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B. e l’ultimo favore ai clan |
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Un pezzo alla volta, gli strumenti più efficaci nella lotta alle cosche vengono smantellati. Si ripete che bisogna colpire i patrimoni dei boss, privandoli dei loro tesori. Ma il nuovo Codice antimafia, voluto dall’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano, rende di fatto impossibile l’attacco alle ricchezze dei clan. Le richieste di sequestro di grandi aziende colluse con le mafie da Milano a Trapani sono ferme da mesi nelle cancellerie dei tribunali. Perché i giudici temono che il loro intervento si trasformi nella sconfitta dello Stato: le nuove regole infatti rischiano di provocare il licenziamento dei dipendenti in caso di sequestro. E quindi rendono l’azione dei magistrati non un trionfo della legalità a danno delle cosche, ma una condanna per aziende e lavoratori che così finirebbero per rimpiangere i padrini. L’unica alternativa è riconsegnare tutto ai mafiosi, sancendo l’impotenza delle istituzioni. Il nuovo Codice antimafia è entrato in vigore a ottobre con decreto legislativo del Consiglio dei ministri. Il governo non ha preso in considerazione le osservazioni critiche (addirittura 66) formulate dalla commissione Giustizia, che comunque non aveva parere vincolante. Il provvedimento ha paralizzato l’attività dei sequestri, ossia il cardine di quella strategia ispirata da Pio La Torre, il parlamentare del Pci ucciso a Palermo trent’anni fa, e perseguita da Giovanni Falcone. Le regole sono state cambiate con un decreto legislativo fatto approvare in fretta e furia dall’allora Guardasigilli Alfano, oggi segretario del Pdl: introduce una serie di vincoli normativi che - applicati nella crisi della giustizia italiana - di fatto si stanno trasformando in un regalo per le cosche. Ad esempio, obbliga i giudici a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall’avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone per sempre la confisca. Principi garantisti, che si scontrano con la situazione attuale: un procedimento di confisca oggi dura dieci anni. Ma i tribunali non sono stati messi in condizione di accelerare i tempi: basta pensare che per alcuni sequestri di grossa rilevanza la perizia effettuata dall’amministratore giudiziario sui beni dura non meno di due anni. Per questo il Codice Alfano rischia di diventare uno strumento prezioso per i prestanome dei padrini, gestori di un patrimonio sempre più grande. Le nuove regole infatti costringono i magistrati a una scelta drammatica: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati. In pratica, lo Stato metterebbe i lavoratori sulla strada, spingendoli a sostenere i boss come quando trent’anni fa a Palermo gli operai disoccupati sfilavano con i cartelli inneggianti a Cosa nostra: "Con la mafia si lavora, senza no". I problemi del nuovo Codice antimafia sono stati evidenziati subito. Mentre Alfano si dichiarava "orgoglioso e commosso per il risultato", sbandierando insieme a tutto il Pdl il valore di questo strumento contro la criminalità, opposizioni ed esperti avevano lanciato l’allarme. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, quello di Lanciano, Francesco Menditto avevano fatto presente i rischi. E anche associazioni come Libera di don Luigi Ciotti, in prima fila nella gestione dei beni confiscati, si sono espresse con chiarezza. Adesso i timori sono diventati realtà: lo strumento principale che doveva attaccare i patrimoni della criminalità organizzata è ingolfato da norme sbagliate e contraddittorie. Ma dietro questa sconfitta c’è un modo di combattere la mafia che ha caratterizzato l’intero governo Berlusconi con la ricerca di spot mediatici, spesso privi di efficacia e concentrati su una visione antica della mafia, fatta di droga, armi e racket. Mentre oggi le cosche si sono evolute, diventando soprattutto imprenditori. L’eredità di questi spot