IL LAVORO SENZA RAPPRESENTANZA
 











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Questo libro tratta di un tema decisamente contro corrente. Per molto tempo l’uso stesso della parola "lavoro" in relazione ai problemi della rappresentanza politica è parso un’anticaglia. Nel saggio in cui Anthony Giddens, a metà degli anni ’90, illustra la sua "Terza via", definita nel sottotitolo «Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia», non c’è alcuna traccia del lavoro come tema a se stante. Le tesi di quel volumetto divennero celebri a causa dei successi dell’allievo di Giddens, Tony Blair, furono festosamente accolte anche in Italia dal gruppo dirigente della sinistra maggioritaria, ebbero rilevante influenza nel dibattito pubblico. Quel saggio non è interessante solo come reperto storico. Essendo scritto da uno studioso di valore, con un grande lavoro alle spalle, contiene molti utili richiami ad un esame attento delle nuove mentalità e aspettative, oltre che l’invito a contrastare il fondamentalismo di mercato e a occuparsi dei temi emergenti, come, ad esempio, l’ecologia. C’è dunque da capire perché i problemi legati ai rapporti di lavoro e alla vita lavorativa delle persone non vengano neppure nominati, perché, cioè, per il proposito di «rifondazione della socialdemocrazia» siano considerate fuori da ogni interesse le questioni che riguardano la gran parte del tempo di vita, e delle preoccupazioni, della maggioranza delle donne e degli uomini in ogni paese sviluppato [...].
C’è di mezzo, com’è ovvio, un secolo, due guerre mondiali, la strepitosa sconfitta del tentativo - pagato a prezzo di tragedie terribili - di fondare una società nuova mutando d’imperio la ragione proprietaria, la vittoria planetaria del modello capitalistico e, infine, le trasformazioni nei mezzi e nei metodi della produzione dovuti alla scienza e alla tecnologia. Ma tutti questi fatti non spiegano automaticamente l’amnesia di una sinistra, nata innanzitutto per rappresentare il lavoro e i lavoratori, che dimentica per strada -
come questo libro documenta - coloro da cui e per cui era stata concepita […].
Decisiva è la gara nell’interpretazione dei fatti. La gara, in questo caso è stata minima, e perciò c’è stato un rapido sfondamento culturale da parte delle correnti di idee che hanno sostenuto e sostengono non solo la eternità del meccanismo economico capitalistico, ma la impossibilità di intervenire entro di esso con la politica, se non per sorreggerlo: ciò che è stato chiamato il "pensiero unico neoliberista". Il costruirsi di una tale egemonia, perché questo vuol dire "pensiero unico", avvenne sia perché una gran parte della sinistra si convinse che era inutile resistervi, sia perché le difese approntate da chi, invece, volle resistere erano assai fragili.
Era uno strumentario inadeguato di fronte al mutamento del mondo, ma ci fu a sinistra, non solo in Italia ma particolarmente qui, un effetto generalizzato di smarrimento o di panico dinnanzi all’evento, stavolta veramente "epocale", del crollo
del mondo sovietico […]. Bisognava, questa era la convinzione cui approdò la maggioranza della sinistra, abbandonare l’idea stessa della esistenza del conflitto tra gli interessi di classi tra di loro diverse: anzi, la stessa parola "classe" doveva essere considerata appartenere a un mondo scomparso. La logica conseguenza è che il partito politico e, più in generale, la categoria del politico in quanto tale e la politica concreta, hanno e debbono avere come proprio oggetto di interesse e come proprio referente il cittadino (sostantivo maschile considerato neutro: la cittadina non ha diritto ad essere nominata), non gli appartenenti a questo o quel gruppo sociale. E’ ovvio, si aggiunge, che esistono vari gruppi sociali con interessi diversi, ma la politica è il luogo dell’interesse generale, il luogo della mediazione, e dunque, per quanto riguarda i problemi della produzione e della distribuzione della ricchezza, è il luogo della politica economica: e qui bisogna curare in modo equanime l’interesse degli uni e degli altri. Perciò la rappresentanza politica del lavoro sfuma, anzi diviene un richiamo classista obsoleto.
La stessa parola "lavoro" va considerata un’astrazione priva di contenuto perché esistono solo "i lavori", ognuno diverso dall’altro, in una gamma di funzioni ed esperienze così grande da non potere esser ridotta ad un solo significato. Anche i dirigenti d’impresa sono lavoratori dipendenti e gli imprenditori sono lavoratori autonomi. Tutti stanno in parità sul mercato come individui: qualcuno porta al mercato le sue braccia, il suo corpo e le sue abilità, altri portano la propria disponibilità di capitale e la propria competenza nel maneggiarlo. La dicotomia tra lavoro e capitale è risolta. Il lavoratore in quanto tale, dunque, può essere un soggetto sindacale, non politico [...].
Le conseguenze di questo modo di pensare, in Italia, sono quelle di cui parla con ampia documentazione questo libro di Paolo Ciofi che l’editore e l’autore hanno deciso
di ristampare cosi com’era uscito sette anni fa perché conserva una piena attualità avendo ottenuto conferme clamorose [...].
La prima conferma è venuta dalla crisi economica su scala mondiale [...] E’ avvenuto il disastro da cui si stenta ancora oggi ad uscire, un disastro così profondo che si è temuto, non in qualche conventicola di facinorosi ma a Wall Street, per la tenuta del sistema. Per fronteggiarlo, sono intervenuti gli stati, a partire dagli Stati Uniti, con montagne di miliardi che, come sempre, vanno a carico dei contribuenti: e cioè in massima parte dei redditi medi e bassi che sono la parte più facile da colpire e pagano più di tutti gli altri anche attraverso le imposte sui consumi.  Aldo Tortorella