IL GIARDINO DEGLI ARANCI
 











Almerico Realfonzo sta piacevolmente abituandoci ai suoi “diari di guerra”, ricordi possenti che affiorano dai recessi della memoria a 70 anni e più dagli avvenimenti narrati. E parlare di diari è certamente riduttivo perché egli non solo fa affidamento sulla ricchezza delle reminiscenze personali, fresche e lucide come non mai, ma le arricchisce di una ciclopica opera di ricostruzione del contesto sociale in cui sono state vissute con riguardo ad ogni aspetto, effettuata sull’enorme mole di pubblicazioni correlate. Citiamo solo alcuni dei nomi più importanti che hanno lasciato testimonianza sul periodo: Fenoglio, Marotta, Calvino, Landolfi, Malaparte, Scotellaro, Lewis. L’insieme si esplicita attraverso una certosina e quanto mai articolata messe di note a corredo, volte alle forme più varie della vita nazionale sia nei durissimi anni di guerra che in quelli, altrettanto ardui, dell’immediato dopoguerra. In questi ultimi, poi, i richiami agliaspetti artistici, poetici, teatrali, musicali, letterari, toccando financo le feste private, si affollano, giusta compensazione all’estrema penuria, per non dire assenza, di cose analoghe negli anni del conflitto.
Quel primo periodo di pace rimase sospeso tra terra e cielo, nell’euforia galoppante della fine di bombardamenti, massacri e distruzioni, e nell’aprirsi alla sterminata prateria del benessere almeno psicologico individuale e collettivo, nei giorni – e qui cito – in cui iniziava a respirarsi la taumaturgica “aria esilarante della libertà”. Un intricato intreccio, insomma, di memorie personali e fatti storici che ben coniuga dolori e problemi personali e familiari con le tragiche traversie patite dalla popolazione. 
Ingegnere e docente universitario, la prosa dell’Autore è limpida e precisa, e ad un tempo “tecnica” e coinvolgente. La narrazione, in cui ogni parola reca un particolare contributo alla vivida rappresentazione scolpita dalla memoria, si segue conpiacere. Essa è esente da interruzioni capitolari il che, se da un lato non facilita la pausa del lettore, dall’altro ne stimola l’interesse ed il coinvolgimento per il ritmo incalzante dell’esposizione.
Nel libro molto si parla del ’43, anno cruciale per Napoli. Si va dall’esplosione della nave Caterina Costa nel porto il 28 marzo, 8.000 tonnellate carica di armi ed esplosivi, che provocò molte vittime e danni in tutta la città, ai due attacchi del 17 luglio e del 4 agosto di oltre 400 aerei delle forze alleate. Nel secondo fu praticamente distrutta la Basilica di S. Chiara. Dai facili entusiasmi della caduta del fascismo al Gran Consiglio del 25 luglio, subito polverizzati, alle altrettante, se non peggiori, illusioni dell’armistizio dell’8 settembre, con il proclama letto alla radio enfaticamente dal maresciallo Badoglio.
Immediatamente i tedeschi iniziarono i peggiori venti giorni di occupazione in cui nulla fu risparmiato alla cittadinanza stremata, cui pose terminel’insurrezione popolare della fine del mese. Tra il proclama di Scholl, il colonnello comandante le forze tedesche, del 13.09 e lo scoppio delle 4 giornate il 28 del mese, ben 8.000 giovani furono razziati dai tedeschi per le strade della città. Napoli si infiammò tutta dal 28 settembre al 1° ottobre, giorno in cui le forze alleate entrarono in città. L’insurrezione iniziò al Vomero. Fu la prima città a liberarsi da sola e le fu riconosciuta la Medaglia d’Oro al Valor Militare per l’eroismo ed il coraggio della resistenza mostrata. Tra gli innumerevoli disastri che si lasciarono alle spalle, i tedeschi distrussero proprio il 30.09 - loro ultimo giorno in città - l’archivio storico del Comune, trasferito per maggior sicurezza a San Paolo Belsito, una perdita inestimabile per Napoli e per l’Italia. Il film del 1962 di Nanni Loy, “Le 4 giornate di Napoli”, soggetto di Vasco Pratolini, con Volontè, la Massari, Aldo Giuffrè, evoca validamente quel breve ma sanguinoso intermezzo.
