NUOVA 'NDRANGHETA, ORIZZONTI GLOBALI
 







Manfred




Tutte le tappe, gli omicidi, complicità e pressioni sulla magistratura che portano all'omicidio Fortugno. Partendo dai legami con la destra eversiva: ricordate l'attentato al treno per Giorgia Tauro nel `70, Junio Valerio Borghese, i cinque ragazzi anarchici morti non per caso in quello stesso anno? Dalla Calabria la 'ndrangheta si espande in tutto il mondo
Delle 60.000 intercettazioni utilizzate dalla procura di Catanzaro per gli arresti e gli avvisi del novembre 2004, qualcuna è trapelata in questi giorni. Attilio Bolzoni, per esempio (Repubblica del 25 ottobre) ha estrapolato diversi passaggi interessanti, tutti concentrati tra il maggio e il settembre 2002. Quelle riguardanti Paolo Romeo (registrate nel suo studio-quartier generale) invocano la rimozione del prefetto Sottile e del suo vice, Rizzo, e manifestano l'avversione sia al questore Maddalena (allora in carica) sia a quello in arrivo; quelle riguardanti il sottosegretario della
giustizia Giuseppe Valentino (pure provenienti dallo studio di Romeo) ribadiscono la pericolosità del questore entrante Tonino De Luca, identificato come un «altro uomo di De Gennaro»; e quelle riguardanti lo stesso viceprefetto Rizzo (in un dialogo con l'onnipresente Romeo) coprono di insulti Marco Minniti per aver mandato il maggiore De Donno (segretario particolare dell'attuale capo del Sisde Mario Mori) addirittura «in Cile» e il colonnello Fazio «a dirigere una scuola di pupazzi vestiti da carabinieri». Per la cronaca: il prefetto Sottile è stato successivamente trasferito da Reggio a Trieste; mentre De Luca (ex capo della Criminalpol di Palermo e dirigente della sezione omicidi negli anni di Boris Giuliano) non è mai stato designato a Reggio.
Un colloquio esemplare
Ma le intercettazioni decisive - tornando alla dorsale della nostra ricostruzione - sono altre, e cioè quelle riguardanti proprio le intenzioni aggressive nei confronti dei magistrati. Esemplare
è un lungo colloquio tra il giornalista Gangemi e Romeo (siamo nel febbraio 2001), con le cimici piazzate stavolta nell'abitazione e nell'ufficio del direttore, controllato anche sul cellulare. Gangemi attacca infatti con perentorietà il pm Salvatore Boemi («Perché ora incomincio io con Boemi... lo ammazzo!») e poi, tra le risate di Romeo, estende il proposito a Vincenzo Macrì («tu parti con Macrì, e ne facciamo due assieme»). Qui si rende necessario un secondo flashback.
Quello di Salvatore Boemi, infatti, è uno dei nomi che costantemente ritornano in tutti i tentativi più rigorosi di diradare gli addensamenti di nubi (leggi: le coperture) sulla costellazione della `ndrangheta. In un'intervista dell'aprile 2001 lo vediamo risalire, per esempio, alla vicenda dei cinque giovani «anarchici reggini» morti alle 23.25 del 26 settembre `70 in uno scontro con un autotreno sulla strada tra Ferentino e Frosinone. Dopo aver indagato per conto proprio sulla matrice terroristica nera del
«deragliamento» del treno per Gioia Tauro (22 luglio '70), i ragazzi erano entrati in possesso di documenti importanti, e li stavano portando a Roma. Solo più tardi si sarebbe scoperto che i due camionisti erano dipendenti della ditta di proprietà del golpista Junio Valerio Borghese, principale sospettato tra i possibili mandanti dell'attentato al treno (vedi «Poteri segreti e criminalità» di Mario Guarino, già citato nella prima puntata di quest'inchiesta). Connettendo i due fatti, Boemi parla di «strage organizzata per coprirne un'altra», e arriva a una conclusione amara e disillusa: «L'unica speranza è che, trent'anni dopo, chi sa decida di parlare. Ma, onestamente, non ci