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DELITTO CALIPARI, TOCCA A D'ALEMA
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di Alessandro Mantovani
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I pubblici ministeri romani che indagano sull'omicidio di Nicola Calipari depositeranno all'ufficio del gip, oggi o domani, la richiesta di rinvio a giudizio per il soldato Mario Luis Lozano, accusato dell'omicidio del dirigente del Sismi. E' un atto dovuto dopo che i magistrati hanno nominato un avvocato d'ufficio dell'albo di Roma, Fabrizio Cardinali, per il militare della Guardia nazionale di New York che il 4 marzo 2005 fece fuoco sulla Toyota Corolla su cui viaggiavano Calipari, il suo collega Andrea Carpani ex maggiore dei carabinieri e la nostra Giuliana Sgrena, appena rilasciata dopo un mese di prigionia a Baghdad. Lozano com'è noto è irreperibile, le ricerche al suo ultimo domicilio a New York si sono rivelate inutili. Gli investigatori del Ros dei carabinieri - che hanno avuto un ruolo decisivo nell'individuazione del soldato, contribuendo così al superamento delle esitazioni della procura che riteneva di non poter procedere sulla base di un rapporto finito chissà come su internet senza gli omissis della versione ufficiale - ipotizzano che sia stato trasferito in qualche base lontana, forse nel Pacifico. Ora il procedimento sarà assegnato a un giudice che dovrà notificare all'avvocato Cardinali la data dell'udienza preliminare, copia dell'atto sarà inoltrata per via diplomatica alle autorità statunitensi. Le ragioni del rifiuto Usa La richiesta di processare il militare da parte dei pm Franco Ionta, Erminio Amelio e Piero Saviotti arriva dopo la laconica risposta nordamericana alle rogatorie e alle richieste di assistenza giudiziaria. La lettera del Dipartimento di giustizia Usa, della quale l'ex guardasigilli leghista Roberto Castelli è parso curiosamente orgoglioso davanti alle telecamere di Report, non fanno alcun riferimento ai trattati che regolano i rapporti tra le giurisdizioni italiane e Usa, non accennano neppure alla cosiddetta «riserva di giurisdizione» che esclude processi all'estero per i soldati di Washington. Concedono a Calipari «il suo eroico impegno nella lotta al terrorismo», «gli Stati Uniti - si legge nella lettera - considerano la sua morte una tragedia». La signora Mary Ellen Warlow, direttore dell'Ufficio affari internazionali del Department of Justice aggiunge il suo «personale cordoglio» e «il rammarico per le ferite inflitte alla signora Sgrena e al Carpani». Ma per il resto «non essendo in grado di fornire ulteriori informazioni, riteniamo che questa risposta sia quella definitiva». Il vicepremier Ds negli Usa Massimo D'Alema ha anche il caso Calipari sul tavolo del confronto in programma il 17 giugno a Washington con il segretario di stato Usa Condoleezza Rice. E' un confronto già delicato per via del ritiro dell'Iraq e della situazione afghana. Non sarà facile trovare spazio anche per Calipari ma D'Alema dovrà trovarlo se vorrà dar prova di un atteggiamento da alleati responsabili ma al tempo stesso non subalterni. Dovrà esercitare qualche pressione anche sulla vicenda di Abu Omar, l'imam egiziano sequestrato a Milano dalla Cia nel febbraio del 2003, sempre più delicata anche per via del coinvolgimento di apparati italiani e del governo Berlusconi. Le indagini della procura di Milano sono in corso. In quel caso il precedente governo di centrodestra non ha nemmeno trasmesso le rogatorie della magistratura milanese e le richieste di estradizione dei 22 agenti della Cia accusati di aver partecipato al sequestro. E' comprensibile che D'Alema, il neoguardasigilli Clemente Mastella e lo stesso Prodi abbiano evitato annunci pubblici su una vicenda così delicata, che grazie ai magistrati milanesi è senz'altro la più chiara nel buco nero di centinaia di rendition e di «voli» della Cia: ieri Amnesty ha scritto al governo italiano. Ma sarebbe clamoroso se non decidessero di dar corso alle richieste della magistratura. Il caso peraltro è diverso, il presunto capo del commando della Cia Robert Seldon Lady è da tempo assistito da un avvocato milanese di fiducia che difende le sue attività sulla base dei rapporti tra i governi dei due paesi, sia pure - per quanto è dato sapere - senza riferimenti a quali autorità e istituzioni italiane fossero direttamente coinvolte nell'operazione del 17 febbraio 2003. La questione del delitto politico Nella richiesta di rinvio a giudizio per l'omicidio Calipari, poche righe che chiederanno solo la fissazione dell'udienza preliminare, i pm romani naturalmente non sciolgono il nodo del «delitto politico». Si stanno interrogando sull'opportunità di una piccola forzatura come quella che ha permesso di identificare Lozano grazie al rapporto del Ros. Fin qui l'omicidio del direttore del dipartimento Ricerca del Sismi è stato considerato come un delitto comune commesso all'estero da uno straniero in danno di un cittadino italiano, per il quale il codice penale (articolo 10) consente di celebrare il processo solto se l'imputato si trova nel nostro paese. Ma così il processo a Lozano, che in Italia non verrà mai, si fermerebbe all'udienza preliminare, che infatti è dal principio il realistico obiettivo del pool coordinato dal dottor Ionta. L'unica possibilità di processare il soldato in sua assenza, in contumacia, è qualificare il reato come «politico» (articolo 8). La legge richiede solo che il reato abbia «offeso interessi politici dello stato», nulla a che vedere con il «reato con movente politico» né con i «reati contro la personalità dello stato», sui quali sarebbe comprensibile il timore di provocare una mezza crisi diplomatica con Washington. I pm stanno riflettendo sull'autorevole suggerimento del professor Antonio Cassese, ex presidente del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, secondo il quale l'uccisione di un alto funzionario dell'intelligence rientra in quella definizione.da Il Manifesto |
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