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Dove cercare la nuova letteratura francese? Più o meno dalle parti del "reale", purché ci si intenda bene su cosa rappresenti oggi questa "realtà". In occasione della trentesima edizione del Salone del libro di Parigi, che si è svolto alla fine di marzo, Le Monde ha fissato in questo termini lo stato dell’arte della narrativa transalpina, parlando «del reale nell’obiettivo» degli scrittori. «La letteratura rappresenta un mondo in sé e per questo ha un "fuori" con cui si relaziona: né come un puro riflesso, come sosteneva la vulgata marxista, né come uno specchio di autoriflessione, come sembrava credere lo strutturalismo. Si può chiamare "postmodenità" questo periodo (il nostro) che apre la letteratura al mondo, magari con il rischio di veder diluire la sua specificità», sintetizzava Thomas Clerc, mentre Emmanuel Carrère illustrava il modo in cui «l"io" (degli scrittori) più diventare un testimone» senza rinunciare alla propria creatività del tutto soggettiva e personale. Dall’incontro tra la sue esperienza di professore di liceo, prima a Dreux nell’estrema periferia della grande Parigi e poi al Collège Mozart del 19° arrondissement della capitale francese, quello del quartiere della Villette, e la sua indole narrativa - è stato cantante, giornalista e regista prima di dedicarsi alla scrittura -, François Bégaudeau ha tratto nel 2006 lo spunto per il suo Entre les murs - pubblicato nel 2008 nel nostro paese da Einaudi con il titolo di La classe - forse il romanzo più illuminante sulla società francese di oggi: il ritratto di una classe di adolescenti, provenienti da ogni angolo del pianeta come accade a Parigi ma sempre più spesso anche nelle nostre metropoli, alle prese con l’identità culturale, con la scoperta di sé, degli altri e delle regole della convivenza civile sullo sfondo di un paese che fa i conti con la xenofobia e il progressivo restringimento dell’orizzonte del welfare. Portato sullo schermo da Laurent Cantet, La classe - Entre les murs vedeva lo stesso Bégaudeau interpretare se stesso nel ruolo del professore, ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 2008 e ha conquistato con i volti e le storie di Mezut, Souleymane, Ming, Alyssa, Khoumba, Hadia, Fayad, e di tutti gli altri giovani protagonisti, il pubblico di tutta Europa. «Come si chiama quando si dice il contrario di quello che si pensa facendo capire che si pensa il contrario di quello che si dice?». «Prof la sua domanda mi fa venire il mal di testa». «Qual è la domanda, prof?». «Forse ironia?». «Be’, sí, è esattamente questo. Provate a fare una frase ironica». «Lei è bello». «Grazie, ma la frase ironica?». «Lei è bello». «Ok, perfetto, grazie tante». «L’idea era quella di raccontare un intero anno scolastico, seguendo il filo delle esperienze quotidiane», ha spiegato François Bégaudeau, prima di aggiungere: «Perciò non ho seguito alcuna linea narrativa predefinita, alcun escamotage costruito intorno a qualche fatto particolare: c’era il consiglio dei professori, quello di disciplina, ma ogni cosa seguiva il suo corso. In classe come nel romanzo». E a chi lo ha accusato di aver messo in discussione "l’istituzione scolastica" condividendo fin troppo timori, speranze e umori dei propri studenti, ha replicato seccamente: «E’ il vecchio dibattito tra autoritaristi e pedagoghi, tra repubblicani e democratici. Capisco che ci siano dei professori che rifiutano questa prossimità, ma io preferisco un’altra attitudine, rispetto a una concezione più classica del rapporto con gli allievi». Così, in apparenza quasi senza volerlo o comunque senza assumerlo fino in fondo, questo docente-scrittore di poco meno di quarant’anni è riuscito a toccare con tenerezza e ironia uno dei punti più sensibili della Francia di questi anni: quella scuola in cui si dovrebbe realizzare, e dove spesso va invece in frantumi, l’idea