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Religioni, politica, potere temporale a confronto con la modernità |
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-Vivendo in India negli ultimi anni, ho visto questo paese cambiare ad una velocità ancora inimmaginabile alla fine degli anni Ottanta, quando mi ci trasferii per la prima volta. Ma come stanno sopravvivendo all’attuale metamorfosi dell’India le diverse vie spirituali? Cosa cambia e cosa resta immutato? Che cosa significa essere un asceta indù o una prostituta sacra, un mistico sufi o un tantrista necromante nell’India dei computer e dei centri commerciali? L’India offre ancora un qualche tipo di reale alternativa spirituale al materialismo, o è ormai soltanto un’altra provincia in piena espansione del più vasto mondo capitalista?-. William Dalrymple è uno storico e scrittore scozzese che vive in una fattoria non lontano da Nuova Delhi, quando non lavora in Inghilterra o negli Stati Uniti o è in viaggio nel mondo arabo o in estremo oriente. Collaboratore del Guardian e del New Yorker, Dalrymple è autore di inchieste e libri di viaggio che gli hanno valso una meritata notorietà internazionale, tra cui, Dalla montagna sacra (Rizzoli, 1998), Il Milione. Da Gerusalemme a Xanadu sulle orme di Marco Polo (Rizzoli, 1999) e L’assedio di Delhi: 1857 (Rizzoli, 2006). Da quando, poco più di dieci anni fa, Dalrymple è tornato a vivere stabilmente a Delhi, il suo interesse è stato attratto soprattutto dal modo in cui i tanti culti e gruppi religiosi diffusi nel paese si stavano misurando con l’avvento della nuova realtà ipertecnologica della società indiana. E’ così che è nata in lui l’idea di incontrare e raccontare i volti di quell’India profonda e misteriosa, da sempre permeata di misticismo, che si confronta oggi con lo sviluppo di un’economia potente e di una dimensione metropolitana sempre più generalizzata. Dalrymple ha così attraversato il paese e ha raccolto nove profili che descrivono tutte le luci e le ombre del confronto che sta avendo luogo nella realtà indiana tra fede e modernità. Nove vite, il libro che ha pubblicato nella Collana dei casi di Adelphi (pp. 366, euro 24,00) racconta altrettante storie e biografie in bilico tra queste diverse dimensioni. Dal monaco buddhista che imbraccia le armi per difendere il Tibet dall’invasione cinese, salvo trascorrere il resto dell’esistenza stampando bandiere di preghiera per espiare le violenze commesse, alla guardia carceraria del Kerala che ogni anno abbandona per due mesi la sua prigione e diventa un danzatore di theyyam, ospitando nel proprio corpo una divinità e diventando così oggetto di venerazione, dalla la monaca jaina che accudisce impassibile l’amica mentre questa si lascia morire ritualmente di inedia, per poi scoprire di non poter vivere senza di lei, e decidere quindi di seguirla sulla medesima via, fino a quelle di un asceta indù, di una prostituta sacra, di un mistico sufi o di un tantrista necromante. Storie che si potrebbero definire come "estreme", ma che indicano quanto la religione, in tutti i suoi possibili aspetti, ci dica ancora oggi molto dell’India. Lei racconta di persone che hanno fatto scelte radicali in base alla loro fede religiosa. L’immagine dell’India moderna non potrebbe essere più lontana da tutto ciò. Non si tratta di fenomeni in qualche modo residuali? Credo che la cosa più interessante che emerge dalle diverse tradizioni religiose che ho incontrato in India e che ho raccontato in questo mio libro, risieda nel fatto che, malgrado questo paese abbia conosciuto negli ultimi trent’anni trasformazioni che non trovano pari in alcuna altra realtà del pianeta, fedi e culti spesso antichissimi sono tutt’altro che in crisi. Non solo non si stanno perdendo, ma hanno al contrario conosciuto un ulteriore sviluppo proprio di recente. Del resto mi sembra che questa sia una caratterista dell’epoca in cui viviamo. Viaggiando per il mondo si assiste a un vero e proprio "ritorno di Dio". Nel Sud battista degli Stati Uniti la gente fa la fila davanti alle chiese. E lo stesso si può dire per l’America Latina e l’Africa. Solo in Europa la pratica religiosa continua a diminuire e i segni tangibili della fede si fanno sempre meno evidenti. In India quali forme assume concretamente ciò che lei descrive come un ritorno della fede? Nel caso delle sette e dei gruppi che ho descritto nella mia inchiesta si tratta di una crescita numerica, di una diffusione del fenomeno anche al di là della aree rurali in cui si era sviluppato, o del suo apparire anche nelle metropoli. Ma non c’è solo questo, è il peso della religione nella società indiana che è andato aumentando in stretto rapporto con la politica e l’economia. Un esempio? Durante la campagna elettorale in alcuni Stati indiani i comunisti piuttosto che l’estrema destra, su questo terreno le