Casta, la bufala dei tagli
 











Stabilire dei tetti retributivi per la Casta è tecnicamente "impossibile", e quindi tagliare gli stipendi di onorevoli e alti dirigenti di Stato lo sarà almeno altrettanto. Con buona pace di tutti i proclami a cui gli esponenti dei vari partiti hanno ormai abituato i propri elettori.
Il rapporto consegnato dalla Commissione Giovannini, incaricata di stabilire il livello retributivo europeo per le principali cariche di Stato, più che un documento statistico e politico dovrebbe essere studiato come un manuale. Il titolo del volume sarebbe più o meno questo: "come scrivere una legge che si propone di ridurre la paga dei politici in modo da rafforzarne i privilegi".
Il documento di trentasette pagine consegnato dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini spiega infatti nel dettaglio perché il lavoro del suo gruppo, iniziato lo scorso luglio, non è andato da nessuna parte e perché tutto questo era chiaro sin dall’inizio.
Che questo fallimento
sia imputabile a precise scelte politiche lo si capisce dopo poche righe. "I vincoli posti dalla legge, l’eterogeneità delle situazioni riscontrate negli altri paesi e le difficoltà incontrate nella raccolta dei dati non hanno consentito alla Commissione di produrre i risultati attesi", si legge nel documento, "In particolare, va notato che la norma istitutiva della Commissione sembra basata sulle ipotesi di: una perfetta corrispondenza tra la struttura istituzionale e la struttura retributiva vigenti in Italia e quelle vigenti negli altri paesi; la piena disponibilità delle autorità nazionali a fornire i dati richiesti per ciascuna posizione con la disaggregazione necessaria a calcolare una "retribuzione omnicomprensiva" analoga a quella italiana; l’assenza di normative nazionali a tutela della privacy dei titolari delle diverse posizioni che possano impedire la trasmissione dei dati richiesti dalla Commissione".
In poche parole, la legge che ha istituito la Commissione dava per
scontato che in tutti i sei paesi europei presi come metro di paragone ci fosse una totale analogia con le istituzioni e i sistemi di pagamento italiani. Non bastasse questa leggerezza, nel rapporto vengono avanzati una serie di dubbi intepretativi sulla norma che ha istituito la commissione, e che nei fatti, hanno reso impossibile raggiungere un risultato accettabile.
Una svista del legislatore? Sembrerebbe di no, visto che buona parte delle critiche e dei dubbi erano già stati evidenziati nel rapporto parziale di fine 2011, senza che però venissero presi provvedimenti.
Il fallimento era quindi annunciato e calcolato già da mesi. "Queste considerazioni escludono palesemente che sia possibile giungere alla determinazione di "tetti" retributivi che abbiano il valore loro assegnato dalla legge istitutiva della Commissione", scrive la commissione nel documento, sottolineando persino l’affermazione (cosa piuttosto insolita).
Dopo quasi un anno di lavoro quindi, la commissione
annunciata in pompa magna dal governo Berlusconi chiude i lavori con le dimissioni del suo presidente e l’ammissione di non aver prodotto nulla di utilizzabile. Fallimento sancito anche dalla nota del governo Monti: "il Governo prende atto del lavoro svolto dalla Commissione e proseguirà la propria azione nell’obiettivo di giungere ad una razionalizzazione dei trattamenti retributivi in carico alle amministrazioni pubbliche, tenendo conto dell’indisponibilità dei dati di riferimento negli altri paesi europei".
Invece di pensare di tagliare gli stipendi basandosi su calcoli realizzabili quindi, come un confronto tra le retribuzioni medie dei cittadini e quelle della Casta, la politica ha preferito inventarsi un sistema kafkiano, in modo da poter continuare la propria battaglia dei privilegi a parole. Mentre i conti in banca si ingrossano.
La pubblicazione dei dati Eurostat sulle retribuzioni europee ha scatenato nei giorni scorsi un balletto di cifre e smentite: in un primo
momento lo stipendio medio italiano è stato fissato a 23mila euro circa, sotto Spagna e Grecia. Dopo qualche ora è però arrivata la smentita dell’Istat che ha segnalato un errore di valutazione: lo stipendio medio italiano è di oltre 29mila euro e superiore persino alla media Ue.
Ma la classifica dei redditi continentali ha mostrato innanzitutto quanto importante sia confrontarsi con gli altri paesi per meglio capire la situazione interna. E se questo confronto si è rivelato complesso per i redditi dei "comuni mortali", non va meglio quando si provano a mettere a confronto le retribuzioni dei rispettivi parlamentari. In Italia ci aveva provato qualche mese fa la commissione sul "livellamento contributivo Europa-Italia" che, dopo essersi scontrata con enormi difficoltà tecniche, ha chiesto una proroga fino alla fine di marzo.
In attesa di dati scientificamente inattaccabili, in rete il blog Non leggerlo ha provato a mettere a confronto gli stipendi degli elettori con quelli degli
eletti, con risultati che fanno emergere a prima vista l’unicità della situazione italiana. L’Espresso ha voluto da questo spunto riproporre il calcolo con i dati più recenti e autorevoli disponibili a oggi.
Il risultato, seppure attenuato, non cambia: un onorevole italiano guadagna circa 6 volte e mezzo più di un suo elettore. Un rapporto che non ha paragoni in Europa.
Per arrivare a questo numero abbiamo preso i dati sulle retribuzioni del 2009 diffusi da Eurostat, con la correzione dell’Istat, e li abbiamo rapportati alle tabelle prodotte dalla Commissione sul livellamento retributivo. La retribuzione degli onorevoli di sei paesi europei, più l’Italia, è stata ottenuta sommando le voci principali della loro busta paga: diaria, indennità, spese per viaggi e di rappresentanza.
A guardare tutti dall’alto verso il basso sono i senatori italiani, che guadagnano 6,8 volte più dei propri elettori, seguiti a breve distanza dai deputati che si fermano a 6,5 volte. A un abbisso di
difefrenza ci sono i francesi: i deputati di Camera e Senato guadagnano circa 4,8 volte più dei lavoratori medi transalpini.
Nella ricca Germania, in cui uno stipendio medio pesa 41mila euro, i politici della Bundesrat si devono invece accontentare di una busta paga 3,4 volte superiore a quella dei propri elettori. Ancora meno guadagnano i politici belgi e olandesi (2,7 volte) e fanalino di coda sono gli onorevoli spagnoli, che portano a casa circa il doppio dello stipendio dei propri elettori (2,11 volte per l’esattezza). Anche in Europa, non tutte le caste sono uguali. Mauro Munafò-l’espresso
Casta, il rapporto flop