L'OSSESSIONE DI RACCONTERE LA DISTRUZIONE DI QUELLA CITTA'
 







di Giuliana Sgrena




Il clima (tra i profughi di Falluja rifugiati nella moschea Mustafa dell'università di Baghdad) era ostile, tremendamente ostile, ma non volevo rinunciare a raccontare la storia della distruzione di Falluja attraverso i ricordi e le immagini di quella gente che l'aveva vissuta direttamente o attraverso i racconti dei loro parenti rimasti intrappolati dall'assedio. Fino a quel momento notizie e immagini, poche, erano giunte esclusivamente attraverso i giornalisti «embedded» con le truppe americane. E tuttavia la censura non era riuscita ad impedire lo scoop di Kevin Sites, il reporter della tv americana Nbc che aveva ripreso un marine mentre uccideva un combattente ferito e disarmato steso sul pavimento della moschea di Falluja. Ma nonostante quelle immagini avessero fatto il giro del mondo, Kevin Sites era stato subito «espulso» dal corpo degli embedded perché non aveva rispettato le «regole di ingaggio» e della censura. E qualche tempo dopo il marine che aveva sparato sarebbe stato assolto per aver agito per «legittima difesa». (...) Falluja era sempre stata la mia ossessione fin da quando ero arrivata a Baghdad, e non solo quest'ultima volta. L'avevo «scoperta» alla fine di aprile del 2003, dopo la prima rivolta che avrebbe fatto di questa cittadina il simbolo della resistenza contro l'occupazione. E ci tornavo a ogni mio viaggio in Iraq. Avevo incontrato persone molto disponibili con le quali era nata un'amicizia e una collaborazione. Erano convinti della necessità di far conoscere al mondo cosa succedeva a Falluja e quindi mi aiutavano nel lavoro. Di solito l'appuntamento era a casa di Abu Mohammed, ma a ogni mio arrivo venivano «convocati» gli altri - a Falluja i telefoni allora funzionavano ancora. Così tutti seduti per terra in un grande salone, seguendo la tradizione tribale, si discuteva degli ultimi avvenimenti. Mustapha, un meccanico, era sempre il più informato: fin dalla mia prima visita mi aveva raccontato di quando, subito dopo la battaglia dell'aeroporto, una delle più cruente per l'occupazione di Baghdad, erano andati a cercare i corpi dei loro parenti e avevano trovato cadaveri carbonizzati e irriconoscibili. E fin da subito si era posta la domanda: quali armi erano state usate? Napalm? Fosforo?
(Di fronte all'evidenza l'uso del napalm, sotto forma di Mk77, è stato ammesso dal Pentagono nel dicembre 2004. Mentre sull'utilizzo del fosforo bianco ha testimoniato anche il marine Jimmy Massey nell'intervista pubblicata dal manifesto il 25 settembre 2005, nda).
Prima da questi (quelli della moschea, ndr) ho incontrato altri profughi fallujani che si erano rifugiati da parenti e già mi avevano parlato dei loro tentativi di tornare a Falluja. Mohammed l'ho incontrato a Sadr city, non è di Falluja ma vi si era trasferito ai tempi di Saddam per lavorare in una fabbrica di proprietà del ministero della difesa che produceva autocarri. Insieme al lavoro con la guerra ha perso
anche la casa, non ne ha più diritto non essendoci più la fabbrica (finita, come tutte quelle del ministero della difesa, nelle mani degli americani che l'hanno chiusa). Mohammed mi racconta che invece due sue vicine sono tornate a Falluja, ma sono state avvisate dagli americani che la casa doveva essere disinfestata e per farlo hanno dato loro dei bidoni di detersivi speciali. «Mi hanno detto che hanno trovato l'appartamento coperto da una polverina bianca e quando hanno cominciato a toglierla una di loro si è sentita male, sanguinava da tutte le parti». (...)
L'attacco di novembre contro Falluja faceva parte di quella «offensiva finale» che doveva, secondo gli Stati uniti, permettere la realizzazione delle elezioni del 30 gennaio (2005). Ma l'operazione al Fajr (l'alba) ha escluso non solo gli abitanti di Falluja ma tutti i sunniti dalle elezioni. E dopo otto mesi la città resta blindata, possono entrare solo i residenti passando attraverso sei varchi supercontrollati di accesso e
dopo una accurata identificazione che implica attese di ore. Solo l'80% dei circa 256.000 abitanti è tornato.
L'offensiva finale americana era stata preceduta da altri pesanti attacchi, soprattutto nel mese di aprile, che avevano portato all'isolamento della città. L'esercito americano voleva distruggere quello che in Iraq era diventato il simbolo della resistenza. Fin dall'aprile del 2003. Durante l'avanzata delle truppe, dopo l'occupazione di Baghdad, il 9 aprile 2003, i capi tribali e religiosi di Falluja, preoccupati dagli effetti che avrebbe potuto produrre nella città la presenza di soldati stranieri, avevano formato una delegazione per incontrare il comando Usa. Alla fine era stato raggiunto un accordo: non ci sarebbe stata opposizione all'occupazione ma i militari non sarebbero entrati nella zona abitata, non avrebbero turbato la vita della «città delle moschee». Ma l'accordo non è stato rispettato: il 23 aprile i marine avevano occupato la scuola elementare al Qaid e
quando, il 28 aprile, la popolazione aveva manifestato contro una decisione che impediva agli studenti di andare a scuola, i soldati Usa avevano sparato contro i manifestanti, provocando 14 morti e 3 feriti gravi. Due giorni dopo un'altra manifestazione e altri tre morti e 16 feriti. Cominciava la resistenza degli iracheni contro l'occupazione.
* Testo tratto da Fuoco amico di Giuliana Sgrena, Feltrinelli, in libreria dal 10 novembre)