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Lettere a mia figlia
di Concetta Coccia |
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di Aurora Cacopardo
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La lettura di “Lettere a mia figlia”, romanzo epistolare di Concetta Coccia (Graus Editore), suscita interesse per la sapiente costruzione del racconto, ben sviluppato nell’ordine spazio-temporale, per la levità rappresentativa dell’umana sofferenza, per gli spunti lirici e le riflessioni personali sulle ragioni del vivere nel mondo sia quando l’autrice, nei panni di Tiziana, si rivolge alla figlia Daniela sia quando, per comprendere meglio se stessi e gli altri e per cogliere l’infinita varietà della vita, accoglierà Monica. La giovane, sofferente e sbandata, proprio con la sua debolezza farà breccia nel cuore di Tiziana e diventerà parte della sua quotidianità. C’è nel romanzo anche il tema della memoria che si configura come il procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati. Come ha sottolineato Renato Angelone, questo libro è una storia di donne, di madre, di figlia. A mio avviso è anche una storia d’amore. È un libro che si legge come scivolando, senza mai inciampare nelle parole. Non una concessione a virtuosismi letterari, nessuna frase che non sia indispensabile al racconto, eppure un meraviglioso senso di ricchezza: la capacità dell’autrice di rendere vivi i sentimenti dei protagonisti, Tiziana con il prepotente amore di madre, Daniela la figlia ben felice di tale legame, Roberto padre, marito suscitatore di sofferenze e dubbi, Renato sposo di Daniela, Marco giovane tormentato da una conflittualità d’amore ed infine Monica, una strana e sofferente ragazza bisognosa di protezione. Con una sua particolare saggezza Concetta Coccia ripercorre, attraverso i ricordi, una parte della sua vita, metafora per noi, perché ci aiuta a comprendere meglio il rapportarsi dell’uomo al reale e alla sua conoscenza nel tentativo di capire il mondo, interrogandolo attraverso l’arte. |
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