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Senti che bel rumore. Un anno di lotta per l’università pubblica |
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Quella che è raccontata in questo libro (Senti che bel rumore. Un anno di lotta per l’università pubblica, a cura di Bruno Maida, Torino, Accademia University Press, 2011, pp. 218, 5 euro) è la storia di una sconfitta. Una sconfitta che proietta la sua ombra lugubre sull’Università italiana. Una sconfitta che ha un effetto periodizzante: determina un prima e un dopo. Ma non è un libro triste. E tanto meno rassegnato. Perché ci parla della lotta di Davide contro Golia, della vitalità contro la palude, della verità contro la menzogna. Nelle dense pagine di quest’opera collettanea, scritta da ricercatori, precari della ricerca e studenti, c’è, come suggerisce il titolo, tutto il rumore delle voci che si sono affollate in una grande proposta collettiva; una proposta che è riuscita a uscire dalle aule universitarie per riversarsi nel Paese, nelle sue strade, nelle sue piazze, sui tetti degli Atenei contro quell’assordante silenzio a cui ci ha abituati una politica fatta di votazioni blindate e di servilismo. Quello nel quale si è dispiegata una protesta lunga quasi un anno è, come scrive Bruno Maida, «un paese democraticamente bloccato e in cui una certa abitudine al silenzio viene per così dire amplificata dai limitati interstizi di informazione pubblica e libera». Proprio occupando gli spazi desertificati dalla politica istituzionale, il movimento nato con la Rete29aprile è riuscito a creare nuove forme di mobilitazione e di protesta, gettando le basi per una rete collettiva e aperta che ha messo in connessione migliaia di ricercatori, di precari e di studenti in tutta Italia. Si è insomma creata una massa critica laddove vigevano la parcellizzazione e la solitudine. Uno dei meriti del libro sta proprio nel punto di osservazione dal quale esamina la controriforma Gelmini. Da un lato, come fa Armando Petrini nel suo saggio, inserendola nella lunga sequenza di controriforme dell’Università che da anni si susseguono a intervalli regolari, dall’altro prendendola sul serio perché, come scrive ancora Maida, «la riforma non deve essere semplicemente liquidata come un pasticcio [...] bensì come parte di un progetto più complessivo, che tende a indebolire o a cancellare il più possibile gli spazi di istruzione pubblica». E la critica alla Gelmini, così come emerge dal libro, poggia su quattro fondamentali pilastri, che lasciano già di per sé intravvedere quale sia la proposta alternativa messa in piedi dal movimento. L’Università congetturata dal ministro Gelmini si fonda su alcune scelte ben precise che gli autori del volume mettono radicalmente in discussione: la forte restrizione del potere degli organismi democratici all’interno degli Atenei con l’ingresso nei consigli d’amministrazione di soggetti esterni e privati con poteri non soltanto amministrativi ma anche sull’organizzazione della didattica (tema su cui riflette il saggio di Marta Margotti); il taglio dei finanziamenti; la precarizzazione della ricerca con l’abolizione della figura del ricercatore a tempo indeterminato (argomento sul quale ragionano in particolare Gianfranco Ragona, Sandro Busso e Paola Rivetti) e il sistematico taglio delle borse di studio che assume sempre di più le sembianze di un attacco anticostituzionale al diritto di studio, come argomenta Marco Viola. Quattro semplici princìpi che da soli riescono a ridisegnare, anzi a cancellare, il sistema universitario pubblico. Il tutto condito dalla menzognera retorica della meritocrazia (come mostra il saggio di Giorgio Faraggiana), in linea con una tendenza che vuole insinuarsi nel senso comune svuotando le parole del loro significato. Ma nel libro non c’è soltanto l’analisi dell’Università, dei suoi problemi e dei drammatici effetti della legge Gelmini. C’è anche un percorso di riflessione sul movimento, che prova a tracciare le coordinate all’interno delle quali è nata questa inaspettata ripresa della conflittualità sociale. Si tratta di una serie di saggi che si interrogano su «un percorso di identità, di consapevolezza e di rinascita», come recita il titolo del bell’intervento di Barge e Pasqua. E ciò che appare in modo chiaro da questa riflessione è come grazie a questo movimento si sia elaborata una strategia del conflitto sociale che si situa pienamente in una dimensione post-novecentesca, per i contenuti, per i soggetti, per le forme dell’agire, ma che contemporaneamente riesce a costruire una critica alle retoriche sulle quali si fonda il postmodernismo. Il movimento chiede infatti il cambiamento e lo pratica, vuole mutare un sistema universitario pieno di contraddizioni ed elabora, attraverso la critica alla Gelmini, una sua «piattaforma» e soprattutto chiede ciò che davvero mette in discussione, facendo così di questa protesta un evento periodizzante, tutto l’impianto demagogico di cui la controriforma dell’Università è soltanto un tassello: il rigore. Un rigore che si alimenta della richiesta di continuare a studiare - come studenti e come studiosi - liberamente, contribuendo a costruire quel pensiero critico che il Governo vorrebbe cancellare con la sua politica (dis)educativa fatta di professionalizzazioni senza professioni, di contenitori senza contenuti, di ripensamenti senza pensiero. Questo libro è un documento per la storia dei nostri anni, ma è soprattutto uno strumento per la lotta dei nostri giorni: usiamolo! Marco Albeltaro |
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