Lo Stato Sionista di Israele.
 











La storia della nascita dello Stato  di Israele ha avuto un esordio difficile, uno sviluppo compromissorio e una realizzazione basata sull’affermazione della forza contro ogni rispetto dei diritti altrui.
L’esordio storico fu il Sionismo, dall’ebraico Sion, il nome ebraico del colle orientale di Gerusalemme, successivamente assimilato all’intera città, dove sorgeva la fortezza di Gebusei, dove si insediò Davide. Fu un movimento politico-religioso avente come scopo quello di ottenere, per il popolo ebraico, la costituzione di una nazione ebraica, aspirazione antica, risalente già fino al 70 d.c., anno della distruzione del Tempio da parte di Tito. Questa aspirazione, pur avendo origini antiche, era diventata il tema dominante di questo popolo, disperso in tutte le parti del mondo, ma senza mai tentare di integrarsi e assimilarsi alle popolazioni locali, sorretto dal suo individualismo nazionalistico, per cui gli Ebrei furono sempre
considerati come stranieri, a volte indesiderabili e spesso perseguitati.
Già intorno al 1880 venne promossa la prima alyah, un’ondata di colonizzazione della Palestina; questa prima ondata, incoraggiata da finanzieri ebrei, tra i quali il barone E. de Rothschild ottenne il primo risultato di far emergere il problema del popolo ebreo, esule e senza patria. Il Sionismo assunse carattere politico solo quando ne prese la direzione Theodor Herzl, che nel 1896 pubblicò il volume Lo Stato ebraico,  dove auspicava la creazione di esso, indicando come sede la Palestina, allora provincia ottomana, o un territorio dell’America Latina, nella zona centrale a Nord-Est dell’Argentina. Nel 1903 il 6° Congresso Sionista rifiutò l’offerta, fatta dall’Inghilterra, dell’Uganda quale sede nazionale.
Già fin dal 2 novembre del 1917 Artur James Balfour, lord dell’Ammiragliato del Gabinetto di Lloyd George, la cui dichiarazione fu chiamata “dichiarazione di Balfour”, affermò che dopo la guerra gli
inglesi si sarebbero adoperati per
“dare un focolare nazionale in Palestina al popolo ebraico, restando inteso, però, che nessun pregiudizio doveva essere causato ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina “
infatti dalla Palestina Orientale, dopo la  I guerra mondiale, venne ricavato il piccolo stato della Transgiordania, che avrebbe dovuto agevolare tale progetto.
In seguito ai dissensi tra Inghilterra e Francia sulla egemonia nei protettorati (vere e proprie colonie), l’emiro Feisal fu cacciato da Damasco dai francesi; i britannici lo nominarono re dell’Iraq e nominarono il fratello Abdullah re del nuovo, piccolo Stato della Transgiordania,  essendosi quest’ultimo  impegnato a non intralciare l’insediamento ebraico nel territorio palestinese, indicato come una terra senza popolo, da consegnare agli Ebrei, che erano  un popolo senza terra.  I due fratelli erano figli dello sharif della Mecca Hussein, capo del
clan Hascemita e diretto discendente del Profeta. Fu la prima affermazione del clan Hascemita, che successivamente, quando gli inglesi abbandoneranno il protettorato in Palestina nel 1948, rimettendo il mandato all’ONU, consentendo di fatto la nascita dello Stato di Israele, avrebbero fondato il regno Hascemita di Giordania. Questi eventi segnarono la fine definitiva dell’impero ottomano, il loro posto fu preso dagli inglesi .
La “dichiarazione di Balfour” fu il primo atto ufficiale, da parte dell’Occidente, che spianò la strada verso l’insediamento dei coloni ebrei in Palestina.
Fin dal 1929 era stato messo a punto un progetto  di Stato Ebraico, non più insediamento, da parte dell’Agenzia Ebraica per la Palestina, attraverso una rete di colonie collettivistiche  e cooperativistiche (kibbutz).
