Confindustria, il mangia mangia
 











Non sarò un uomo solo al comando". Così aveva cinguettato, il 16 febbraio scorso, l’allora candidato alla presidenza di Confindustria, Giorgio Squinzi. E tutto si può dire meno che l’industriale del Vinavil non abbia mantenuto la promessa. Il 19 aprile ha infatti nominato 11 vicepresidenti, manco avesse ricevuto l’incarico di mettere in piedi una squadra di football. Poi, siccome forse gli sembravano ancora pochi, ci ha aggiunto cinque responsabili per altrettanti comitati tecnici. Quindi, per non farsi mancare proprio nulla, ha ingaggiato due delegati. E insediato un capo della commissione per le riforme.
Qualche volenteroso ha cercato di spiegare le scelte del nuovo presidente con il dettato statutario di viale dell’Astronomia. Pinocchio: il secondo comma dell’articolo 31 dice che si può arrivare fino a un massimo di 11 vicepresidenti. Non che si deve. Il che, evidentemente, è un po’ diverso.
Ma Squinzi è fatto così. Lui non vuole litigare
con nessuno. Dice di sì a tutti. Se questo è il piglio del nuovo numero uno, allora è chiaro che la riforma dell’elefante Confindustria può attendere. E la pletorica nomenklatura dell’aquilotto dormire tra due cuscini.
Nonostante il declino degli ultimi quattro anni, la Confindustria italiana resta, e di gran lunga, la più potente d’Europa. Il suo vertice, oltre a battere cassa con alterne fortune a nome degli associati, pretende di mettere becco su tutto. E di essere ascoltato proprio in quanto espressione degli imprenditori, capaci per definizione di costruire le cose. Così, è sempre in prima fila tra quelli che sgridano il governo di turno con il ditino alzato. Il che andrebbe anche bene, se solo avesse le carte in regola per farlo. Però così non è. Se si solleva il velo per guardare in casa loro, si scopre che gli industriali italiani non sono davvero un esempio da seguire: troppo impegnati a litigarsi poltrone e pennacchi per far di conto. Così, in un festival di sprechi e
duplicazioni, la Confindustria è gestita come e peggio di una bettola (copyright Piero Fassino, in una vecchia polemica verso Alitalia).
Vediamo. Il corpaccione della confederazione è fatto da 267 organizzazioni. Che vuol dire 267 presidenti (con autista e segretaria), ciascuno alla testa di un comitato di vice, di un organo elettivo ristretto (il direttivo) e di uno allargato (la giunta). Poi ci sono gli uffici (dal fisco al lavoro), guidati dai direttori (i veri mandarini del sistema) e tutto quel che segue, fino ai fattorini.
Cento sono solo le associazioni territoriali (da Palermo ad Aosta). E 101 quelle di categoria (dalla Federacciai all’impronunciabile Acimga, macchine per la carta). Secondo i dati ufficiali (farlocchi, come vedremo) a questo groviglio di sigle fanno capo 149.288 imprese, per un totale di 5.516.975 dipendenti (il 32,6 per cento di tutti quelli italiani, pubblici compresi). Le aziende (il 45 per cento è iscritto solo a una territoriale, il 20 solo a una
categoria e il 35 ha entrambe le tessere) versano una quota alle associazioni, che poi ne girano una parte alla sede centrale di Roma.
Funziona così. Ciascuna territoriale fissa in autonomia le aliquote contributive per i suoi associati, che generalmente pagano in base al monte-salari (la curva è decrescente in proporzione alle dimensioni: dopo quota 150, scende al salire dei dipendenti). Per le categorie non c’è invece un criterio unico: all’Unione petrolifera, per esempio, il parametro è quello dei litri erogati alla pompa. Fino alla presidenza di Luca di Montezemolo (2004-2008) le associazioni venivano poi tassate da Roma in base al numero dei dipendenti delle aziende iscritte. Succedeva però che i direttori, per risparmiare, barassero sui numeri. Così, è stato cambiato sistema: oggi il pedaggio è calcolato sui contributi incassati (e iscritti a bilancio). Secondo fonti accreditate, l’ultima delibera contributiva, appena approvata dalla giunta, fissa così le nuove aliquote: 9,49
per le territoriali (dalle quali arriva il 74 per cento del budget romano) e 5,90 per le categorie.
Proprio come i dirimpettai del sindacato, la Confindustria non ha un bilancio consolidato. Quanto valga l’intera torta è dunque rimasto finora un segreto. Che "l’Espresso" è in grado di svelare per la prima volta: nel 2010 il giro d’affari consolidato della Confindustria (cioè il totale dei contributi pagati dalle aziende) è stato di 494 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2008, quando aveva toccato la vetta dei 514 milioni. Fino al 2008 a questi quattrini andavano poi sommati i dividendi del quotidiano di casa, "Il Sole 24Ore", ex gallina dalle uova d’oro che ha continuato a pubblicare vibranti editoriali contro l’inefficienza del pubblico mentre riusciva a bruciare 100 milioni tondi in tre anni.