adesso rischia di vanificare anni di successi contro i boss. Per questo gruppi di magistrati sollecitano la modifica del Codice antimafia, per ottenere "un procedimento finalizzato, nel rispetto delle garanzie, al sequestro e alla confisca dei beni, non alla liquidazione dei diritti, dei creditori (che può avvenire in altre sedi, senza vendere i beni e senza ritardare la loro destinazione a fini sociali)". I magistrati vogliono che "il bene non sia disperso nel corso del procedimento e che sia rapidamente destinato per finalità sociali", eliminando tutte quelle norme che possono creare "effetti negativi nell’azione di contrasto alle mafie". Per Elio Collovà, amministratore giudiziario, "la liquidazione dei beni prevista dalla norma, in primo luogo tradisce i principi fondanti della legge antimafia secondo i quali veniva previsto l’utilizzo per fini sociali dei beni sequestrati e confiscati". Quella dei tesori confiscati rischia di essere una grande occasione perduta dalle istituzioni. L’organismo creato per gestirli non ha fondi e strutture adeguate per portare a termine la sua missione, che potrebbe trasformare gli scrigni criminali in linfa per l’economia, soprattutto a Sud. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati dovrà occuparsi presto di circa 11 mila casi con uno staff di sole 30 persone e fondi irrisori: la paralisi appare inevitabile. Il ruolo fondamentale dell’Agenzia guidata dal prefetto Giuseppe Caruso, potrebbe essere messo in crisi dall’assoluta "inadeguatezza delle risorse". Il prefetto ha presentato i problemi davanti alla commissione parlamentare Antimafia. Prima della costituzione della sua struttura, l’Agenzia del Demanio si occupava della materia con cento persone mentre adesso l’organico è ridotto a un terzo. E non si riesce a reclutare figure qualificate da altre amministrazioni pubbliche: non sono previsti incentivi. Due le strade per evitare il blocco: aumentare l’organico o trasformarla in un’ente pubblico economico con maggiore autonomia. Caruso chiede pure di spostare da Reggio Calabria la sede ("Perché presenta difficoltà di collegamento ferroviario e aereo") portandola a Roma oppure a Palermo, "considerato che attualmente più del 42 per cento delle confische si trova in Sicilia e poco meno di un terzo nel palermitano". L’Agenzia ha rilevato molte difficoltà operative per la gestione dei beni, basta pensare che il 65 per cento è gravato da ipoteche, e poi ci sono immobili ancora occupati dai mafiosi - agli arresti domiciliari - o dai loro familiari. Le banche sono un problema anche per mandare avanti le aziende confiscate: già in fase di sequestro gli istituti di credito revocano gli affidamenti bancari, non consentendo di proseguire l’attività. Come accade a Roma, al famoso Café de Paris di via Veneto, confiscato alla ’ndrangheta. Finché era nelle mani dei boss le banche allargavano le maglie del credito, quando l’azienda è finita tra le braccia della giustizia i cordoni si sono stretti e ora gli amministratori giudiziari hanno difficoltà a pagare i fornitori. (Lirio Abbate-l’espresso) Oltre 1500 aziende tolte alla mafia, ma non ripartono. Libera: è il fallimento dello Stato Serrande abbassate, macchinari ricoperti di polvere, faldoni di carte caduti a terra e mai raccolti. Sono 1.516 le aziende confiscate alla mafia. Di queste, però, solo 176 sono attive, poco più dell’11%. L’89% è in ’stato vegetativo’, ha chiuso i battenti o rischia di farlo a stretto giro. I numeri aggiornati al gennaio 2012, forniti dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc), fotografano una realtà ferma: migliaia di potenziali posti di lavoro impaludati nei lacci e nei lacciuoli di un sistema che fatica a rimettersi in carreggiata dopo essere uscito dal tunnel della criminalità organizzata. Delle 460 aziende ormai fuori dalla gestione della Anbsc solo 45 sono state vendute, ben 273 sono state cancellate dal Rea, 128 liquidate e 14 hanno ottenuto la revoca