Ma già dal 1924 al 1926 l’emigrazione ebraica verso la Palestina ebbe un forte incremento a causa delle persecuzioni razziali in Polonia e nei paesi Baltici; successivamente
si intensificò per le leggi razziali della Germania nazista e dell’Italia fascista.
Fino agli inizi degli anni 40 in Palestina vivevano appena 80.000 Arabi-Ebrei, contro circa un milione di Arabi-Palestinesi musulmani, con altri milioni di Palestinesi sparsi nei paesi vicini, considerati come profughi, peraltro non molto amati dalle stesse popolazioni arabe.
Intanto gli  ebrei, malgrado la loro partecipazione alla lotta antihitleriana, cominciarono a fomentare, in Palestina, il terrorismo antiinglese e antiarabo. Già nel 1948   la presenza ebrea nel territorio contava oltre 650.000 persone, in gran parte appartenenti alla destra nazionalista ebrea, entrati clandestinamente in Palestina, mentre i palestinesi residui, temendo rappresaglie, cercarono rifugio negli Stati confinanti: Giordania, Egitto, Libano, Siria, iniziando, così, la loro vita di profughi.
Nel clima del dopoguerra e sotto le pressioni dell’ONU nel 1947 gli Inglesi, che già avevano praticato la
politica del doppio gioco districandosi tra Ebrei e Arabi in funzione solamente dei loro precipui interessi, rinunciarono al mandato di controllo dei territori palestinesi, rimandando all’ONU ogni decisione. Nel novembre del 1947 l’ONU  votò il piano di spartizione della Palestina, con la internazionalizzazione di Gerusalemme e la sostanziale unità economica della regione. Quando nel maggio del 1948 gli inglesi evacuarono i territori, nel giro di 24 h. si ebbe la proclamazione dello Stato di Israele e l’attacco  delle truppe dei paesi arabi che diede origine al regno Hascemita di Giordania; il tutto ben lontano dai disegni delle risoluzioni dell’ONU, che cercò di imporre il piano di spartizione dei territori, che, però, si scontrò regolarmente con il veto degli USA.
Nel giro di 24 h. il nuovo Stato di Israele veniva riconosciuto prima dagli USA e, immediatamente, dall’URSS, in una gara contro il tempo di chi doveva intrattenere i migliori rapporti con il nuovo Stato, che
già si profilava essere un nodo nevralgico nello scacchiere medio-orientale, già diventato la più grande riserva di petrolio del pianeta.
Il clima di intolleranza israelo-palestinese aumentò in maniera esponenziale.
Nel settembre del 1948 l’ONU inviò propri osservatori per studiare in loco le ipotesi di pacificazione;  tali osservatori erano guidati dal conte di Wisborg Folke Bernadotte, nipote del re Gustavo V di Svezia, presidente per la Svezia della Croce Rossa Internazionale, il quale ottenne dalle parti in lotta quattro settimane di tregua.
Il 17 settembre dello stesso anno, durante il periodo della tregua, Bernadotte fu ucciso dagli estremisti ebrei della “Banda Styern”, vicini alle posizioni del Presidente Israeliano Ben Gurion, che non manifestò grande dispiacere per quell’evento.
Già fin  dal 1938 lo stesso Ben Gurion, di fronte alla Agenzia Esecutiva Ebraica, aveva dichiarato:
” Io sono favorevole a una divisione del paese, perché quando noi
diventeremo una nazione forte, dopo la creazione dello Stato, aboliremo la divisione e ci estenderemo in tutta la Palestina”.
Il 4 marzo del 1949 Israele venne ammesso all’ONU, sottoscrivendo la Carta delle Nazioni Unite, che di fatto rappresenterebbe una Costituzione sopranazionale, superiore, per autorevolezza, alle singole Costituzioni dei Paesi membri.
Nessuno tenne in conto il problema  dei profughi arabi non inseriti nei paesi di rifugio e rimasti massa instabile, aspirante a un sempre più problematico ritorno.
