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IGOR STRAVINSKY
RICONDOTTO ALLA SUA COERENZA |
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di Arrigo Quattrocchi
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Qualche anno fa una trasmissione di Rai-Radio3 promosse fra i suoi ascoltatori un sondaggio sulla più significativa composizione musicale del XX secolo; brano vincitore risultò, con largo scarto, Le sacre du printemps di Igor Stravinskij. Un verdetto, questo, che nella sua episodicità è in qualche modo emblematico del significato che la partitura di Stravinsky - La sagra della primavera, secondo una maldestra traduzione italiana, alla quale sarebbero da preferire Il rito della primavera, o, seguendo il titolo russo, La primavera consacrata - si è conquistata presso il pubblico della musica colta: quello di annuncio e affermazione della modernità. Non è un caso, d'altronde, che già oltre sessanta anni fa il Sacre fosse l'unico lavoro del Novecento incluso fra le partiture dirette da Leopold Stokovsky per il film Fantasia di Walt Disney, in qualche modo già una consacrazione a simbolo musicale del secolo. Ben diversi erano stati gli esordi. Come molti altri capolavori, alla prima assoluta, il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs Élisées di Parigi, il balletto di Stravinsky - rappresentato dalla compagnia dei Ballets russes di Diagilev, con la coreografia di Vaclav Nijinskij - aveva riscosso uno storico e clamoroso insuccesso, decretato da un pubblicò che coprì di risa e proteste quasi tutta la musica. Il successo venne soprattutto dalle esecuzioni in forma di concerto, come se le soluzioni coreografiche immaginate per il balletto - memorabili quelle di Milloss, Massine, Béjart - non fossero mai state completamente adeguate alla originalità della partitura, volta ad illustrare i riti barbarici, culminanti nel sacrificio di una fanciulla, che accompagnavano l'avvento della primavera nella Russia non ancora cristianizzata. Il primitivismo, affidato ai ritmi ossessivi, alla forza d'impatto di una materia sonora violentemente dissonante, alle atmosfere sospese e misteriche, è d'altronde la novità più dirompente del Sacre, proposta con un radicalismo che avrebbe trovato in seguito molte imitazioni, non sempre positive. Per commentare e analizzare questa pietra miliare del Novecento musicale sono stati versati fiumi di inchiostro; eppure il contributo che giunge ora da Roman Vlad nel volume Architettura di un capolavoro. Analisi della Sagra della primavera di Igor Stravinsky (Ricordi, 2005, p.186, E. 20) - risulta, per molti aspetti, prezioso e ulteriormente illuminante. A Stravinsky - l'autore del volume sceglie la traslitterazione americana del nome, preferita dal musicista per firmarsi - Vlad ha dedicato molte energie della sua poliedrica attività di compositore, organizzatore musicale, musicologo. L'impatto con la musica di Stravinsky era avvenuto per lui sotto il segno della predestinazione; il primo concerto ascoltato a Roma nel 1938 dal diciottenne Vlad, giunto dalla Romania per perfezionarsi in pianoforte con Alfredo Casella, vedeva appunto Stravinsky sul podio dell'Orchestra di Santa Cecilia, per l'esecuzione di alcune sue partiture. Proprio Casella, poi, aveva imposto in Italia il Credo neoclassico del compositore russo; e certamente la personalità di Stravinsky doveva lasciare una influenza profonda sul vasto catalogo compositivo di Vlad. Un lungo rapporto personale legò i due uomini dell'est trapiantati all'ovest. Quando, alla metà degli anni Cinquanta, Vlad era direttore artistico dell'Accademia Filarmonica Romana, Stravinsky accettò l'invito a dirigere alcune sue nuove composizioni; toccò a Vlad sorreggere il maestro convalescente per accompagnarlo sul podio. E rievocò poi, a più riprese, le lunghe conversazioni con Stravinsky sui più vari argomenti, riportandoli nella sua vasta attività saggistica. Da tutto ciò, e soprattutto dallo studio dell'opera stravinskiana, doveva nascere uno scritto ben più importante. Vlad, infatti, ha dedicato alla musica di Stravinsky il primo vero esauriente volume in lingua italiana, nato da un ciclo radiofonico, apparso per Einaudi nel 1958, poi tradotto in inglese nel 1967, quindi significativamente riveduto e ampliato nel 1973, all'indomani della morte del compositore. Al di là della completezza della trattazione, i meriti dello Stravinsky di Vlad vanno molto oltre il suo significato pionieristico nell'editoria italiana, e risiedono nell'avere offerto della personalità dell'autore