differenze contano poco, hanno scelto di "sponsorizzare" questa o quella divinità per attirare consensi e attirare l’attenzione di quella parte della popolazione altrimenti non interessata al voto. La modernità sembra perciò conciliarsi benissimo con questi culti spesso molto antichi. In India tutto avviene davvero senza contraddizioni? Non esageriamo. I problemi ci sono, ma non direi che sono il prodotto diretto della modernizzazione del paese, quanto piuttosto delle trasformazioni sociali che si accompagnano alla modernità. Così, ad esempio, accade che nelle campagne un tempo ci fossero molti cantori sacri che conoscevano a memoria migliaia di pagine di testi religiosi che utilizzavano poi nella loro attività religiosa. Non erano mai andati a scuola, tutto era insegnato per via orale dai vecchi "maestri" e imparato a memoria dai loro allievi. Ebbene, oggi, grazie all’alfabetizzazione di massa della società indiana, quel passaggio di testimone avviene sempre meno frequentemente e i cantori davvero bravi sono sempre meno numerosi. La tradizione che hanno incarnato fino ad oggi rischia così di scomparire o di essere rimpiazzata da figure che, nel pieno di un canto o di una "predica", si devono fermare per consultare velocemente i loro appunti, un po’ come farebbe chiunque di noi. Si può perciò concludere che più che a rischio di estinzione, le religioni dell’India stanno subendo dei cambiamenti dovuti alla modernizzazione del paese? Sì, è proprio questo che sta avvenendo. La religione non sta morendo, si sta solo trasformando. Nel libro racconto l’incontro con un fabbricante di idoli che un tempo aveva un mercato soprattutto locale, nella sua regione. Ora gli ordini gli arrivano da tutto il mondo, specie dalle comunità della diaspora indiana che sono sparse in griro per il mondo. L’India è sempre meno il grande paese rurale di un tempo e sempre di più una società urbana dove metropoli e tecnologie della comunicazione dominano l’orizzonte. I culti religiosi non hanno fatto altro che adattarsi a questa nuova situazione, qualcosa certo si è perso, altro si è solo trasformato. Ricorrendo a un’immagine, si potrebbe dire che rispetto ai suoi ritmi tradizionali, la religione indiana è oggi un fiume che ha cominciato a scorrere in modo più veloce. In Cina , Huston Smith ha intuito prima di chiunque altro l’urgenza di comprendere anche le religioni "degli altri". Il suo Le religioni del mondo (pp. 532, euro 19,50), pubblicato da Fazi nella collana Campo dei fiori diretta da Vito Mancuso e Elido Fazi. Nato come serie televisiva americana e pubblicato originariamente negli Stati Uniti negli anni Cinquanta, e che da allora ha conosciuto oltre 50 edizioni e tre milioni di copie vendute in tutto il mondo, rappresenta un classico della storia delle religioni anche per l’approccio umano e diretto con cui è stato scritto e pensato. Dopo aver insegnato a lungo al Massachusetts Institute of Technology e all’Università di Berkeley, Huston Smith è oggi professore emerito alla Syracuse University. Critico letterario e antropologo francese, già professore di letteratura comparata presso l’università americana di Stanford, René Girard riflette invece in Violenza e religione. Causa o effetto? (Raffaello Cortina, pp. 85, euro 11,00), sul rapporto tra religione e violenza, indagando tale relazione alle sue radici, nelle religioni arcaiche, e a partire da queste evidenzia la specificità della Bibbia e dei Vangeli, fino a risalire all’uso moderno della forza. Un percorso che conduce il lettore ad esaminare le radici storiche e dottrinarie di questioni divenute di stringente attualità. E di grande attualità, specie nel nostro paese, è la riflessione che conduce Michele Martelli nel volume che ha pubblicato per Manifestolibri, La chiesa è compatibile con la democrazia? (pp.168, euro 18,00) in cui ripercorre il modo in cui si è strutturata in Italia la relazione tra potere temporale e potere spirituale della Chiesa cattolica. Molti i quesiti e i punti sviluppati in questa ricerca di Martelli. Il papato e l’alto clero cattolico hanno mai accettato i principi costituzionali che sono alla base dei moderni stati occidentali? O li hanno invece sempre osteggiati? La questione riguarda l’uguaglianza, l’autonomia individuale, i diritti umani e civili, la separazione dei poteri, la sovranità popolare, la laicità dello Stato. La democrazia trova nelle gerarchie ecclesiastiche un alleato o un avversario? Come e quanto il Vaticano incide ancora oggi sull’elettorato, sui partiti politici e persino sul Parlamento della nostra Repubblica? Esaminando i documenti ufficiali di papi, sinodi e concilii emerge chiaramente che la Chiesa gerarchica non solo è ancora lontanissima dalla democrazia ma ne costituisce, soprattutto in Italia, il principale ostacolo. Guido Caldiron |
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