credo». Ed è un disincanto fondato, dal momento che Boemi (vedi i verbali del 23-24 febbraio e del 3 marzo `95) è tra gli estensori dell'elenco degli affiliati a «Cosa Nuova» - impressionante radiografia della rete di cosche vecchie ed emergenti - e alla massoneria calabrese, comprendente nomi di politici influenti di varia provenienza: i socialisti Gabriele Piermartini e Totò Torchia, l'ex comunista Ettore Loizzo, il segretario particolare dell'allora presidente del consiglio Forlani, Mario Semprini, e il notaio Pietro Marrapodi, ex Dc e Grande Oratore delle logge reggine. Proprio Marrapodi è il protagonista tragico di una delle indagini più perturbanti condotte da Boemi. Scosso da una crisi di coscienza e uscito dalla Loggia Logoteta, Marrapodi comincia infatti a vuotare il sacco e a fare i nomi di quelli che «decidono segretamente i destini della gente», in Calabria e non solo. Boemi lo mette così a confronto con il pentito Giacomo Ubaldo Lauro e con il procacciatore d'armi D'Agostino, cavandone un quadro dettagliato dei rapporti tra'ndrangheta, P2, Sisde e istituzioni colluse. Preoccupato di aver detto troppo, Marrapodi si rivolge (vedi intercettazione telefonica del 15 febbraio `94) a Vincenzo Nardi, uno dei tre ispettori inviati dall'allora ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi a verificare l'attività di Mani pulite. Due anni dopo, stremato e serrato in casa, decide di incontrare Mario Guarino per consegnarli copia dei documenti depositati a suo tempo a Nardi (è il giornalista stesso a raccontarlo nel suo libro sulla `ndrangheta); ma l'incontro non avverrà, perché Marrapodi verrà trovato morto nella sua abitazione il 28 maggio `96, con il caso archiviato come «suicidio per impiccagione» e i documenti e i floppy - probabilmente non tutti, come insinua opportunamente Guarino - sequestrati dalla procura reggina.
Non è sorprendente, allora, che Boemi sia l'oggetto dei propositi liquidatori di Gangemi e Romeo; in fondo, gli stessi propositi erano stati accarezzati con maggiore concretezza da altri prima (da un boss del calibro di Pasquale Condello, come rivelato dal pentito Lombardo) e lo sarebbero stati dopo, con un attentato a Boemi programmato per l'ottobre 2001 sull'autostrada A3 tra Palmi e Gioia Tauro, il commando configurato in otto killer armati
di kalashnikov. Non a caso, Boemi aveva da tempo trasferito la famiglia in una località «segreta» ubicata lungo quel tratto. Per fortuna, il problema trova una soluzione velata di softness grazie all'intervento dello Stato: da una parte il ministero degli Interni decide la riduzione delle scorte al gruppo della Dda (provvedimento simile a quello adottato, e poi ritratto, per la Boccassini, Colombo e il pool di Milano); dall'altro il ministero di Grazia e Giustizia (nella figura di Roberto Castelli) respinge la richiesta di proroga dell'incarico da parte di Boemi dopo gli otto anni canonici (in una prospettiva, ovvia, di completamento del lavoro) e anzi lo rimuove per «incompatibilità ambientale» con il procuratore distrettuale Antonio Catanese. La giustificazione - per nulla convincente - si appoggia sul fatto che l'inchiesta ministeriale volta a cogliere tali incompatibilità è stata avviata in precedenza dall'allora ministro di Grazia e Giustizia Piero Fassino. Resta comunque che una Dda dal bilancio estremamente concreto fino al 2001 (1000 procedimenti penali per reati contro la pubblica amministrazione; 25 rinvii a giudizio per malasanità; 57 indagati nell'ambito dell'assegnazione degli appalti; 30 ergastoli e 500 anni complessivi di reclusione inflitti nella fase 3 dell'«Operazione Olimpia») viene sottoposta a un inspiegabile break.
