Quell’uscita di sicurezza dal Wal-Mart dell’identità
 







di Benedetto Vecchi




cover

Lo stile di vita, le istituzioni politiche, insomma l’ethos dominante negli Stati Uniti rischia di essere sommerso dalla crescente marea dei latinos, portatori di identità altere rispetto a quella statunitense. Si chiude così il libro di Samuel Hungtinton sul sotterraneo «scontro di civiltà» che caratterizza la vita del pianeta. Il discusso studioso americano non poteva certo prevedere che il titolo del suo pamphlet diventasse la chiave interpretativa di tutti i conflitti che vedono coinvolti gli Stati Uniti. C’è lo scontro di civiltà, infatti, dietro l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center e la reazione statunitense culminata nell’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq. C’è scontro di civiltà dietro le tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran o tra Washington e la Corea del Nord. All’orizzonte si sta profilando forse il padre di tutti gli scontri di civiltà del futuro, quelle cioè tra Pechino e tutto il mondo occidentale.
Da una parte quindi il «nostro»Occidente, dall’altra il resto del pianeta. Una rappresentazione dove all’Occidente spetta la palma della superiorità nelle istituzioni politiche, nel rispetto dei diritti individuali, della democrazia, mentre il libero mercato, va da sé, è il modo migliore per produrre la ricchezza.
Mark LeVine è un giovane studioso - insegna Storia Moderna del Medio Oriente alla University of California - a cui il paradigma sullo scontro di civiltà sta stretto, anzi lo considera il risultato di una vera e propria campagna ideologica per garantire l’egemonia occidentale nel pianeta. Nel volume Perché non ci odiano (DerivaApprodi, pp. 314, euro 20) sostiene che ci sono molti più punti di contatto tra un business man del Marocco e della California che non tra un operaio di Chicago e un manager wasp di Wal Mart. Per LeVine, infatti, la globalizzazione ha favorito la crescita di una élite globale che condivide non la religione, ma la stessa propensione a vivere come un corpo seprato all’interno deglistati nazione dove sono nati. Per il resto della popolazione mondiale, invece, l’articolazione delle identità, delle forme di vita produce un patchwork in cui, ad esempio, l’Islam convive con la musica heavy metal o il rap.
L’intervista è avvenuta in due tornate. Prima in rete e poi vis-à-vis, visto che lo studioso è in Italia per presentera il suo libro.
Il tuo libro ribalta l’immagine dominante sull’ostilità dell’Islam verso l’Occidente. Sostieni, ad esempio, che non ci sono molte differenze tra un musulmano del Cairo e un «americano medio» verso i terroristi; e che entrambi manifestano una certo ostilità verso il potere costituito. E’ proprio così?
Le differenze culturali tra l’America profonda - un’espressione che negli Stati Uniti viene usata per indicare i bianchi evangelici, i colletti bianchi o gli operai triturati dalla globalizzazione - e i musulmani conservatori del mondo arabo sono di gran lunga meno profonde di quando gli studiosi mainstreamsostengono. Entrambi propongono una lettura nazionalista e religiosa del proprio mondo, rappresentato come un fortino assediato da infidi nemici al soldo di Satana. Una visione luciferina della realtà che li porta a giustificare, seppur da parti opposte della barricata, il conflitto tra gli Stati Uniti e il mondo islamico. Le identità che esprimono sono «identità resistenti» caratterizzate dalla paura verso tutto ciò che mette in discussione stili di vita e autorità consolidate. Da qui la richiesta di leaders che esprimano virilmente forza e determinazione nel reagire, a nome del gruppo, alle minacce dei «nemici». Questi i punti di contatto.
C’è però una cosa che mi ha enormente sorpreso nei miei soggiorni prolungati nel mondo islamico: i musulmani conoscono meglio di noi statunitensi la storia dei rapporti tra Occidente e mondo islamico. Questo provoca una «disconnessione» tra quanto pensano gli americani e la maggioranza dei musulmani.
