|
| |
| |
I moti siciliani dei ‘nun si parti’ |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
La seconda guerra mondiale viveva ormai gli ultimi mesi di sangue, allorché la Sicilia venne scossa da una violentissima esplosione d’insofferenza verso il governo. Dagli ormai lontani giorni dell’invasione anglo-americana la penisola continuava ad attraversare momenti abbastanza tragici. A causa della resistenza dei tedeschi e dei fascisti di Mussolini al Nord, essa s’era trasformata in una retrovia dalla quale foraggiare le prime linee alleate sul continente. Ciò imponeva ad una popolazione, già stremata da anni di privazioni, il razionamento dei viveri con il contestuale obbligo di conferire all’ammasso i generi alimentari di prima necessità da inviare sulla penisola. Mentre “il salario giornaliero era di 40 lire”, – ricorda giustamente Nello Morsellino (“Fra’ Diavolo”, Edizioni Carrubba, Alcamo, 2004) - “un chilo di pane” si trovava quasi esclusivamente alla borsa nera e costava “tra le 20 e le 25 lire”. A dare il colpo di grazia alle precarie condizioni economiche degli abitanti ci s’era messa pure l’inflazione, alimentata da un’invasione altrettanto perniciosa di quella militare: quella delle Amlire fatte circolare in gran quantità. Ovviamente, ad una santabarbara come questa bastava solo che si desse fuoco alla miccia. L’occasione fu incoscientemente fornita dai governanti dell’epoca, che - con l’approssimazione che li aveva contraddistinti in quei mesi - pensarono di inviare a combattere le classi dei nati all’inizio del Ventennio. Dopo la vergognosa capitolazione dell’8 settembre, doveva esser questo l’ulteriore tributo alla guerra “liberatrice” da parte della “nuova Italia” antifascista. Sicché, sul capo d’una popolazione avvilita, ma convinta che il peggio fosse ormai alle spalle piombarono come tegole i bandi, che “in nome di Umberto I, Luogotenente del Regno” imponevano ai coscritti di “presentarsi entro dieci giorni”. Come si sa, per motivi storici antichissimi che qui non è possibile richiamare, gli abitanti dell’antica Trinacria avevano sempre goduto di condizioni d’assoluto privilegio circa la leva. Il trattamento di favore rispetto ai continentali aveva infatti forma di esenzione generale dal servizio militare. A partire dal 1860 però cominciarono i guai. Basti rammentare che i fenomeni di renitenza siciliana, già constatati da Garibaldi, dilagarono in misura massiccia a seguito all’annessione al Piemonte fino a raggiungere le 30.000 unità. Essi s’ingigantirono al punto da provocare, dopo la proclamazione dello stato d’assedio nel ’62, la repressione manu militari da parte del generale Govone. Insomma, era la prova che buona parte dei siciliani non accettava questo nuovo onere. Qualcosa di simile si verificò quando il “Regno del Sud” nel ‘44 avanzò le sue pretese. Solo 15 mila giovani sui 75 mila previsti risposero alla chiamata. Tornando a noi, non va trascurato poi un altro paio di fattori. Sin dal loro sbarco nel 1943, erano stati gli stessi invasori anglo-americani e i mafiosi al loro servizio ad alimentare le innate tendenze separatiste di quelle terre. In un’Italia spaccata a metà dagli eventi bellici, a molti sembrò giunto il momento per tentare la carta separatista, se non addirittura l’incredibile annessione agli Stati Uniti. I fautori di questi programmi fumosi colsero l’occasione dei bandi militari per soffiare sul fuoco e sfruttare ai loro fini la riottosità della gioventù, restia a servire un governo, che veniva percepito come estraneo alla cosiddetta sicilianità. In questa atmosfera che di giorno in giorno s’andava caricando di tensione, tentarono di giocare le loro carte anche le superstiti sacche di resistenza fascista locale, nell’ambito della quale era forte la presenza di entusiasti ex figli della Lupa. Come vedremo, talvolta a costoro s’affiancò qualche agente segreto della Repubblica Sociale, inviato in missione oltre le linee a creare scompiglio. Va aggiunto che gli stessi comunisti – salvo finir poi con l’esser sconfessati da Togliatti - furono propensi a cavalcare il malessere. In fondo, anche per loro – sia pure per ragioni opposte a quelle dei fascisti, che non dimenticavano il 25 luglio e l’arresto del Duce - si trattava d’opporsi ad una Monarchia ritenuta corresponsabile della guerra. Non vanno dimenticati infine i motivi sociali, sempre latenti nei vari moti siciliani, visto che la maggior parte dei