E' qualcosa più di un'impressione che sia in atto uno scontro decisivo tra politica e magistratura per molti aspetti simile a quello in atto da Tangentopoli in poi a Milano, dal quale dipenderanno le sorti non solo delle indagini sull'omicidio Fortugno, ma della possibilità di continuare a colpire efficacemente la `ndrangheta a livello locale e (trans)nazionale. Lo si evince tornando ancora alle intercettazioni precedenti il provvedimento del novembre 2004, in particolare a quelle che coinvolgono il vicepresidente della Commissione antimafia Angela Napoli An), soggetta - come il suo compagno di partito Valentino - alle
sollecitazioni di Gangemi riguardo a ispezioni e provvedimenti da prendere sulle procure calabresi, Reggio in testa. Ora: come mai l'esito dell'ispezione ordinata dal ministro Castelli alla procura di Catanzaro si è tradotto in un'esortazione al Csm di trasferimento dei procuratori Lombardi e Spagnuolo - che abbiamo visto attivi nel provvedimento del 9 novembre - con motivazione (di nuovo) di «incompatibilità ambientale» e di intromissione «in procedimenti antimafia che non avrebbero dovuto o potuto trattare»? C'è qualche allusione all'interessamento indebito verso i rapporti tra Gangemi e Romeo da una parte e Valentino e la Napoli all'altra? E come mai nell'agosto scorso un altro senatore di An, Giuseppe Bucciero, ha chiesto a Castelli la testa dell'altro procuratore di Catanzaro già citato, Luigi De Magistris? Questo solo per il «regolamento di conti» da parte di An. Ma il campo di tensione è più vasto. Perché - riprendiamo di nuovo Bolzoni da Repubblica - nella procura di Reggio sono saltati undici pm in sette anni (tra i quali uomini decisivi come Giuseppe Verzera, Roberto Pennisi, Alberto Cisterna) e il procuratore Giovanni Antonino Marletta denuncia un turnover incessante dei magistrati più giovani, smaniosi di andarsene dalla Calabria? E soprattutto, perché il procuratore capo Antonio Catanese continua a negare l'evidenza di contrasti e disagi interni alla procura e a trincerarsi in un marmoreo isolamento?
Con buona pace di Pisanu
Se questa tensione non verrà risolta, il futuro della `ndrangheta - con buona pace dell'intraprendenza del ministro Pisanu e del nuovo capo dell'antimafia Pietro Grasso - rischia di non venire contrastato con la necessaria durezza. E questo proprio in un momento - come accennato in apertura - di crescente espansione trans-nazionale degli affari e dei relativi introiti. La nuova `ndrangheta, infatti - è bene ribadirlo - non si limita a riciclare il denaro sporco in centri commerciali come i «Due mari»
nell'area di Lamezia Terme («espropriato» con l'assassinio del primo proprietario), o in villaggi turistici come quelli del litorale ionico, monitorati da «guardiani» organici alle cosche, responsabili di assegnare i lavori a ditte amiche e di riscuotere il «pizzo» sugli affitti delle case. La nuova `ndrangheta - passata dalla dimensione «pastorale» a quella «imprenditoriale» anche mandando i figli dei boss nelle migliori università italiane ed estere - ha rinsaldato legami con Cosa nostra e la Camorra (in molti casi ribaltando il rapporto da gregario a dominante) e si è ramificata in tutti i continenti, colonizzando aree del Canada, dell'Australia e dell'Africa. Per contrastarla, si dovranno effettuare molte operazioni come la «Igres», in pieno corso proprio nel momento della rimozione di Boemi. Prendendo il nome da quello di uno dei boss implicati nell'indagine, ma letto a rovescio (Sergi), tale operazione ha impiegato per tre anni, a partire dal 2000, forze massicce: 24 agenti della polizia giudiziaria solo per le intercettazioni telefoniche (con 500 utenze controllate) e molti altri sparpagliati in sette paesi, tra cui Colombia e Namibia. Alla fine, ha portato all'identificazione di un traffico di 4000 chili di droga colombiana destinata ai mercati italiano, europei e americani, e all'arresto di 50 persone solo sul territorio italiano.
Al contrario, se operazioni come questa dovessero diradarsi o infiacchirsi, si può dire con fondatezza che, in tempi di tentazioni neoprotezionistiche, il solo settore davvero globalizzato della nostra economia possa rischiare di diventare quello della varie criminalità organizzate, `ndrangheta in testa. (2/fine. La prima puntata è stata pubblicata il 28 ottobre).
ERRATA CORRIGE
Nella prima puntata di questo articolo i nomi dei pubblici ministeri Giuseppe Verzera e Roberto Pennisi apparivano alterati. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.