La  potenza economica e la forza miliare dello stato di Israele provocò una escalation di riprese belliche, che qui vengono solo accennate perché momenti storici molto noti, anche se dimenticati:
• 1955 attacco israeliano nella fascia egiziana della striscia di Gaza;
• guerra di Suez nel 1956; 
• guerra del giugno 1967, che portò alla occupazione israeliana  del Sinai,  della Cisgiordania, e della città vecchia di Gerusalemme,
delle alture del Golan sul confine siriano e al controllo del golfo di Aquaba. Quest’ultima occupazione continua ad essere la causa principale di tutte le rivendicazioni dei Palestinesi, privati della loro terra malgrado le svariate risoluzioni dell’ONU, sempre vanificate dai veti USA. L’esercito israeliano, guidato da Mochè Dayan, in quella che sarà ricordata come “la guerra dei sei giorni”, cacciò due milioni e mezzo di palestinesi, che si rifugiarono nei paesi vicini, mentre gli israeliani, malgrado i pressanti inviti dell’ONU a ritirarsi, organizzarono nuovi insediamenti ebraici e, soprattutto, iniziarono lo sfruttamento massiccio delle  enormi risorse petrolifere del Sinai, e delle sorgenti d’acqua delle Alture del Golan, sottraendo ai palestinesi una indispensabile fonte di vita per la loro agricoltura.  Verrà un giorno, anche molto prossimo, in cui le guerre si faranno per l’uso dell’acqua !
• Nel 1982  Israele invase il Libano per sterminare i palestinesi
rifugiati; l’attacco fallì solo grazie al tempestivo e deciso intervento internazionale. Gli Israeliani non cedettero  e  con  la collaborazione  delle  milizie  mercenarie  filo-ebraiche libanesi di S. Haddad, e con l’attiva collaborazione del Ministro della Difesa Israeliano Ariel Sharon, che schierò l’esercito israeliano lungo i confini con il Libano per impedire che Siria e Giordania intervenissero per scongiurare la strage preventivata, massacrarono in Libano  il  popolo  palestinese, destando orrore e condanna anche nello stesso popolo ebraico (da distinguere nettamente dal governo e dallo stato sionista di Israele).
Era il 18 settembre 1982, giorno della strage di Sabra e Shatila, alla periferia  di Beirut,  data  che nessuna giornata della memoria ha voluto mai ricordare.
La responsabilità dello Stato di Israele, universalmente riconosciuta, portò a due inchieste, una affidata agli americani e una agli
stessi israeliani; ovviamente, assolsero Sharon per la strage, ma non poterono fare a meno di  riconoscere una responsabilità morale dello stesso Sharon, non avendo fatto quello che poteva per evitare quella strage. Sul numero delle vittime ci fu il solito giochetto al ribasso; in un primo momento la stampa occidentale, informata dalle agenzie americane, parlò di circa 800 morti. Immediatamente smentita ammise che le vittime superavano le 10.000 unità. Fonti palestinesi, anche di superstiti riusciti a fuggire quantificarono, in oltre  50.000 le vittime di 6 giorni di attacchi furiosi, con bombe al napalm, lanciafiamme e gas tossici, ammucchiando intere famiglie e incenerendole con i lanciafiamme infilati dalle finestre.
Questi atti prevaricatori portarono alla nascita dei gruppi armati di resistenza e di lotta per l’indipendenza, come i feda’iyyin, i volontari della morte, infiltratisi nelle retrovie israeliane con attentati suicidi. 
Il 18 settembre del 1982,
molto più dell’11 settembre del 2001, è la data che va ricordata come l’inizio di una nuova epoca, di nuove incertezze, di nuovo terrore; la forza mediatica dell’Occidente tenta in tutti i modi di farci dimenticare quel giorno, e in buona parte c’è riuscito, rinnovando giornate della memoria in ricordo dell’olocausto ebraico voluto e perpetrato da un popolo occidentale, per far passare sotto silenzio le atrocità che il governo e lo Stato sionista di Israele perpetra ogni giorno contro i Palestinesi.. Dal 1948 al 2004 ben 78 risoluzioni dell’ONU, rivolte a carico della politica aggressiva di Israele, hanno trovato sulla loro strada  per 76 volte il veto degli USA e le altre due volte l’assoluta indifferenza sia di Israele, che dei suoi protettori.