russo un profilo del tutto controcorrente, e oggi molto più attuale, rispetto all'orientamento storiografico che era stato abbracciato dalla maggioranza degli studiosi. Occorre ricordare che secondo la Filosofia della musica moderna di Adorno, i nomi di Schönberg e Stravinsky rappresentavano i due poli antitetici fra i quali si sarebbe sviluppata la musica del Novecento, volto il primo al progresso e il secondo alla conservazione. Alla decostruzione di questo teorema Vlad ha contribuito con le sue analisi lucide e sempre direzionali della musica di Stravinsky, mostrandone l'apertura verso la modernità, negli stessi segreti compositivi come nella impostazione estetica. Perché dunque un nuovo libro sul Sacre du printemps? Proprio alla fine dell'edizione 1973 del suo Stravinsky, Vlad precisava che la natura del suo volume era quella di un work in progress: «ci sono le sue musiche apparentemente arcinote, in realtà ancora da studiare, meditare, approfondire, scoprire in tanti aspetti non sufficientemente indagati e forse nemmeno intuiti». Trent'anni più tardi, Architettura di un capolavoro si propone come una riflessione ulteriore sull'autore amatissimo; partendo dal capolavoro forse più significativo, il volume - accompagnato da una prefazione di Enzo Restagno e pubblicato con il sostegno del festival Settembre Musica di Torino - offre gli strumenti per intendere la coerenza profonda del compositore lungo tutto l'arco della sua attività, nonostante le molteplici, e variamente criticate, capriole stilistiche e linguistiche. Si può dire che Roman Vlad abbia inventato la divulgazione musicale in Italia. Le sue trasmissioni televisive, le sue conferenze-concerto, i vari volumi rivolti agli appassionati hanno sempre cercato di coniugare la profondità dei concetti con la cordialità e la chiarezza dell'esposizione. Questo è però un volume di studio e di analisi, dunque è logico che egli sorvoli, dandoli per acquisiti, su tutti i fatti e le vicende che riguardano la nascita del Sacre du printemps, la sua lenta affermazione, il suo contenuto coreografico e concettuale. Ciò che forse gli sta più a cuore è contraddire una intera corrente di studi, da Schaeffner a Boucourechliev, per la quale il Sacre non avrebbe una unità organica, o meglio strutturale, e la «tinta» che appare omogenea all'ascolto nascerebbe da un materiale tematico continuamente rinnovato, da episodio a episodio. Partendo dallo studio dei primi abbozzi di Stravinsky, Vlad propone invece una teoria completamente differente, secondo la quale l'intera partitura nascerebbe da una «cellula generatrice» - a sua volta affine a una melodia popolare russa - sottoposta dal compositore a una serie di permutazioni e trasposizioni, che danno origine poi ai materiali di tutta la composizione. Di qui la scoperta del fatto che, in realtà, l'«architettura del capolavoro» si basa su una logica precisa, in cui i materiali sono sviluppati secondo il principio costruttivo della serie di Fibonacci. Secondo Vlad questo modo di procedere era forse, da parte di Stravinsky, empirico ma comunque fortemente razionale. Ecco dunque spiegata la coerenza profonda che tiene unito tutto l'arco del capolavoro. Ma le conseguenze dello studio di Vlad vanno molto oltre: l'idea di costruire la partitura da una cellula generatrice, secondo principi di logica matematica, è infatti propria del sistema di scrittura dodecafonico, ideato da Schönberg, al quale Stravinsky aderì nell'ultima fase del suo percorso creativo. Le accuse di incoerenza stilistica che questa adesione attirò sul compositore sono dunque infondate, poiché già nei suoi anni giovanili Stravinsky impiegava simili principi costruttivi. Si comprende dunque come, parlando del Sacre du printemps in realtà Vlad intenda parlare di tutto Stravinsky, integrando e chiarificando le conclusioni lasciate aperte nel suo precedente volume. Seguendo il complesso e fittissimo percorso dell'analisi del Sacre, si arriva alla conclusione per cui sarebbe riduttivo considerare questo come il libro di un musicologo; è invece il libro di un compositore, che cerca di penetrare nei segreti della creazione di un altro autore quasi «ricomponendo», nel capolavoro del Sacre, ogni battuta, frase, accordo, ritmo, melodia. Così, quel che anni fa Vlad realizzò con i suoni, strumentando l'Arte della fuga di Bach, altro capolavoro di un altro autore amatissimo, nella partitura di Stravinsky lo realizza usando il mezzo, forse più ostico, della parola.da Il Manifesto |
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