Se ne“I giardini rosminiani”, opera precedente riportata in questo testo, lo sguardo è più volto a fatti politici e partigiani - saliente tra gli altri la Repubblica dell’Ossola del ’44, con i suoi quasi due mesi di vita - e l’impronta è più militaresca, nel presente lavoro si passano in rassegna vicende più personali e cittadine con un taglio espositivo e privato.
Rientrato a Napoli stabilmente nel ’47, l’Autore si impegnerà subito in attività universitarie e giornalistiche, con spunti letterari e conoscenze in questo ambito, entrando nei giri migliori del “poker di parole” allora in grande auge tra i giovani. E la riapertura del Giardino degli Aranci è proprio del ’47. Finalmente un po’ di vita nuova – definirla bella sarebbe eccessivo – per tutti, ed in specie per i giovani:
“Estranea alle condizioni della città dai contrasti smisurati, la cerchia dell’alta borghesia viveva nel benessere ed espri¬meva una gioventù generalmente avulsa dalla realtà che la circondava, rimasta nellamemoria della mia generazione come quella dei ragazzi di via dei Mille dacché l’eclettica strada haussmaniana fu l’epicentro elettivo della zona dove quei giovani avevano le loro case e il loro mondo. Tra loro, il gruppo più vissuto ed esibizionista frequentava Middleton, un caffè sito all’inizio di via Partenope, subito dopo il palaz¬zo del Bohème, che ariosamente si estendeva, già nelle belle giornate invernali, sul marciapiedi antistante. Tra i primi luoghi deputati della mondanità giovanile napoletana, gli è dedicato, del bellissimo libro di La Capria Ferito a morte, un capitolo che narra la futile sfida tra gli improvvisati amatori di due champagne, "Pommerì e Veuve Clicquò" nel parlato dei protagonisti.”
Il finale è l’espressione di un amore perduto lungo le strade della vita, come succede a tanti, e, nel sussultare sui ricordi per tanti grandi eventi più tragici, questo rimane permeato dai battiti accelerati del cuore, dalla romantica brezza mossa dalle dolci ali dellagiovinezza, e conclude la nostra lettura sul prolungato sospiro che ha accolto il termine dei terribili giorni di guerra e su quello, altrettanto sentito, di un’aspirazione vagheggiata ed inspiegabilmente svanita. La vita è davvero un sogno breve dal quale, prima o poi, ci svegliamo straniti, talvolta perduti nel cullare con rincrescimento ciò che sarebbe potuto essere e non è stato:
“Vi andai una sera con alcuni del gruppo di Claudio e Paola in un’elegante veste nera e un filo di perle come usa¬vano le ragazze. Ballai tutta la sera con lei come preso in un’avventura senza domani, ma il giorno dopo, col sorri¬so bellissimo e la tenerezza con cui mi accolse cominciò un’indimenticata estate tra giornate di mare spaziate come l’infanzia e bellissime notti a ballare da Claudio. Oltre che frequentare i bagni di Marechiaro e Grottaromana, face¬vamo in barca la costa di Posillipo fino al Cenìto o alla cala di Trentaremi. Una volta uscimmo con un grande cutter in mare aperto verso Capri perpoi invece fermarci nella solitaria baia di Puolo dove una brezza vagava sul mare in una giornata rimasta nella memoria con le immagini di lei che si tuffava dalla barca alla fonda, una Esterina di vent’anni più giovane della grigiorosea nube del poeta, o vi stava distesa al sole o, al tramonto, si teneva al mio fianco infreddolita, al veleggiare controvento verso Napoli.”
Il libro si conclude sull’identica dolcezza del richiamo iniziale dei versi montaliani, e noi chiudiamo sull’incipit della lirica  Falsetto, sopra parafrasata:
“Esterina, i vent’anni ti minacciano
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.”
Il mistero irripetibile dei vent’anni, vissuti per tutti troppo presto e troppo brevemente.Luigi Alviggi.

ALMERICO  REALFONZO:  ’IGIORNI DELLA LIBERTA’
Mimesis Edizioni, 2013  - pp. 186 - € 14,00









   
 



 
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