rivoltosi apparteneva alla classe contadina. E così, a partire dal maggio del 1944, a Regalbuto, Licata e Partinico si registrarono i primi incidenti a sfondo sociale. La protesta imbroccò subito la via della violenza e segnò una linea di tendenza, che divenne pressoché una costante anche dei moti successivi. Ne fanno fede i sei morti e i diversi feriti di queste avvisaglie. Fu purtroppo un semplice assaggio di quel che attendeva Palermo. Qui, il 19 settembre si consumò un vero eccidio ad opera del 139° Reggimento di Fanteria della divisione “Sabaudia”, comandata da Giuseppe Castellano (quello della firma di Cassibile). La strage causò un centinaio di morti (un’ottantina dei quali deceduti a seguito delle ferite). Anche allora la gente chiedeva pane e lavoro, ma si vide sparare addosso ad altezza d’uomo: la truppa aveva interpretato sin troppo alla lettera una drastica circolare Roatta. Comunque, a coprire provvidenzialmente i militari, imputati d’aver ecceduto colposamente nell’uso delle armi, ci penserà successivamente l’amnistia Togliatti. Tra i successivi mesi di dicembre e febbraio, al problema della disoccupazione e del carovita s’andò innervando sempre più prepotentemente il tema del rifiuto della leva. Come s’è detto, i siciliani non sentivano affatto quello strascico di guerra, che invece i vertici monarchici e i partiti del CNL pensavano di accollare loro. I moti, che seguirono e che vennero detti dei “Nun si parti” (“Non si parte”), furono purtroppo estremamente sanguinosi. Essi provocarono un’infinità di morti e feriti da entrambi i lati, tale da dar quasi ragione all’Alto commissario Salvatore Aldisio che parlò d’un vero e proprio “vento di follia”. In verità, però, a conti fatti, si può dire che quel “vento” non risparmiò neppure chi represse con inaudita durezza le sommosse. La prima città a ribellarsi e a bruciare in piazza le verdi cartoline-precetto fu quella di Catania, con un feroce assalto al Municipio. Era infatti da lì che partivano per i distretti militari le liste dei coscritti (la distruzione degli elenchi dei giovani di leva sarà una costante dei moti di piazza a seguire). Insorsero quindi a catena diversi comuni del ragusano, con un bilancio – stando alla testimonianza di Terenzio Sagripanti – di 18 morti tra le forze dell’ordine e 19 caduti tra gli insorti, oltre i feriti. In particolare, a Ragusa si distinse Maria Occhipinti, che dette avvio alla sommossa buttandosi a terra davanti ad un camion pieno di coscritti. Non fu la sola donna dei moti dei “Nun si parti”, dove l’elemento femminile fece sempre la sua parte, che si trattasse di madri, mogli, sorelle o fidanzate. In questa fase estremamente confusa, è indubbio che alcuni elementi fascisti e marxisti affiancarono le rivolte di chi non voleva più sentir parlare di guerra. Entrambi gli schieramenti trovavano così un’occasionale convergenza strategica persino con i separatisti, i quali provavano a loro volta a strumentalizzare la protesta popolare. Insomma, sembrava che la convergenza sul punto avesse fatto momentaneamente crollare le divisioni ideologiche. Seguirono a gennaio del ’45 gli episodi, che rivestono maggior interesse da un punto di vista politico e che dettero origine a quelle che sono state definite “repubbliche” di Piana dei Greci (oggi degli Albanesi), Palazzo Adriano, Giannatana e Cosimo. Nella “Storia del separatismo siciliano” (Editori Riuniti, 1979), il prof. Carlo Marino ritiene trattarsi di tentativi, volti ad “affermare una sorta di sovranità popolare”, che andrebbero studiati “al di là dei vieti pregiudizi connessi alla categoria interpretativa della spontaneità”. L’affermazione pare appropriata specie per Cosimo. Su quest’ultima cittadina del ragusano, per evidenti ragioni di trattazione, si è particolarmente soffermato Daniele Lembo nel libro “La resistenza fascista” (Grafica MA.RO., 2004). Basti dire che la repubblica di Cosimo-Vittoria fu spavaldamente battezzata come “autonoma e fascista”! Prima di farvi cenno a nostra volta, però, occorre fare una precisazione per quanto concerne Piana degli Albanesi. E’ vero che, qui, a pilotare il rifiuto di vestire la divisa fu il ventisettenne comunista Giacomo Petrotta. Egli, però, il giorno di Natale si dimise dal PCI, avendone appreso le posizioni ufficiali in merito. L’atto anticipa quindi di qualche giorno il suo appello antimilitarista, lanciato la notte di fine anno. Circondatosi quindi di “elementi fascisti, ex fascisti ed ecclesiastici”, secondo la ricostruzione di Francesco Petrotta (“La Repubblica contadina di Pian degli Albanesi del 1945”, La Zisa, Palermo, 2006), egli completerà la sua parabola politica appoggiando negli anni cinquanta la DC locale. Non fu quindi una sommossa dai contorni esclusivamente di sinistra, come si è pensato. Lo stesso saggio ha poi sgomberato il campo da un’altra ambiguità, concernente la proclamazione di una repubblica. L’accusa a Petrotta ed altri d’aver dato luogo ad un esperimento repubblicano sarebbe stata in realtà una “montatura” poliziesca, onde giustificare l’intervento repressivo. Ma veniamo al moto di Cosimo, sulla natura del quale non ci sono invece dubbi. Infatti esso fu fortemente caratterizzato dalla presenza di (almeno) un agente segreto accertato della RSI, il quale agiva sotto il nome fittizio di Renzo Renzi. L’infiltrato, al termine della rivolta, riuscì prudentemente a dileguarsi, perché – al di là degli stretti avvenimenti - la sua cattura ne avrebbe comportato l‘automatica fucilazione come spia. Comunque, resta accertato che la sua mano si rivelò decisiva nella vicenda. Dapprima egli galvanizzò le masse degli scontenti con infuocati discorsi a sfondo sociale presso la Camera del Lavoro. Quindi, conquistatane la fiducia, ne organizzò e diresse le operazioni nel corso degli scontri a fuoco con le forze di repressione inviate dal governo. Poi, quando l’insurrezione sembrò avere la meglio, impresse agli avvenimenti una sterzata in senso repubblicano e socializzatore (si ricordi che a Nord c’era ancora la Repubblica sociale di Mussolini). Naturalmente, l’esperimento durò soltanto pochi giorni, dal momento che gli insorti potevano far affidamento esclusivamente sulle loro forze. Del tutto velleitaria si sarebbe dimostrata la speranza, coltivata da qualche ingenuo, che via mare o dall’aria arrivassero rinforzi dal Nord. Sta di fatto che per ben due volte i carabinieri tentarono di scendere in forze alla stazione da alcune littorine messe a loro disposizione. In entrambe le occasioni, furono costretti a ritornare precipitosamente alla base di partenza sotto il fuoco di sbarramento della popolazione. Analogo destino toccò alle colonne mobili di soldati, che a bordo di camion tentavano di confluire sulla cittadina dalla strada carrabile. Va detto che il paese era ben difendibile, potendo rinserrarsi tra le mura medievali. Inoltre, non fu difficile agli insorti di appropriarsi delle armi delle stazioni dei CC e della PS e di catturare alcuni militi. Stando alla versione data da Mario Varesi e ripresa da Lembo, “Cosimo restò per una settimana a vivere la sua indipendenza: comitato di salute pubblica, squadre per l’ordine interno, distribuzione di viveri a prezzi di consorzio, impossibilità di lasciare la città, pena di morte per i ladri”. Se ci si aggiunge l’appellativo di “fascista” dato alla neonata istituzione, era decisamente troppo persino per un governo travicello come quello del Regno del Sud. In breve la cittadina venne circondata dalle truppe. Partì l’ultimatum per la resa, accompagnata dalla minaccia persino d’un bombardamento aereo da parte degli inglesi di stanza a Licata. La prospettiva di un raid aereo venne ripetuta, quando una delegazione di tre cittadini si recò a Ragusa a trattare i termini della capitolazione. In cambio della resa, essa riuscì a strappare la concessione che non si sarebbe agito a carico dei rivoltosi. Promessa fallace, dal momento che circa duecento insorti finirono poi al confino, per restarci fino all’anno seguente. Nel complesso, al contrario di Piana dei Greci dove non scorse sangue, gli scontri di Cosimo provocarono 18 morti tra gli assedianti e 19 tra gli abitanti. In conclusione, assieme ai sanguinosi moti di febbraio di Naro e Licata, quelli di Cosimo furono gli ultimi focolai di una serie di rivolte insulari, capaci di suscitare un’eco anche al Nord. Infatti, nella famosa sua comparsa al Lirico di Milano, a quei moti aveva fatto cenno lo stesso Mussolini. Analizzando i “cosiddetti conati separatisti”, l’ex Duce ventilò l’ipotesi che i “fratelli siciliani” volessero unicamente “separarsi dall’Italia di Bonomi”, per unirsi alla RSI. La sua era una lettura, che in quel momento poteva apparire un’esagerazione propagandistica. Ma che sarebbe stata in parte confermata, se guardiamo alla successiva rivolta di Cosimo e a chi la guidò.Gaetano Marabello
|
|
|