stessa della cittadinanza repubblicana, così come era stata immaginata da Jules Ferry il minisitro che alla fine dell’Ottocento stabilì l’obbligatorietà dell’istruzione pubblica e laica. Quella scuola che nelle cronache fa spesso rima con banlieue, e per questa via con "esclusione", "degrado", "violenza"... Quando alla fine di marzo sono stati resi noti i risultati di un’indagine sul grado di realizzazione personale raggiunto dalla popolazione di origine immigrata in Francia, di cui oltre la metà, vale a dire più di tre milioni di persone, ha meno di trent’anni, è emerso come almeno un quarto di questi giovani siano stati oggetto di discriminazioni e abbiano incontrato ostacoli nel loro processo educativo e scolastico. Proprio ieri il Ministro dell’Educazione nazionale Luc Chatel ha poi aperto a Parigi gli "Stati generali della sicurezza a scuola" dopo che violenze e aggressioni si sono moltiplicate in modo esponenziale, specie negli istituti superiori delle grandi aree urbane e nelle sterminate periferie metropolitane. In questo contesto, la maggioranza che fa riferimento a Sarkozy, ha annunciato "tolleranza zero" e misure repressive, soprattutto sospensioni e espulsioni, ancora una volta soprattutto nelle scuole di banlieue. Eppure, come spiegava su Libération Russell Skiba, uno specialista americano della violenza a scuola invitato dal governo all’assise parigina: «Le scuole che espellono il maggior numero di studenti per motivi disciplinari, sono spesso quelle dove il clima generale è più degradato e dove le performance educative sono peggiori. In un tale contesto, espellere qualcuno non serve a niente, tranne che a renderlo ancora più marginale. Inutile aggiungere che negli Stati Uniti questa sorte tocca principalmente ai giovani afroamericani». Soddisfatto per il dibattito che si è aperto intorno a Entre les murs in Francia, François Bégaudeau ha deciso di raddoppiare con un romanzo che solo in apparenza sembra trattare un tema meno caldo: il suo Verso la dolcezza , pubblicato a Gennaio nella collana Stile libero Big di Einaudi (pp. 152, euro 15,50), e descritto lo scorso anno, quando è uscito oltralpe, come il diario sentimentale della generazione del precariato sentimentale. «Un ritratto dei trentenni urbani e adultescenti, un po’ facce da schiaffi, un po’ precari, un po’ innamorati, alla ricerca di un proprio equilibrio e un po’ di "dolcezza" in mezzo al gran caos della vita moderna. Il tutto con in sottofondo partite di rugby e di calcio e le presidenziali francesi 2006-2007», come lo ha presentato la rivista online della nuova narrativa francese www.buzz-litteraire.com . In realtà, a ben guardare, lo scenario che fa da sfondo alla storia, costruita questa volta su un impianto letterario più tradizionale, non è poi così lontano da quello descritto nel diario scolastico della periferia parigina che ha regalato il successo a Bégaudeau. Ad essere cambiata è soprattutto l’età dei personaggi, dagli adolescenti Black Blanc Beur de La classe si è passati ai trentenni, non tutti banlieusard, di oggi. Non una versione francese dei teen-book di Federico Moccia, dunque, quanto piuttosto un racconto urbano scandito dal ritmo esile, ma radicato dell’incertezza, della solitudine, della precarietà. Perche, come scrive il professore di liceo divenuto scrittore: -Dicono che è in seguito alla fine del suo grande amore che Gilles è diventato depresso, ma da amico ricordo che le occhiaie sono apparse ben prima, e la depressione non è stata forse la causa più che la conseguenza dell’allontanamento di Sophie? (...). Dicono che è in seguito alla dichiarazione di fallimento del suo disconut informatico, ma i dipendenti, tre all’apice di questa breve epopea capitalistica, ricordano che le guance scavate risalgono a ben prima dei guai causati dall’arrivo dei cinesi sul mercato-. Guido Caldiron
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