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-Salgari mi ha insegnato la passione per l’utopia- |
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Guido Caldiron
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Sandokan e Yanez sono minacciati da una forza oscura e maligna e si vedono costretti a richiamare a raccolta le Tigri della Malesia per una nuova e pericolosa avventura. Nel centenario della scomparsa di Emilio Salgari uno dei maggiori scrittori contemporanei di lingua spagnola, Paco Ignacio Taibo II, rievoca le storie e i personaggi dell’autore veronese con un romanzo che gioca con le nostalgie dei lettori e con l’immaginario coloniale di un’epoca che sembra a tratti ricordare quello del mondo globalizzato di oggi. Ritornano le Tigri della Malesia (più antimperialiste che mai), tradotto da Pino Cacucci e appena pubblicato da Marco Tropea (pp. 352, euro 16,90) rappresenta anche l’ideale prosecuzione di quel viaggio tra fiction e storia che Taibo, autore di ben 56 libri, ha intrapreso da tempo passando dalle bizzarre indagini del detective Héctor Belascoarán Shayne alla biografia di Che Guevara. Quando lo incontriamo, in un albergo del centro di Roma, fuma una sigaretta dietro l’altra e sfoglia sconsolato i giornali che raccontano le ultime novità del Ruby-gate. «Qui da voi la politica è la stessa merda che in Messico», ci dice subito dopo il "buongiorno" e prima di iniziare a raccontare la sua avventura salgariana. Perché ha deciso di resuscitare proprio ora i personaggi di Emilio Salgari e le storie dei suoi romanzi d’avventura? Sono stato un lettore appassionato e fedele di Salgari: da bambino ho letteralmente divorato tutto quello che aveva scritto. E mi ero sempre ripromesso di ritrovare l’insensità e il piacere di quella scoperta che aveva accompagnato la mia infanzia. Anche perché le storie di Salgari mi avevano insegnato la passione per la lettura come quella per l’avventura, il tutto nel segno dell’utopia e di una visione sanguigna della vita. Perciò mi sono detto perché non provare a ritrovare quella forza e quella passione dei vecchi romanzi d’avventura proprio oggi che viviamo immersi in una sorta di società-light, in mezzo a questo capitalismo decaffeinato senza più alcuna etica? Perché non ritrovare quelle storie emozionanti in cui parole come onore, rispetto della parola data, fratellanza e solidarietà avevano sempre un senso? Oggi niente sembra avere più valore a cominciare da questa politica che è tutta una merda: quindi perché non ricordare a tutti, proprio come avviene in un romanzo d’avventura, che la politica è l’arte dell’impossibile, dell’utopia che vuole cambiare le cose, e non del possibile, della gestione dell’esistente? Il sottotitolo di "Ritornano le tigri della Malesia" è "più antimperialiste che mai". C’è qualcosa nel contesto internazionale di oggi che ha reso secondo lei necessario richiamare in servizio le tigri di Salgari? Intanto si deve sottolineare come nell’opera di Salgari ci fosse anche una fortissima componente antimperialista, o nel suo caso sarebbe meglio dire anticoloniale, che avevo voglia di recuperare perché mi sembrava attuale. In questi giorni ho ripetuto più volte a chi me lo chiedeva che credo che questo aspetto antimperialista e rivoluzionario di questo autore italiano vada assolutamente rivalutato. Nel mio romanzo questo sua caratteristica è ovviamente enfatizzata e ampliata attraverso il ricorso a un contesto storico che assomiglia di più al nostro. Ma no, non volevo fermarmi ai facili parallelismi chessò tra le cannoniere inglesi dell’epoca di Sandokan e gli elicotteri americani Cobra di oggi: nel mio romanzo questi rimandi storici li può scorgere ogni lettore intelligente, ma non era questo l’aspetto di Salgari che mi interessava davvero cogliere. Era lo stile e lo spirito dei romanzi d’avventura che volevo ritrovare. Questo perché sono fermamente convinto che la letteratura, e quella d’avventura in modo particolare, produca un pensiero utopico e sovversivo. La migliore conferma di ciò che dico: il fatto che i personaggi ribelli di queste storie hanno alimentato e alimentano