Tutto ciò è stato trattato da Oriana Fallaci secondo la consueta grammatica del silenzio.
Abbiamo però assistito ad un evento che dovrebbe scuotere le coscienze: il 14 dicembre del 2003 Ebrei e Palestinesi hanno manifestato insieme
contro quell’Ariel Sharon, leader del governo sionista di Israele, e contro il muro della nuova vergogna che ha diviso la Palestina.
E’ possibile che stia emergendo, dalla memoria storica dei due popoli, il ricordo di quella medesima origine semitica che li rende fratelli ?
L’accordo di Oslo del 1994, firmato da Arafat e Rabin fece sperare nella possibilità di una pace leale, e per questo duratura; valse ai due leaders anche il Premio Nobel per la Pace, a voler sottolineare le aspettative del mondo intero.
Il 4 novembre 1995 Rabin veniva ucciso da un estremista della destra israeliana, quella stessa destra della banda Styern, che già aveva assassinato il conte Bernadotte, nel 1948. Allora il referente di tale banda era Ben Gurion, successivamente lo fu  Ariel Sharon.
Per un breve periodo Shimon Peres prese il posto di Rabin e l’itinerario della Pace continuò, perché lo stesso Peres fu uno dei firmatari dell’accordo di Oslo. L’illusione della Pace si infranse alle
successive elezioni, dove vinse, in odore di brogli, Netanjau. La sconfitta elettorale  salvò la vita a Shimon Peres, già vittima di due attentati andati a vuoto, ma vanificò gli accordi di Oslo.
La mancanza di un programma politico unitario degli Israeliani, frazionati in falchi e colombe, interventisti guerrafondai e  mediatori lungimiranti., impedisce di dilatare le frontiere del dialogo, a questo si aggiungono gli  sterminati interessi legati al petrolio, alle basi militari americane nello scacchiere di controllo dei grandi Paesi produttori di petrolio, e a tutta una congerie di motivazioni economiche, logistiche e di macropolitica internazionale, che collocano ogni ipotesi di pace al di là  dell’orizzonte.
Oltre alla frattura interna nella nomenclatura Israeliana, c’è da prendere in seria considerazione la frattura verticale che esiste tra popolo ebreo e governo Israeliano.
Sancire una condanna e una assoluzione in termini di unilateralità serve solo
a  sottolineare il solco che divide due popoli aventi i medesimi diritti e le medesime radici etniche. La libertà, il diritto ad una Patria, l’aspirazione  ad una vita lontana dai fragori delle belligeranze sono valori che devono appartenere a tutti, altrimenti non apparterranno mai a nessuno; purtroppo ci sono altri popoli che temono come una iattura l’ipotesi che nel mondo possa “scoppiare la pace”.
Israele esiste e deve continuare ad esistere, ma nella convinzione del reciproco rispetto, senza prevaricazioni o colpevoli complessi di superiorità, dovuti al suo strapotere economico e militare, così come deve esistere lo Stato Palestinese.
Il pragmatismo esasperato porta  inevitabilmente all’esigenza di prevaricazione, specie nei confronti dei più deboli e più indifesi, che non possono ribellarsi altrimenti che sacrificandosi personalmente con atroci  attentati suicidi, per documentare al mondo intero –occupatissimo a discutere- la loro disperata volontà di
esistere come popolo.
Appare chiaro che il focolaio sempre acceso, dal quale far partire le micce devastanti. trova nello Stato di Israele il punto di partenza.
(tratto da Rosario Amico Roxas,  La cronaca dei vinti, 1996, Ed. Paruzzo P., Caltanissetta)