Negli Stati Uniti, ad esempio, lamaggiorannza della popolazione ha ritenuto che la scelta di Washington di invadere l’Afghnaistan e l’Iraq era mossa da intenzioni «nobili» - la libertà, la democrazia, i diritti umani, la sicurezza - e che nonostante i disastri sociali e politici provocati pochi sono i dubbi manifestati sulla buona fede della nostra politica estera. Diverso è invece il giudizio dei musulmani, che si limitano a constatare empiricamente che quelle scelte erano un non senso. Questa disconnessione non produce però un odio verso gli statunitensi: semmai è odiata, come ha ammesso più volte lo stesso Pentagono, la politica estera di Washington. Per queste ragioni considero essenziale definire un’agenda politica che favorisca il rapporto tra attivisti europei, statunitensi e attivisti presenti nei paesi islamici. Un’agenda politica che porti a quella «cultura jamming» all’interno della quale tessere alleanze per costruire una globalizzazione inclusiva, basata su uno sviluppo economico sostenibile eegualitario.
Scrivi molto della diffusione globale di stili di espressione, di forme artistiche che vengono plasmate a secondo dei contesti locali. Vuoi dire che la globalizzazione neoliberista vada fermata, mentre quella culturale no?
Nell’attuale globalizzazione il sociale e l’economico sono stati «culturalizzati». Mi spiego: le imprese basano oramia i loro profitti sul potere del brand, mentre fanno fare il lavoro «sporco» a una rete di imprese esterne. Tutto questo significa che imprese come Nike o Microsoft vendono idee di una merce che è prodotta da altri. Inoltre, nel libro scrivo della «walmartizzazione» dell’economia globale. Wal Mart non è solo un’impresa transnazionale, ma anche un modello di relazione tra capitale e forza-lavoro opposto a quello comunemente definito fordista. Nelle fabbrica automobilistiche di Henry Ford, è noto, i salari erano relativamente alti in modo tale che operai potevano acquistare il modello T che producevano. Wal Mart pagainvece salari così bassi che i suoi dipendenti riescono solo a sopravvivere. Questa tendenza al ribasso salariale vale in tutto il mondo. Ad esempio, in Giordania, le imprese non assumono lavoratori giordani o palestinesi, bensì uomini e donne provenienti dal Bangladesh o dal Pakistan perché sono «cheaper», così leggeri che possono essere pagati pochissimo e essere sostituiti in ogni momento. E questo accade anche a Dubai, in Israele, ovunque.
Attualmente Rotana, il gigante saudita dell’intrattenimento, sforna merci culturali all’interno di uno modo di produzione che non è poi così diverso da quello che gli intellettuali islamici denunciavano come strumento occidentale per cancellare la diversità culturale dell’Islam.
Allo stesso tempo, si sono manifestate forti tendenze underground dove l’ibridazione tra l’Islam e altre «culture» è molto accentuata. Ad esempio i giovani musulmani - il più importante gruppo demografico dei paesi arabi - producono artefatti culturali«contaminati». E così esistono moltissime band di giovani islamici che fanno Heavy Metal. Questa è la «cultura jamming», il lato positivo della globalizzazione che può aiutare la formazione di azioni politiche e relazioni economiche alternative a quelle proposte dagli estremisti neoliberisti o religiosi.
Nel volume la globalizzazione è sinonimo di diseguaglianze, una bomba a tempo che può portare a una nuova guerra globale, ben più temibile di quella preventiva voluta da Goerge W. Bush. Ti dilunghi inoltre sull’ascesa della Cina e dell’India. Non credi che proprio il loro fragoroso ingresso nel salotto buono dell’economia mondiale porterà a un altro tipo di globalizzazione e che occorrerà considerare ricomposta quella che lo studioso Ken Pomeranz ha chiamato chiama «grande divergenza»?
Il libro di Pomeranz La grande divergenza è importante perché invita a guardare alla vicende attuali all’interno di una prospettiva storica di lunga durata. Pomeranz afferma chefino al 1750 la Cina era la società economicamente e socialmente più sviluppata del mondo. Poi, una combinazione di fattori (presenza di enormi risorse naturali come il carbone e il legname unita all’accesso coloniale alle miniere di argento del Nuovo mondo) ha permesso a alcuni paesi del vecchio continente - l’Inghilterra, Francia e più tardi la Germania - di conquistare la leadership dell’economia mondiale. Concordo con questa ricostruzione, perché aiuta a comprendere il fatto che lo sviluppo capitalista europeo e più tardi statunitense si è basato su ciè che io chiamo la «la matrice della modernità». Il colonialismo e il nazionalismo sono fenomeni ampiamente studiati: senza di essi non sarebbe stato possibile lo sviluppo capitalista.
