Consulenze d’oro, Poli Bortone stangata
 











Restano uniti di destini della senatrice di Grande Sud Adriana Poli Bortone e del suo consulente giuridico all’epoca in cui era sindaco di Lecce, Massimo Buonerba. La scure della Corte dei conti si è abbattuta su entrambi a causa del presunto danno erariale causato all’amministrazione nel periodo tra il 2000 e il 2007, con l’affidamento di una consulenza a molti zeri proprio a Buonerba. Quest’ultimo è stato condannato dai giudici contabili a risarcire 495.000 euro più gli interessi, mentre la senatrice è stata condannata in via sussidiaria al pagamento di 99.000 euro, ovvero il 20% dell’importo versato dal Comune al suo ex consulente.
Le tre parole “in via sussidiaria”, tuttavia, segnano la distanza tra la posizione assunta dalla Corte dei conti nei confronti dell’ex primo cittadino (oggi candidata come capolista di Grande Sud al Senato per la Puglia) e il professore. La Poli Bortone, infatti, è stata ritenuta responsabile di omesso controllo e
dunque condannata a pagare solo nel caso in cui Buonerba non dovesse versare quanto dovuto. Con la sentenza è uscito invece di scena Giovanni Capilungo, all’epoca dei fatti alla guida del settore Affari generali di Palazzo Carafa. Anche il dirigente era stato citato a giudizio per rispondere in via sussidiaria del contestato danno erariale.
L’inchiesta contabile (così come del resto quelle penali incentrate sul filobus e sull’acquisizione dei palazzi di via Brenta), del resto, si concentrava soprattutto
sulla figura di Buonerba, la cui posizione era stata segnalata alla Corte dei conti proprio dalla Procura di Lecce che su di lui ha indagato a lungo. Alla guardia di finanza sono state delegate attività d’indagine finalizzate e verificare se l’incarico di “collaboratore esterno ad alto contenuto di professionalità”, assegnato al professore leccese nel 1998, fosse davvero necessario per la buona gestione dell’amministrazione comunale o se, dietro quelle due collaborazioni
milionarie, non si nascondessero invece enormi sperperi di denaro pubblico. Un’ipotesi, quest’ultima, di cui le fiamme gialle hanno ritenuto di trovare tutte le prove, presentando alla Procura della Corte dei conti tutta la documentazione necessaria per chiedere la condanna di Buonberba, ritenendo che “la sua condotta non fosse improntata all’interesse dell’ente”. Per i 9 anni di attività al servizio del Comune di Lecce, il professore era stato retribuito con 750.000 euro, di cui la Procura aveva chiesto integralmente la restituzione alle casse pubbliche. Chiara Spagnolo-repubblica