodotta in copertina che ritrae Enrico Berlinguer in braccio a Roberto Benigni, -merito degli amici de il Mulino, io avrei fatto un titolo scontato su una copertina rossa e basta- dice Cazzola, si è discusso i giorni scorsi a Roma presso la facoltà di Scienze della Comunicazione, in un contesto caratterizzato dalla grande mobilitazione studentesca con tanto di striscioni e assemblee in corso. Insomma uno scenario adatto per parlare di sinistra. Per Michele Prospero, docente alla Sapienza di scienza politica e filosofia del diritto , -la critica che Cazzola fa alla sinistra è una critica molto analitica che cerca di convogliare un recupero esplicito delle idealità della sinistra, con una ricognizione quantitativa delle politiche finora effettivamente realizzate. La tesi di Cazzola è che, malgrado tutto, una differenza nell’azione di governo tra destra e sinistra sia riscontrabile. Questa differenza nel libro lui la costruisce nel tempo lungo dividendola in due grandi cicli, ciascuno dei quali dura dai venticinque ai trent’anni. Il primo potremmo chiamarlo guida pubblica del privato ed evoca un tempo lungo favorevole alle politiche della sinistra-. Il riferimento evidente è qui alla fase post-bellica, di ricostruzione, di modernizzazione che, dice Prospero, -chiama in causa l’assunzione di diretti compiti dello Stato-. Ci sono in questo lasso di tempo politiche di redistribuzione del reddito, di uso pubblico del privato che ha rimodellato le società occidentali, con uno spostamento della politica a favore del lavoro e dello stato sociale. Ma quando finisce quest’epoca che potremmo definire dell’oro? Cazzola fissa una data: il 1973, -in quanto è a seguito della crisi petrolifera - scrive lo studioso - che cominciano a farsi strada la proposta e la realizzazione di nuovi modelli economici e politici: dal rapporto della Commissione trilaterale sulla crisi da sovraccarico delle democrazie, ai volumi sulla "crisi fiscale dello Stato"-. Sono gli anni di Milton Friedman, dei Chicago boys, del Cile, che precedono di poco il thatcherismo e il reaganismo. Tempi di -rivincita dello spirito selvaggio del privato - dice con efficacia Prospero - con una tendenziale privatizzazione degli spazi pubblici-. Viene messo in discussione il partecipazionismo, i partiti di massa, insomma l’etica della democrazia di stampo socialista. Viene meno quella contrazione del saggio di profitto che si era verificata nei decenni immediatamente successivi al dopoguerra, grazie al peso dello Stato e al peso politico del movimento operaio organizzato. Dopo questa sconfitta il capitalismo vuole recuperare il primato dell’impresa e del profitto e ci riesce perfettamente se andiamo a vedere il rapporto tra il guadagno dei grandi manager e quello degli operai: all’Ansaldo nei primi del ‘900 era di uno a cento, negli anni ’60 il rapporto salariale tra Valletta e i suoi dipendenti era di uno a venti-trenta per arrivare a quello attuale che vede Marchionne guadagnare anche seicento volte i lavoratori della Fiat. Il crollo del mondo comunista appare così come un effetto di questo scenario. Come si ripercuote tutto questo nel mondo della politica? Cazzola sottolinea come nel primo ciclo ci fosse un consenso diffuso sulle politiche sociali a prescindere dal colore delle maggioranze. Questo paradigma è mutato radicalmente negli ultimi trenta-quarant’anni. E’ la sinistra oggi a subire via via una sempre più forte egemonia della destra.
Mauro Calise, Università di Napoli Federico II, prende di petto la difficoltà della sinistra di concepirsi come forza di governo: «ci si sente di sinistra e ci si comporta come tali non necessariamente avendo in mente il binario dell’effettività di governo. Insomma, c’è una dimensione identitaria della sinistra che non si coniuga immediatamente con il "che fare", a dispetto della nobile citazione che viene in mente a tutti. In gran parte la sinistra è un cosa essere». E allora con questo tipo di dimensione identitaria, si chiede Calice, che tipo di governo dovremmo avere? -Questa operazione i segretari di partito devono sempre far finta di farla, ma per fortuna quando ci si trova in un contesto di studi e di riflessioni conviene dire magari che è diventato veramente difficile coniugare questi due piani. Quella frase sarcastica di Tronti che Franco riporta nel libro "veniamo da
vicino e andiamo vicino" la dice lunga sulla difficoltà della situazione-.
E a proposito dell’autore di Operai e Capitale, anche l’anziano e autorevole filosofo, citato più volte da Cazzola nel libro, ha voluto dire la sua: -E’ un testo pieno zeppo di punti interrogativi - ha detto l’ex esponente del Pci - e molto problematico. Partirei dalla parola "sinistra", molto sotto contestazione da varie parti e non solo dalla destra. E il mantra ora più diffuso è "bisogna andare oltre sinistra e destra, è una terminologia novecentesca, e ci aspetta un futuro migliore di quanto non sia stato declinato dal contrasto tra queste due posizioni". Il punto insomma - sostiene Tronti - è se considerare questa parola ancora valida-. Lo studioso coglie l’occasione per denunciare una enorme mistificazione tipica di questi tempi, secondo la quale tutto va avanti e nulla ritorna indietro. -Si tratta di una grande falsificazione perché nella sinistra è successo tutto il contrario. E’ tornata ad essere la
sinistra dei primi tempi, una sinistra dei diritti, premarxista-. La sfida, dice Tronti, è costruire non una sinistra di prima del movimento operaio ma del dopo movimento operaio -che ha attraversato questa esperienza e che tenga presente che questo passaggio c’è stato-.
Malgrado la problematicità della fase Cazzola ha le idee chiare appunto sul "che fare" ora a sinistra mentre è evidente, dal 2007, la crisi del modello liberista. Intanto serve una politica «democratica certo e non rivoluzionaria, ma conflittuale e non paciosa». E anche su i "chi" della sinistra nessun dubbio. E’ il mondo del lavoro, fatto di -decine e decine di milioni di lavoratori manuali, semimanuali, semintellettuali, precari, per i quali i diritti semplicemente non esistono-. O di -decine di milioni di disoccupati o di lavoratori in nero per i quali l’esercizio di diritti fondamentali è precluso-. Senza dimenticare coloro «che non hanno neppure la libertà di movimento-. Conflitto e lavoro dunque gli
ingredienti della sinistra del XXI° secolo. E’ la semplicità che è difficile a farsi direbbe qualcuno ma che a questo punto è diventata un imperativo categorico.