ancora oggi i nostri sogni. Lei però non si è limitato a riesumare l’anima ribelle di Sandokan e ha messo nel romanzo ogni genere di citazione e di rimando, da Engels a Kipling, dal professor Moriarty, il celebre rivale di Sherlock Holmes, ai sottomarini di Jules Verne, da una sopravvissuta della Comune di Parigi ai fondamentalisti islamici. Quanto si è divertito mentre lo scriveva? Enormemente. Del resto, mettetevi nei mie panni: come potevo pensare di scrivere un romanzo d’avventura ambientato nella seconda metà dell’Ottocento senza tener conto di tutte le vicende e i personaggi dell’epoca? Quindi ha aperto il mio immenso armadio di ricordi, letture e influenze e ho buttato allegramente nel romanzo tutto quello che mi sembrava coincidere e poter influenzare la storia che volevo raccontare e quel determinato periodo storico. A pensarci bene credo proprio che questo sia stato il libro più divertente che abbia mai scritto in vita mia. Già alcuni anni fa si era parlato di un progetto di "rielaborazione" dell’opera di Salgari che avrebbe messo insieme lei, Luis Sepulveda e Daniel Chavarria. Perché questo scrittore italiano ha così tante cose da dire agli intellettuali dell’America Latina? Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso Salgari conobbe una straordinaria diffusione nei paesi di lingua spagnola, fu tradotto quasi ovunque e divenne una sorta di lettura obbligata per i ragazzi. Così, la generazione di coloro che hanno oggi tra i cinquanta e i sessant’anni si è formata su quelle storie, un po’ come è accaduto in Italia, mentre non è accaduto nei paesi anglosassoni dove le sue storie sono state tradotte molto tardi e spesso solo parzialmente. Così le avventure di Sandokan sono entrate prepotentemente nell’immaginario degli argentini e per niente in quello dei cittadini degli Stati Uniti. Resta l’apparete paradosso di trovare proprio nelle pagine di Salgari, che come è noto non si era praticamente mai mosso da Verona, l’impronta di un sognatore capace di evocare l’utopia rivoluzionaria. Come la mettiamo? (Ride) Già è proprio così ed è una cosa che mi piace molto. Diciamo così che ci sono due modi per scrivere un libro: avere una grande immaginazione e una piccola enciclopedia, oppure il contrario. Salgari fu costretto dalle circostaze della sua vita a seguire la prima di queste due tendenze, anche se probabilmente avrebbe voluto poter viaggiare e girare il mondo. Dovette optare per il metodo dei veri scrittori che "inventano il mondo". E lui lo ha inventato. Così, quando ho cominciato a pensare a questo romanzo mi sono chiesto se dovevo mettermi subito in viaggio, andare nel Borneo o a Hong Kong, piuttosto che passare le mie giornate a studiare al British Museum di Londra. Poi mi sono detto, "ma no, merda", questo è un libro che va scritto alla maniera di Salgari: mi sono chiuso in casa da solo, al secondo piano del mio appartamento nella Colonia Condesa di Città del Messico e ho comiciato a inventare un mondo. Nel suo romanzo c’è spazio anche per una delle sfide che la letteratura sembra porre talvolta alla realtà: quella per cui dei personaggi creati dalla mente umana possono finire per rivaleggiare con uomini in carne e ossa. In passato lei ha scritto degli eroi della Rivoluzione messicana o di Che Guevara e oggi il suo Sandokan sembra diventare una figura storica. Cosa succede? (Ride) Ma che cosa è davvero reale? La vecchia sinistra faceva molta fatica a fare i conti con la parola "realtà" e credeva che reale fosse solo ciò che si può toccare. Oggi sappiamo che la fantasia letteraria fa parte del nostro spazio di senso e, per questa via, diventa reale. La storia personale, la memoria e l’immaginario di ciascuno non sono meno "reali" della sedia su cui sono seduto o del posacenere che tengo in mano. Tutto ciò che entra a far parte del nostro pensiero e della nostra fantasia non potrebbe essere per tutti noi più reale di così visto che ci consente di confrontarci sia con gli altri esseri umani che con la vita di ogni giorno. Per vivere non ho bisogno solo di pane e salame, ma anche di sogni.
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