L’intero malloppo sfugge a ogni controllo. L’unica cosa certa è che al suo interno si annidano spese da tagliare con il machete. Basti pensare che al settimo piano del quartier
generale romano degli imprenditori non hanno idea di quale sia il totale dei dipendenti del sistema. Spesso e volentieri, infatti, le 267 sigle si guardano bene dall’indicare i loro organici nei bilanci. Così, non resta che affidarsi a stime molto nasometriche, capaci di oscillare tra i 4 mila e i 5.300 funzionari, con un increscioso 32,5 per cento ballerino. Sarebbe come se l’ex martinitt Leonardo Del Vecchio non sapesse quanti stipendi paga a fine mese il cassiere della sua Luxottica. Impossibile molto più che improbabile.
Montezemolo ci aveva provato, inventandosi la Dom, la Dimensione minima ottima (poi applicata dal governo al sistema delle camere di commercio), calcolata sulla base delle caratteristiche delle singole regioni. Tutte le territoriali al di sotto avrebbero potuto continuare a fare rappresentanza, ma sarebbero state costrette ad accorparsi nella fornitura dei servizi. Le simulazioni dicevano che le associazioni si sarebbero più o meno dimezzate: in Toscana, per
fare un esempio, Firenze avrebbe inglobato Prato e Pistoia. Il numero uno della Ferrari non ha però fatto in tempo.
Nel 2008 è arrivata Emma Marcegaglia. Il 13 marzo, presentando la sua candidatura alla giunta, i saggi avevano scritto: "(E’ necessaria) una più incisiva razionalizzazione dell’organizzazione interna, sfruttando un migliore coordinamento tra le associazioni territoriali, regionali e di categoria, razionalizzando strutture, risorse, servizi, competenze, costi e migliorando la rete del sistema". Parole fotocopia di quelle usate ancora dai saggi il 22 marzo 2012, alla chiusura dell’era Marcegaglia. "Si richiede che Confindustria avvii un processo di rinnovamento e di semplificazione della propria organizzazione, razionalizzandone i ruoli e snellendone le dimensioni e la composizione". Come dire che i quattro anni dell’industriale mantovana sono stati letteralmente buttati. La Marcegaglia, esponente di spicco della casta dei "professionisti di Confindustria" (con una
parentesi di due anni, ha avuto un posto nel comitato di presidenza dal 1996 al 2012), ha sforbiciato il budget romano (meno 17 per cento), indebolendo la tecnostruttura, ma si è ben guardata dal rischiare lo scontro con la potente burocrazia interna, contraria a ogni vera riforma. Che è rimasta solo uno slogan da spendere nelle interviste. Come quando, il 21 gennaio 2011, l’ormai presidente uscente ha scolpito: "A questo punto è venuta l’ora di riformare la Confindustria" O quando, alle successive assise di Bergamo, ha giurato che avrebbe lavorato ad accorpamenti per il 20-30 per cento del sistema. Infatti, non è successo niente. A parte la fusione di facciata Roma-Frosinone-Rieti-Viterbo: lo stesso Aurelio Regina (uno degli 11 vice di Squinzi), che pure l’ha guidata, non è in grado di indicare i risparmi ottenuti.
Mentre la Marcegaglia traccheggiava, il consiglio direttivo, l’organo di governo della Confindustria che si riunisce una volta al mese, ha dovuto abbandonare la sua
storica sala al settimo piano: era diventata troppo stretta per 74 componenti, costretti a traslocare in due locali al piano ammezzato, con tanto di tv a circuito chiuso per dar modo ai presenti di guardarsi negli occhi.
In questo quadro, la prima a sbattere la porta, seppure per tutt’altri motivi, è stata la Fiat (che continua a versare i contributi a Torino, dove in prospettiva sperano di rimpiazzarla inglobando la locale Confapi). Alcuni l’hanno subito seguita (dalla Piaggio Aero all’azienda aeroportuale di Venezia). Altri hanno valutato l’ipotesi (da Finmeccanica a Mediaset). Altri ancora, alle prese con la crisi, hanno scelto una via di mezzo, cominciando a ritardare il pagamento dei contributi a territoriali e categorie, costrette a loro volta a rallentare il flusso di denaro verso la sede centrale. Nel bilancio 2011 di viale dell’Astronomia c’è un dato allarmante: in 12 mesi i crediti verso associati sono cresciuti del 57,34 per cento.
Negli ultimi anni Confindustria ha
regolarmente sbandierato una crescita degli associati in buona parta fasulla: perché chi è iscritto sia alla territoriale che alla categoria spesso viene contato due volte, ma anche perché chi fallisce non sempre viene cancellato dagli elenchi. Il sistema in realtà rischia il collasso. Che sarebbe già arrivato se non fossero state aperte le porte alle aziende pubbliche (o ex), che hanno portato un’iniezione di denaro fresco dell’ordine dei 40 milioni l’anno e ora reclamano più potere.
Il fondo del barile è stato dunque già raschiato. Almeno a giudicare dalle sue prime mosse, però, a Squinzi devono essersi proprio dimenticati di dirlo. Così, ora l’ultima speranza è che ci pensi uno dei suoi 11 vice. Stefano Livadiotti-l’espresso