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"Tanti piccoli passi”di Mariarosaria Riccio ed. PHOTOCITY, è uno specchio per le famiglie con genitori incapaci di educare. Tra le pagine una lettera invito al dialogo con i figli, valutare le loro difficoltà, arginare il bullismo a scuola. Non dicono solo “dammi da mangiare”, ma muti e con umidi occhi sgranati “ti prego aiutami, non capisco, non so cosa fare e come comportarmi”. Soddisfatti delle mete raggiunte, si chiudono in sé stessi e non prestano attenzione alle nuove realtà, diverse dalla loro generazione. “Zitto, perché gridi?” si sente rispondere quando esplode, rosso fuoco in viso, chiedendo di essere ascoltato. “Ma perché sembra sia solo questo che desiderano i genitori dopo aver messo al mondo i figli?” E’ dolente pigrizia? Oppure, pusillanimità a comprendere, vile disprezzo e disistima per la cultura contemporanea. La famiglia è la culla dell’amore? No! Leopardi, negli ultimi suoi scritti, raccolti da Antonio Napolitano, ricorda con amarezza il padre: “incombe su di me ancora la sua austera persona, il suo eloquio scarno ed imperativo. La mia impressione è che avesse fatto della nostra casa un convento dalle regole ferree” e della madre “non ho invece ricordi di carezze o parole affettuose. Mi era permesso di andare al caffè ma lei, ad ogni trimestre, regolava quei pochi conti.”Giacomo, figliolo taciturno timido malato ubbidiente studioso, è il Poeta sommo ritenuto dalla critica mondiale. La prima famiglia è dell’ingegnere Bellora, che non sa spiegarsi la fuga dei figli dopo la morte della moglie. La risposta arriva il giorno del suo funerale “un furgone, comparso dopo che il carro funebre aveva appena svoltato l’angolo” carica soprammobili tappeti argenti mobili. Protagonista è quella di Alfonso “fatto da solo” e Amalia “piglio guerriero”, “sciaurati che mai fur vivi”, e i figli, con nomi famosi regalmente imposti: Cosimo “troppo ribelle e con troppe pretese”; Costantino “sempre ostinatamente lontano anche quando era presente”; Giovanna “pratica, efficiente, nessun grillo per la testa”; Sofia “sempre fatua, superficiale, ma allegra, vivace; Margherita “muta, passiva, inconsistente.” Tutti con le “fide ancelle” in una villa “gemma preziosa” che Alfonso, sognata sin da piccolo, aveva ristrutturata e arredata come una sfarzosa scenografia regale atta a mettere in risalto i suoi successi con “il suo repertorio di furbizia e ruffianeria”. Giovanna, bella come la Eleonora di Laurana, con “una grande capacità di andare avanti nella sua vita”, è la guida nel romanzo, frullatore di emozioni, Museum Guggenheim di Wright, capovolto, Purgatorio di Dante. Passo dopo passo, mostra le scene scolpite su roccia dalla Riccio come le formelle di Brunelleschi e del Ghiberti nel Battistero a Firenze. Ogni figura si stacca dal fondo e “libertà va cercando, che è sì cara”. Alfonso, in un angolo, contempla“Amalia seduta accanto a Giovanna. A terra seduti ai loro piedi i fratelli, le sorelle.” Stefano,“alto, snello, biondo, occhi azzurri, col sorriso e la carezza per tutti”. Zia Lucia, già piccola in convento Sposa senza Fede. Raffaele,”un ometto anziano molto storto”, servo saggio, scrive agli sposi“Oggi profumo di fiori, domani sorriso di bimbi” e stupisce Carmelina undicenne. Amalia, bambina, è accanto alla foto del padre, occhi fissi stile bizantino, con la madre “fredda, inumana, imbalsamata, senza un sorriso”. Costantino in un bar con il prof. di filosofia, mamma “volata in cielo”, padre tabaccaio e la micina Agostina, unica compagna fedele. I Recano tessono le virtù di Daniele e Corrado. Cosimo ed Alessandra ringhiano l’uno contro l’altra per svincolarsi dal loro litigioso amore. Sofia, “donna sposata e onesta”, ricorda la “proposta indecente” di Maurizio, fantastica “audaci immagini esaltanti” e fuga con lui. “l’insignificante Margherita”, in lacrime, palesa i tradimenti subiti e come l’opera di Munch grida”non voglio morire”. Smentendo la sacra legge che escludeva la donna dal poter bramare e concupire un altro diverso dal proprio, le ultime tre sono decise di sostituire un maschio con un uomo. In un bassorilievo “la mano scendeva sempre più insistente” di un amico di famiglia: “Zitta, zitta. Con Ernestina lo faccio sempre, vedrai ti piacerà”. Un turpe prete bisbiglia “non sempre va bene dire la verità” baciandolo. Giovanna, è la Psiche che Corneille con Molieré e Quinault, in una tragedia-balletto del 1671, ritrae come donna che si oppone alle regole obsolete dell’amore. Infatuata di Nadine, a dodici, il calore del corpo di Fabiana stretto al suo sotto le coperte, e con Francesca un “ti amo” gridato ricordando i versi di “Amica necessaria” di Enzo Dall’Ara. Si chiede “è solo amore. Se non avessi paura, forse, potrei iniziare a vivere”. Vincenzo “vecchio giardiniere, piccolo nero sdentato” mormora tra sé “Ha schiuoppet’ verit’”. “E’ dolce il ricordo delle pene passate”(Cicerone). Il piacere e la felicità sono il fine naturale della vita (Epicuro). L’ipocrisia del perbene inganna. Brecht suggerisce “Non vi lasciate illudere che è poco la vita. Bevetela a gran sorsi, non vi sarà bastata quando dovrete perderla.” I primi passi sono del serpente che stimola Eva a ribellarsi per essere creatrice, con doglie ma libera, di una umanità di viaggiatori, scienziati, inventori, artisti? La Riccio, arteterapeuta e psicologa, ha grande fiducia nell’educabilità dell’uomo fin dall’infanzia. Scrittrice saggia, alimenta mature discussioni e riflessioni meno presuntuose sui valori dell’esistenza ma valide per raggiungere una migliore convivenza. La solitudine è vivere al buio da primitivi. Seneca afferma che bisogna aver paura solo della paura. Italo Pignatelli |
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