Travestitismo e prostituzione in “Jenny Flowers”
 











Uno schermo televisivo - dove si trasmette “La voce umana” di Cocteau –   e uno specchio, poi,  sono testimoni della solitudine di Gennaro, un uomo maturo, trasandato, triste.
Il suo corpo sfatto denuncia il declino irreversibile di chi, in giovinezza, è stato desiderato e, anche se sui marciapiedi, ha goduto di un attimo di notorietà.
Come su di un immaginario palcoscenico, Gennaro ci racconta il suo vissuto, costellato di amori sbagliati e di suicidi andati a vuoto, alla continua ricerca di un marito rispettoso del suo essere donna in un corpo da uomo.
Gennaro/Jenny Flowers è, infatti, un travestito, non un trans come vorrebbe l’immigrato Mustafà, disposto a sposarlo e a portarlo con sé in una baracca araba dopo l’intervento chirurgico risolutore.
La personalità umorale, eccessiva e generosa dell’io narrante, si riflette nel tono del racconto, sospeso tra amarezza e ironia che domina nella descrizione degli spaccati
familiari in cui assistiamo ai litigi di questa coppia mal assortita e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.
Tra ricoveri e soggiorni in carcere si consuma la vita di Gennaro, un sognatore a cui persino la pensione di invalidità verrà attribuita quando non sarà più in grado di godersela: questa illusione, ancora più atroce della fine della relazione con il borghese “Nuvola”, è in parte mitigata dalla chiusa surreale che non sfigurerebbe in un film di Pappi Corsicato. L’immagine di Gennaro, ormai defunto, apparso come un angelo a Susetta ‘a scopa, non minimizza la realtà di chi è emarginato ma la colora di speranza che è poi la materia di cui sono costituiti gli stessi sogni.
Dagli esordi sul palcoscenico del “Maurizio Costanzo Show” Pasquale Ferro di strada ne ha fatta tanta, ma “Jenny Flowers. Confessioni di una travestita in attesa di pensione di invalidità” (Suk Libri, euro 7.50, prefazione di Donatella Gallone), rappresenta, a distanza di anni,
un’opera singolare, un viaggio in un “mondo a parte” ancora oggi misconosciuto e vilipeso. Si legge con piacere la versione in napoletano del testo sotto forma di monologo teatrale. Monica Florio