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un giallo di Alferio & Antonio Spagnuolo
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di Fiorella Franchini
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“…L’assassinio è così roba da giornali. Non sono cose che capitano a noi…”ha scritto Theodor Adorno, citando Ellery Queen, ma non è questa l’atmosfera del romanzo di Alferio e Antonio Spagnolo (Kairòs Edizioni – pp.192 – Euro 10,00). Sarà l’incessante martellamento della cronaca, sarà la sovrabbondante produzione letteraria e cinematografica, sarà la sapiente sagacia degli autori, resta il fatto che il lettore viene immediatamente catapultato dentro un thriller dal sapore familiare, caratterizzato da una suspance sfumata ma avvincente, razionale e, al tempo stesso, appassionata. “Ecco il tempo degli assassini” esclamerebbe piuttosto Rimbaud, un’epoca corrotta nella quale l’atto criminale si trasforma in una forma estrema di censura per eliminare, con rapida efficienza, fastidiosi incomodi: persone, idee, verità. Nel romanzo dell’inedita coppia di giallisti, il delitto di una giovane donna sviluppa una specie di vortice che attrae a sé indagati, colpevoli, investigatori, e del quale nessuno conosce la forza e la durata sino alla fine. Personaggi, immagini, emozioni, pensieri si mescolano dentro una trama complessa, s’incontrano e si rincorrono sullo sfondo di una città appena disegnata, “…che non emerge e non invade, chiusa com’è fuori delle stanze e dagli uffici dove la vicenda ha spazio…” sottolinea Maurizio De Giovanni nella prefazione. Non c’è la Napoli chiara, geometrica di Raffaele La Capria e non ci sono le ombre di Anna Maria Ortese e neppure le due città di Domenico Rea, quella dell’apertura, del mare, del golfo, “là dove l’aria ti sveltisce il cuore”, e quella del ventre, misteriosa, segreta. Una volta tanto Napoli è una protagonista discreta, quasi incolore, lontana dall’oleografia, dal mito, ma anche dal chiasso e dalla violenza sensazionalista. Assomiglia, piuttosto, a quella stanza nuda del poeta Antonio Spagnuolo, “…trasparente nel silenzio di frammenti…” dove l’assenza rivela più delle parole. E’ una condizione dell’anima, propria del napoletano disilluso, amareggiato, che ad una sceneggiata in piazza, preferisce una speranza composta, sussurrata, perché no, ad un’immutabile luna d’argento, ma sempre vigile. “…Napoli è un problema irrisolvibile… - ha dichiarato Raffaele La Capria in una recente intervista e ha poi aggiunto - …ma non significa che non si possa risolvere…Datele un punto d’appoggio e vi solleverà il mondo…”. In questo scenario quasi asettico ma ricco di dettagli fisici e psicologici, prendono vita storie di droga, di truffe, di scommesse clandestine, realistiche perché prive d’ogni clamore superfluo, semplici nella loro tragicità. Alla fine d’ogni avvenimento, come in fondo ad un pozzo, c’è la verità, occulta, profonda, ed è una gran fatica ripescarla tra i dialoghi fitti, trai ragionamenti e le riflessioni, scoprirla agli occhi del lettore. Questi, il più delle volte, non la vuole, cerca soltanto un errore da denunciare, una spiegazione da accettare. Alferio ed Antonio Spagnuolo, al contrario, non inseguono una soluzione logica bensì la verità dell’uomo e, per trovarla, s’impadroniscono del suo dolore, dell’eterna fatica del vivere. L’ultima verità emerge lentamente dai personaggi, dal loro cuore: -…Egli tornò ad essere un uomo piccolo e impotente, al quale non è dato conoscere il mistero che sta alla base della sua stessa esistenza, si crea un suo mondo di effimere difese ed attende ostinato che possa dare una svolta al lento e soffocato rotolare del tempo…- e poiché il vero assomiglia ad una fiaccola gigantesca, come osserva Goethe, “…tutti cerchiamo di scivolarle accanto stringendo le palpebre, presi perfino dal timore di bruciarci…”.
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