Altrettanto studiata è la tendenza a ridurre a entità misurabili i fenomeni sociali. Una tendenza alla razionalizzazione usata per costruire l’ideologia sulla superiorità etica, culturale dell’Occidente rispetto al resto del pianeta.
L’attualerilevanza della Cina e dell’India nel panorama mondiale è sicuramente in controtendenza rispetto la storia degli ulrimi secoli. Tuttavia la realtà che si cela dietro il «miracolo asiatico» è meno rosea di quanto venga sostenuto. In Cina, ad esempio, la democrazia rimane un miraggio, mentre l’oppressione in cui è tenuta gran parte della popolazione e l’aumento delle diseguaglianze sociali sono i prezzi pagati dai cinesi per lo sviluppo economico. A completare questo fosco affresco c’è il vorticoso spostamento di milioni di contadini verso le metropoli. L’India, dal canto suo, è certo un paese democratico, ma con milioni di lavoratori che ricevono salari poco sopra il livello di povertà, mentre si moltiplicano le denunce di corruzione del personale politico e della burocrazia statale. Il miracolo economico cinese e indiano sta sì cambiando gli equilibri nella globalizzazione, ma non rappresenta un modello alternativo ad essa. La Cina e l’India costituiscono semmai un esempio di comefunziona oggi la globalizzazione.
Secondo te l’Islam è diventato un brand globale. Provocazione per provocazione: non pensi che la rivendicazione di una identità islamica sia proprio un modo per affermare un brand che partecipa al grande banchetto dell’economia mondiale?
Dipende di quale Islam si parla. Esistono infatti innumerevoli espressioni della cultura islamica, molte delle quali sono in profondo e spesso radicale conflitto l’una contro l’altra. Ad esempio, si è sviluppata una cultura islamica neoliberista, spesso derisa come l’«Islam da aria condizionata», che è espressa dalla borghesia musulmana, una classe sociale protagonista nella definizione delle politiche neoliberiste di regime autoritari come l’Egitto, il Marocco, la Tunisia, dove la repressione dei gruppi islamici e di altri oppositori è stata particolarmente brutale. Le élite islamiche neoliberiste vivono in comunità recintate, sfoggiano merci griffate, sono sempre connessi alla rete, propriocome le élite occidentali. Comportamenti e stili di vita che hanno la loro rappresentazioni nelle visioni distopiche proposte dall’architettura di Dubai.
Credo quindi anch’io che le élite dei paesi musulmani partecipano al grande banchetto dell’economia mondiale. Ci sono però donne e uomini islamici che si battono contro la povertà nei loro paesi. La vera questione è come tutti noi, indipendentemente dalla nostra religione e nazionalità, possiamo sederci a un tavolo dove ognuno possa mangiare secondo i suoi bisogni. Questo significa trovare una via d’uscita dal neoliberismo, prima che i danni sociali, ambientali e politici da esso prodotti diventino irreversibili.de Il Manifesto









   
 



 
30-09-2014 - Se permettete parliamo di Congo
16-06-2014 - La casta? Ce la portiamo dietro dai tempi dei Savoia
06-06-2014 - I Drengot e Aversa Normanna
27-05-2014 - Suicidi. Studio della condizione umana nella crisi
16-05-2014 - Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto
04-05-2014 - Pisa, alla Sapienza migliaia di libri “prigionieri” e non consultabili
02-05-2014 - Il Capitale nel XXI secolo
19-02-2014 - IL GRILLO MANNARO
14-02-2014 - Unisex. L`uomo senza identità
05-02-2014 - I volti della coscienza
03-01-2014 - L’esercito ebreo di Hitler
22-12-2013 - Il Potere. Il mondo moderno e le sue contraddizioni
20-11-2013 - Il potere invisibile e l’impudenza visibile
14-11-2013 - La Chiesa di tutti
01-11-2013 - Indignez-vous

Privacy e Cookies