della confisca. Ci sono poi altre trecentosettantadue società, precisano dall’Agenzia, la cui situazione è in corso di aggiornamento, ovvero si sta lavorando per valutarne lo stato. La distribuzione geografica vede primeggiare la Sicilia, dove risiede il 37% delle aziende sottratte alla mafia, seguono Campania e Calabria, ma anche la Lombardia figura tra le prime della lista. Ristoranti, bar, imprese edili, palestre, aziende di informatica e di servizi tra le tante attività finite sotto sigillo. Nate come aziende di copertura, in gran parte utilizzate per riciclare denaro sporco e confiscate "spesso quando sono ormai scatole nuove - spiegano dall’Agenzia -. Senza contare che, una volta scattati i sigilli, vengono a mancare le commesse e le banche chiudono i rubinetti". E anche su questo punto i numeri parlano chiaro. "Il 60% dei beni ancora da destinare ai Comuni è bloccato, inutilizzabile perché strozzato da ipoteche bancarie", spiega Davide Pati, responsabile nazionale ’Libera’ per i beni confiscati alle mafie. I numeri dell’Anbsc "certificano il fallimento dello Stato - secondo Pati - e sostenerlo non è un’esagerazione. Spesso queste società, quando erano in mano alla mafia, alla ’ndrangheta, alla camorra, alla sacra corona unita, inquinavano l’economia locale influenzando il mercato: se non si crea una rete per farle sopravvivere, per trainarle sul binario della legalità, si lasciano vincere le mafie. E’ una sfida che non possiamo perdere". Sulle aziende confiscate "bisogna investire - rimarca il responsabile di ’Libera’ - mentre non ci sono fondi pubblici per aiutare le cooperative a ripartire o per farne nascere di nuove dalla gestione dei beni confiscati. Anche per questo noi chiediamo al governo Monti, che ha finora mostrato grande sensibilità, di devolvere parte delle risorse che vengono sottratte ai mafiosi e che confluiscono nel Fondo unico giustizia, nonché parte delle risorse che provengono dai fondi europei regionali, ai progetti per supportare le cooperative nate o da avviare e non perdere potenziali posti di lavoro, tanto più preziosi in tempo di crisi". Tanto più considerando che ,"con il passaggio dalla gestione mafiosa a quella lecita - spiega Gaetano Paci, magistrato della direzione Distrettuale antimafia e sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Palermo - queste aziende perdono il sostegno, anche di natura illecita, che ne consentiva la sopravvivenza e l’accesso al credito, bancario e non". "E se le banche smettono di concedere mutui e finanziamenti - rimarca Pati, il responsabile di ’Libera’ - finiscono per tagliare le gambe alle imprese confiscate: bisogna intervenire per agevolare l’accesso al credito, questa deve essere una priorità". "La fiducia nell’esecutivo Monti c’è - assicura il responsabile di ’Libera’ - anche se nel dl Semplificazioni approvato dal Cdm c’è una svista, un errore sui beni confiscati alla malavita". Il provvedimento, in un passaggio, prevede infatti che ’i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata che hanno caratteristiche tali da consentirne un uso agevole per scopi turistici possano essere dati in concessione a cooperative di giovani di eta’ non superiore a 35 anni’. "Ma per tali beni - spiega Pati - viene previsto il pagamento di un affitto, mentre la legge vigente prevede il comodato d’uso gratuito. Insomma, i beni vengono concessi ai giovani a titolo oneroso. L’articolo entra in contraddizione con quanto previsto dal codice antimafia e ormai da sedici anni di applicazione della legge 109/96". Un passo indietro, dunque, in una misura che non convince nemmeno il sostituto procuratore di Palermo. "Difficile individuare beni a scopo turistici è un’indicazione, quella contenuta nel provvedimento, che non trova riscontro nella realta’: di aziende cosi’ non ce ne sono". Per questo, "cosi’ com’e’ stata fatta, rischia di restare una norma ’slogan’ e nient’altro". |
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